Elogio dell’ignoranza e dell’ errore di Gianrico Carofiglio
Parco archeologico del Colosseo, Foro Romano
In molte arti marziali orientali, come il judo, jujutsu, aikido, il sumo e in diversi sport da combattimento occidentali come la lotta libera, la lotta greco-romana il sambo la prima cosa che viene insegnata agli allievi è la tecnica delle cadute l’idea di fondo e che cadere sarà inevitabile e frequente e dunque è indispensabile imparare a farlo bene, con grazia, rialzandosi velocemente.
La tecnica corretta delle cadute, infatti, implica una sequenza in cui, senza soluzione di continuità, si passa dallo squilibrio alla caduta vera e propria e fino a un movimento di ritorno alla posizione eretta, pronti a continuare a combatter.
Imparare a cadere correttamente riduce il rischio di farsi male durante l’allenamento, in gara, nel corso di un’aggressione e migliora la consapevolezza corporea.
Imparare a cadere rialzandosi sviluppa la determinazione e la capacità di affrontare le difficoltà. L’enfasi delle arti marziali sulle cadute insegna però qualcosa di più profondo e complesso che non riguarda solo la sfera del combattimento corpo corpo.
Più si ha paura di cadere, più ci si impegna a evitare di cadere più si diventa vulnerabili. È un concetto che si può trasferire in modo lineare al tema del nostro rapporto con errori e cosiddetti fallimenti. Più si ha paura di fallire, più ci si impegna a evitare di fallire, più si diventa vulnerabili in ogni campo. Il concetto di equilibrio nella sua accezione materiale e metaforica è centrale in questa riflessione.
Si racconta che una volta un allievo chiese a Morihei Ueshiba, leggendario fondatore dell’aikido, come facesse a non perdere mai l’equilibrio. Il maestro, quasi stupito, rispose che non era vero, perdeva l’equilibrio continuamente, come tutti. Era solo velocissimo a recuperarlo. Insomma, la vita è segnata dalla nostra incomprensione dei concetti di equilibrio e squilibrio, inevitabilmente costellata di cadute sia letterali che figurate. Esse hanno a che fare con l’essenza stessa del nostro stare al mondo, tuttavia possiamo imparare a cadere bene e, ogni volta che sia possibile, a trarre profitto, anche divertimento, addirittura gioia dallo squilibrio. Cadere con grazia e consapevolezza richiede umiltà e intelligenza della vita, ma può riservare sorprese e conseguenze felicemente paradossali.
Come nella leggenda di Anteo, il mitico gigante figlio di Gea, divinità greca della Terra Madre. Ogni volta che, durante un combattimento, Anteo veniva gettato a terra, il contatto con sua madre, la terra gli restituiva forza e rigore, rendendolo a ogni caduta più potente e capace di combattere. Pochi miti hanno un significato metaforico così evocativo e così chiaro. Il contatto con la terra, simbolo di radici, realtà e umiltà è ciò che ci restituisce l’energia. Gli errori fallimenti, le cadute ci riconnettono con la nostra essenza, ci fanno più consapevoli dei nostri limiti, ma anche delle nostre potenzialità e ci preparano a nuove sfide. Rimanendo sempre nel territorio delle metafore, uguale forze evocativa ha un celebre passo di Bruce Lee, attore entrato nella leggenda anche per la sua misteriosa morte durante le riprese di un film, esperto di arti marziali, pensatore decisamente non convenzionale. Bruce Lee suggeriva di assumere l’attitudine dell’acqua, di essere privi di forma come l’acqua. Se metti l’acqua in una bottiglia essa diventa bottiglia se la metti in una teiera e essa diventa teiera, ma a seconda dei casi può scorrere, schiantare filtrare o dilagare. L’immagine dell’acqua che filtra che si insinua attraverso le fessure evoca un senso di resilienza, pazienza, adattabilità e armonia con l’ambiente circostante, sia sia esso fisico o morale. Essere come l’acqua significa mantenere una mente aperta e flessibile, abbracciare il cambiamento e fluire con esso, trovando, con il metodo del procedere per tentativi e correzioni, modi creativi per superare ostacoli, sbagli e fallimenti. Ciò vale per tutti gli ambiti dell’agire umano, inclusi quelli legati alla ricerca e alla conoscenza, all’etica, alla democrazia.
Come l’acqua che scorre attraverso varchi e fessure, fermandosi, deviando e rifluendo per ritrovare la strada migliore spesso del tutto inattesa, così anche i ricercatori devono essere disponibili a esplorare molteplici approcci e a fallire ripetutamente lungo il percorso.
Elogio dell’ ignoranza e dell’ errore di Gianrico Carofiglio
East and West: International Dialogue Exhibition
«L’ignoranza inconsapevole e presuntuosa è una minaccia, mentre l’ignoranza consapevole è un’ opportunità per la crescita individuale e collettiva. Il concetto a cui alludo è sintetizzato da n una frase attribuita a James Clerk Maxwell, forse il più grande fisico tra Newton e Einstein.
“L’ignoranza completamente consapevole è il preludio a ogni reale progesso nella scienza. Per gli scienziati il non sapere ancora, è una condizione eccitante, è un’ opportunità di scoperta più è ampia la zona di ignoto verso cui ci indirizziamo, più grande è l’opportunità”.
Per approfondire e cogliere meglio questo stato mentale, tipico degli scienziati epistemologicamente avveduti ma in realtà comuni a tutte le menti aperte alle nuove conoscenze, sarà utile esplorare il significato di una parola molto interessante shoshin, è un termine giapponese composto dai caratteri sho che vuol dire ‘inizio’ e shin che vuol dire ‘cuore’ o ‘mente’. Si può tradurre in italiano come mente o cuore del principiante o spirito iniziale. Il concetto di shoshin allude a un atteggiamento positivo di attenzione e di mancanza di pregiudizio e indica lo stato d’animo di curiosità e desiderio di imparare qualcosa di nuovo caratterizzato da una combinazione vitale di energia e paura di sbagliare. Nel Buddismo Zen, shoshin si riferisce all’atteggiamento di apertura, determinazione e assenza di preconcetti che si dovrebbe avere quando si studia una disciplina anche a livelli avanzati, proprio come un novizio. È un principio importante nelle arti marziali giapponesi, dove indica la necessità di mantenere una mentalità aperta e curiosa anche dopo anni di pratica.
Il cuore del principiante, cioè l’atteggiamento di chi è desideroso di imparare conscio della propria ignoranza del fatto che non la supererà mai, essa rimarrà sempre parte della sua esperienza, sembra senz’altro l’attitudine più corretta verso l’ignoto e la complessità».
Elogio dell’ignoranza e dell’errore è un saggio di neanche cento pagine scritto da Gianrico Carofiglio. È il libro che abbiamo scelto di leggere in questo mese e ci vorranno meno di trenta giorni, forse dieci o cinque giorni. Qualcuno potrebbe leggerlo in tre ore con grande soddisfazione.
Noi sceglieremo un tempo lento, quello di un’ infusione dove potrebbero bastare tre minuti per colorare l’acqua. In realtà è un tempo che racchiude tutta la fascinazione del nostro vissuto.
Cosa potrà mai essere l’elogio dell’ignoranza? Non ho ancora aperto il libro e mi è già simpatico.
Ho dovuto lottare tanto con i miei errori e non ho ancora finito, ma credo che continuerò a crogiolarmi nell’errore come una lucertola al sole perché mi piace lo sbigottimento della scoperta e la porta semiaperta che cela un mondo di possibilità. Sbaglio per sbagliare meno, per fare meglio, per cambiare metodo. È avventuroso sbagliare, odora di vita.
Chiostro del Bramante, Roma
C’è stato un tempo in cui ero convinta che la parola ignoranza fosse sporca e maleodorante. Aveva la forma schietta di un insulto. L’ignorante non capisce e non sceglie, non ha dubbi, è torbido ma soprattutto non si emoziona.
Allora perché elogiare l’ignoranza e l’errore? Non resta che cercare una delle possibili risposte in questo piccolo libro, leggendo piano piano, parola dopo parola, quanto ha da raccontarci Gianrico Carofiglio.
Il tempo della lettura è un tempo che ha uno spazio misurabile, oppure è un tempo della vita che predilige, sceglie la qualità degli istanti?
Quello della lettura è un tessuto in cui le trame si intrecciano e il presente, il passato e il futuro organizzano e nutrono la memoria.
Il filosofo Bergson per descrivere il tempo della vita usava la metafora del gomitolo che raccoglie il filo e cresce insieme alle esperienze.
E adesso che è arrivato il momento di scegliere il libro del mese, vi propongo quattro titoli. Il 10, come sempre, comincia la lettura del libro scelto.
Tutti gli indirizzi perduti Laura Imai Messina
La stagione della migrazione nord Tajeb Salih
Sei casi al BarLume Marco Malvaldi
L’elogio dell’ignoranza e dell’errore Gianrico Carofiglio
Bookshop della Galleria d’arte moderna e contemporanea a Roma
Quasi una posologia, letture da somministrare quotidianamente, più o meno 10 pagine al giorno è la quantità consigliata. In realtà è un gioco, una scusa per guardare, conoscere e attraversare pagine, storie, sentimenti, paesaggi, colori e odori.
I bambini sanno già come si fa, nascono attratti dal piacere e cercano di difenderlo finché possono. Ho lavorato come assistente piu o meno cento giorni in un nido e scuola dell’infanzia. Vedevo ogni giorno più o meno sessanta bambini e ogni mattina gli stessi bambini tornavano a suonare il campanello della scuola, sempre più o meno sessanta bambini accompagnati da: genitori, nonni, babysitter, zii, zie, cugini e cugine.
Una quotidiana ripetizione di gesti frettolosi, assonnati, seriosi, sorridenti o rassegnati. I bambini ci lasciano fare e noi scegliamo per loro.
L’unica cosa che i bambini scelgono con autentica libertà è il libro da sfogliare e che vorrebbero farsi leggere. Noi ignoriamo il motivo di quella scelta, loro mai. È l’idea che hanno del mondo a guidarli in quel punto preciso della libreria. Non è il libro più grande, più colorato, meglio illustrato, è il piacere di leggere.
Bookshop della Galleria d’arte moderna e contemporanea a Roma
Ai nostri piccoli piacciono i libri e basta.
C’era un momento della giornata in cui mi fermavo davanti alla porta d’ingresso della scuola piena di sorrisi e, con una specie di telefono in mano rispondevo al citofono, dopo schiacciavo due tasti per aprire il cancello. E benché fossi lì solo per sorvegliare e aprire la porta, davanti ai miei occhi si schiudeva un mondo meraviglioso. «Mi leggi?» Diceva Costanza avvicinandosi con un libro in mano. E mentre Dora era in attesa che la mamma vestisse il fratellino, lei apriva la scatola di pagine e si sedeva al centro della stanza rapita da un libro. Mattia Aurelio con grandi e gioiosi salti mi chiedeva di leggere un libro dopo un bel mucchio di ore trascorse a scuola. Non era stanco di lasciarsi attraversare, percorrere, di incontrare una storia, di guardare il libro.
Federico non ha tre anni e senza un libro letto con la voce della mamma non ha voglia di andare a casa. È così per tutti, i bambini amano il piacere e poi da adulti non ci ricordiamo più della sua forma, di quanto sia attraente fare qualcosa non per convenienza, per interesse, per dovere, ma per puro piacere.
Ludovico cerca la nonna quando esce da scuola perché insieme, sul tappeto quadrato, leggono un libro ricco di pagine e non importa quale sia il titolo o il protagonista o l’argomento. Ludovico legge e sogna come un funambolo sul filo della voce della nonna.
E sono tanti i bambini che ho incontrato e di cui potrei fare il nome, e non esagero.
“Più o meno 10 pagine al giorno” è un invito a tornare bambini che inseguono il piacere di leggere.
Oggi penso ai quattro titoli da proporvi per continuare il gioco. Il 10 settembre si riparte per un altro viaggio scritto.
Siamo arrivati all’ultimo appuntamento di lettura del libro e osservo il particolare dell’immagine di copertina. Una diffusa luce giallo-arancio e tre uomini che guardano il mare di Volendam. Sullo sfondo due imbarcazioni a vela, probabilmente sono botter, le tipiche barche da pesca tradizionali olandesi a fondo piatto e perfette per lo Zuiderzee, il mare poco profondo che insieme al cielo sono protagonisti assoluti di una luce speciale. Leggere per me è esplorare, conoscere fino a immaginare di essere protagonista di quei luoghi con un sentimento misto di coscienza e incoscienza, di libertà e di stupore.
«È il 2023, è di nuovo maggio e faccio un ultimo giro dei luoghi che ho imparato a conoscere grazie ai pittori, che ho visto attraverso i loro occhi, o che ho incominciato a vedere in modo diverso. Ogni cosa diventa straordinaria, se viene rappresentata in modo straordinario: gli artisti cambiano il tuo modo di guardare. A poco a poco sono arrivato a sentire la mancanza delle cuffie a punta per le strade di Volendam, dei muissie di pelliccia nera, o di un krawats, la sciarpa nera che gli uomini indossano estate e inverno, contro il vento sempre freddo.
Dopo centinaia di dipinti e acquerelli, a convincermi a tornare è stato un libro fotografico, Between the Sea & the Sky del fotografo anglo-olandese Jimmy Nelson, pubblicato nell’autunno del 2022.
Jimmy che vive ad Amsterdam da circa vent’anni, ha cercato come me di restare vicino a casa durante la pandemia di coronavirus; ha attraversato il paese in bicicletta e ha ritratto venti comunità in abiti tradizionali in foto così glamour che potrebbero tranquillamente finire sulla copertina di Vogue. Jimmy Nelson ha girato tutto il mondo per fotografare le popolazioni indigene a rischio di estinzione, e quando ha dovuto interrompere temporaneamente i suoi viaggi almeno quelli lunghi e impegnativi, che comportavano l’uso di aerei e fuoristrada o canoe attraverso rapide pericolose – ha percorso in bicicletta il tratto da Axel a Hindeloopen per realizzare Between the Sea & the Sky, un incredibile documento del nostro tempo.
Jimmy Nelson, immagine di copertina di Between the Sea & the Sky. Tess sul frangiflutti di basalto a Marken mi
Nelson non è stato il primo fotografo a includere Volendam nel suo itinerario. Prima di lui c’era stato Émile Frechon, che in Francia chiamavano «il Millet della fotografia», perché come Millet cercava i suoi soggetti nelle zone rurali, lontano dalle città. Fece lunghi viaggi in Algeria, Tunisia e Palestina, e nel 1905 realizzò alcuni ritratti a Volendam. I pescatori non erano poi così diversi dai nomadi che aveva fotografato nel deserto, e la ragazza berbera era un po’ come Hille Butter, che ha ritratto quando lei aveva quattordici anni. Sta in piedi vicino alla finestra e tiene il lavoro a maglia in mano, ma non può fare a meno di guardare fuori sopra la tenda. Già allora cercava sulla diga stranieri diversi dagli altri.
Hille Butter davanti alla finestra del’Hotel Spaander, foto di Émile Frechon (1905)
Anche per Jimmy Nelson c’è una modella particolare. Si chiama Tess e viene da Marken; Nelson la fotografa sullo sfondo del faro, popolarmente chiamato «il Cavallo di Marken», che, se si è giovani, si può vedere a occhio nudo dalla diga vicino a Volendam, altrimenti con un binocolo. Alla presentazione del libro fotografico, Tess, che è laureata in antropologia, ha dichiarato che in costume tradizionale si sente diversa: si sente parte della storia e della cultura di Marken. È la stessa cosa che ha detto Annie in de Betouw, l’ultima donna che ancora oggi a Volendam indossa quotidianamente il costume tradizionale. L’unica volta che si è messa un vestito normale si è sentita osservata da tutti, come se fosse una straniera. In costume, ha detto, «sono quella che sono». Ma questo, i pittori di Volendam l’avevano già capito ottanta, novanta, cento anni fa».
«Dopo la Prima guerra mondiale l’interesse per Volendam, e più in generale per le colonie di artisti o gli alberghi per artisti, si affievolì. Nella nuova realtà i pittori si ritiravano nei loro atelier.
[…] Nel 1927 Jacques soggiorna per qualche settimana all’Hotel Spaander. Per quanto ne so, da solo. Realizza un magnifico dipinto del ponte blu di Volendam, che verrà poi venduto con un titolo sbagliato, Amsterdam, e che mostra alcune somiglianze con Il Meerzijde e il Brijkje di Reino Partanen. Realizza un altro dipinto, un po’ meno riuscito ma correttamente intitolato Volendam, il ponte blu, ora nella collezione dello Zuiderzeemuseum. Poi sparisce di nuovo e riappare solo occasionalmente tra gli esuli russi all’Aia o in un annuncio di una galleria che cerca di vendere opere di alcuni di loro. Nel 1937 ottiene la cittadinanza olandese, un processo che dura quindi dodici anni.
Suo figlio George frequenta il Deutsches Realgymnasium all’Aia, parla solo russo e tedesco, ma diventerà comunque un chirurgo ortopedico molto rinomato nei Paesi Bassi e professore di ortopedia alle università di Saarbrücken, Basilea e Nimega. In età avanzata si mette a studiare storia dell’arte a Zurigo e incomincia a dipingere. Di lui rimangono più opere che dei suoi genitori, perché la sfortuna colpisce duramente Jacques Chapchal e sua moglie: gran parte delle loro opere dipinte nei Paesi Bassi finisce distrutta nel bombardamento del quartiere Bezuidenhout all’Aia il 3 marzo 1945.
Jacques muore esattamente due anni dopo quel bombardamento; per il dolore, verrebbe quasi da pensare, ma anche questo, ovviamente, non è certo. Margarita vive molto più a lungo e continua a dipingere, ma non ho trovato nessuna delle sue opere.
Di Jacques rimangono almeno i due dipinti di Volendam; quello più misterioso viene messo in vendita nel 2010 per poi sparire nella collezione di un anonimo acquirente che lo ha pagato tra i diecimila e i quindicimila euro. C’è ancora una notizia, alla fine di questa storia nebulosa: il figlio George, che una volta andato in pensione si è stabilito definitivamente in Svizzera, dona tutte le opere rimaste dei suoi genitori al Museo Puškin di Mosca tramite l’ambasciata sovietica a Berna; nel 1989, prima della fine dell’URSS, quando Gorbaciov sta disperatamente cercando di tenere unito il paese e di salvare il sistema comunista dal collasso. Perché una donazione?
Forse George non ha figli? Sì invece, ne ha sei, e una moglie olandese. Probabilmente ha voluto fare un ultimo tentativo di dare a suo padre e sua madre un posto nella storia dell’arte europea. E ha scelto il posto giusto: il Museo Puškin non ha nulla a che fare con il grande poeta, ma ospita la più vasta collezione di arte europea a Mosca, soprattutto di impressionisti francesi e maestri olandesi: Avercamp, Rembrandt, De Hooch, Ter Borch fino a Van Gogh e alla Scuola dell’Aia – tutte opere confiscate dai sovietici a grandi collezionisti.
Un Chapchal dipinto all’Aia o a Volendam, insomma, non sarebbe fuori posto, anche se io non ne ho visti mentre vagavo per il museo il 17 ottobre 2019, in quello che probabilmente è stato il mio ultimo viaggio a Mosca.
Devo ammettere che però non li ho cercati davvero. Ho visitato il museo perché sospettavo che ci fosse una storia interessante nella figura del suo primo direttore, il classicista Ivan Vladimirovič Cvetaev, padre della poetessa Marina Cvetaeva; una mente brillante, l’incarnazione della Mosca artistica.
Ma non se n’è fatto più nulla: prima c’è stata la pandemia, poi quella sporca guerra. Ho cercato rifugio a Volendam. Ma all’Hotel Spaander non finì tutto di colpo, no. Kokei Kobayashi, uno dei fondatori della pittura giapponese moderna, soggiornò allo Spaander nel 1923. E il suo connazionale Shintarō Suzuki, fortemente influenzato da Picasso e autore di opere fresche e vibranti, con colori intensi e vivaci – e moltissimo rosso – lo seguì nel 1929.
Il greco Georg Papasoglus conservò bei ricordi del suo soggiorno del 1913 e tornò allo Spaander nel 1926. L’artista ungherese Ernö Barta viaggiò perfino nel 1939, attraversando la Germania nazista, per arrivare a Volendam. Alida cercò di mantenere vivo lo spirito dell’hotel.
Leendert, prima cederle la gestione nel 1920, aveva fatto mettere per iscritto da un notaio che tutte le opere d’arte erano indissolubilmente legate all’arredamento, così come i registri degli ospiti, per evitare che Alida potesse vendere qualcosa in caso di bisogno. Una diffidenza fuori luogo: Alida, che come mostra il ritratto di Willem van Nieuwenhoven assomigliava molto a suo padre, condivideva con Leendert e Aaltje la stessa grande passione per l’arte.
Oltre alle centinaia di opere esposte che adornavano le pareti dello Spaander, negli anni Venti e Trenta creò una propria collezione, acquistando decine di dipinti dei cognati Georg Hering, Wilm Wouters e Augustin Hanicotte, di Anthonie Pieter Schotel, Piet van der Hem, a cui per anni aveva assicurato gratuitamente vitto, alloggio e abiti, e del pittore scozzese James McBay, con cui tenne una regolare corrispondenza fino alla sua morte nel 1952, in un inglese fluente e con una calligrafia inclinata, regolare ed estremamente curata – molto simile a quella di mia madre.
Alida aveva sicuramente una vera passione per l’arte, ma doveva comunque mandare avanti l’albergo. Per compensare il calo degli artisti Alida cercò, molto più di suo padre, di attrarre a Volendam turisti facoltosi, e ci riuscì brillantemente: Douglas Fairbanks, Clark Gable, Kirk Douglas, Walt Disney, Maurice Chevalier, la ballerina Anna Pavlova e il sultano di Yogyakarta non solo spendevano generosamente, ma servivano anche da richiamo per l’hotel.
Negli anni Venti, chi prenotava un tavolo al ristorante dello Spaander poteva essere certo di incontrare una celebrità.
La diga di sbarramento dello Zuiderzee era quasi completata, ma Alida non si rassegnò subito alla nuova realtà. Nel 1920 sposò Willem Hoekstra, figlio di un albergatore di Urk, un tipo in gamba, in grado di servire senza problemi un centinaio di coperti. Alida, tuttavia, rimase responsabile della gestione quotidiana dell’hotel. Nel 1932 mandò Willem a Breezanddijk, sull’Afsluitdijk appena completata, per aprire un hotel ristorante di legno vicino al porto artificiale: era fermamente convinta che la diga sarebbe diventata un’attrazione turistica e, chissà, un richiamo per giovani artisti e fotografi. Le opportunità c’erano davvero, ma aveva sopravvalutato le capacità di suo marito. Willem non prese sul serio il proprio compito e poi rifiutò categoricamente ogni responsabilità. Riuscì a far partire l’hotel, ma non a crearsi una clientela. L’Hotel de Vlieter costò ad Alida il matrimonio, anche se a Volendam si diceva che Willem non si fosse mai sentito a suo agio accanto a una donna forte come lei. Si separarono nel 1934. Alida continuò a gestire l’attività da sola. Gli ultimi botter avevano ormai lasciato il porto, ma lei continuò a provarci. Il fascino era ormai svanito: il porto dei pescatori non era più un trionfo di colori e scene pittoresche, non era più fonte di ispirazione. Volendam diventò una normale località turistica. L’ultima grande artista internazionale a visitare lo Spaander, decenni dopo la morte di Alida, fu l’indonesiana Kartika Affandi.
Come suo padre, il pittore Kusuma Affandi, dipingeva con le dita.
Suo padre cominciò a usare quella tecnica per caso: un giorno non riusciva a trovare un pennello e spruzzò il colore direttamente dal tubo sulla tela, poi usò le dita come pennello, sfumando e spalmando fino a far emergere le figure, danzando davanti alla tela come in una performance. Stiamo parlando dei primi anni Cinquanta, lo stesso periodo in cui Jackson Pollock iniziava con i suoi dripping. I lavori di Affandi, quindi, ebbero subito successo negli Stati Uniti, anche se lui si sentiva più vicino alla tradizione europea dell’espressionismo, con Edvard Munch come grande modello. Nato a Giava occidentale, Affandi fece delle paure esistenziali il suo soggetto, come Munch. Il lato oscuro della vita lo interessava più della bellezza: se dipingeva un fiore, era un fiore appassito.
Kartika Affandi
Kartika, unica figlia del suo matrimonio con la pittrice Maryati, lo osservava. Nata nel 1934, era quindi ancora una bambina dell’epoca coloniale; cominciò fin dall’età di sette anni a pasticciare con i colori sulla tela, proprio come suo padre. Dalla madre, che dipingeva solo fiori, fiori esotici nei colori più sgargianti, ereditò la gioia di vivere e l’allegria. Kartika si sposò a Giacarta nel 1952, divenne madre di otto figli e divorziò nel 1972a causa della poligamia del marito. Si ribellò alla società islamica anche sotto un altro aspetto: raffigurava persone, cosa che l’Islam proibisce, e non nascondeva i genitali né delle donne né degli uomini. In Indonesia la sua opera era considerata quindi decisamente sovversiva. Ebbe successo in Australia e negli Stati Uniti ma non in patria, a eccezione di Bali, dove espose più volte. Kartika Affandi prese alloggio all’Hotel Spaander nel 2009 – all’epoca aveva settantacinque anni – e decise di realizzare un autoritratto.
Autoritratto a Volendam (2009)
Anche nella vita quotidiana si abbigliava come Limbuk, uno dei personaggi delle classiche rappresentazioni di marionette wajang. Limbuk è ben consapevole della propria avvenenza, veste abiti stravaganti e coloratissimi e porta sempre con sé un pettine, simbolo supremo di vanità per un giavanese. La sua voce è bassa, forte e allegra, ma può improvvisamente diventare dolce e misteriosa. Nell’autoritratto Kartika, che indossa una veste rossa, un turbante rosso e una sciarpa blu, sta davanti all’Hotel Spaander: si vede un’auto parcheggiata sulla destra, due abitanti di Volendam che sembrano discutere animatamente, un ciclista che lotta contro il vento, un albero senza foglie, il Gouwzee e sopra un cielo tempestoso, blu, giallo, grigio, rosa. È un dipinto vivace e simpatico che ti fa venire voglia di conoscere la sua autrice, quella vecchia signora sprizza vitalità, come se nella vita ci fosse ancora molto da scoprire. Era andata a Volendam per via di una canzone, «One Way Wind». Come villaggio di pittori aveva ormai perso lentamente il suo splendore, ma era rimasto un marchio artistico grazie a una serie di canzoni orecchiabili. Con la loro musica melodiosa e malinconica, i Cats gettarono le basi per quello che all’inizio fu chiamato in modo un po’ ironico «il sound dell’anguilla».
«Prima di iniziare la sua formazione come pittore, George Hitchcock aveva studiato legge alle università di Brown e Harvard e per qualche tempo era stato avvocato a Chicago. Non era la sua vocazione. Senza una missione interiore di qualche genere, secondo lui, non si poteva avere successo in nessuna professione. Aveva ventinove anni quando decise di farsi crescere capelli e baffi e di diventare pittore. Era il 1879. Un basco nero completava il suo abbigliamento. La sua formazione doveva essere europea: in quegli anni, era quello il percorso per gli americani ambiziosi. Frequentò l’Académie Julian a Parigi, l’Accademia d’Arte di Düsseldorf e nel 1880 fu allievo di Hendrik Willem Mesdag all’Aia.
[…] Fu la luce a trattenerlo nei Paesi Bassi. «L’Olanda è il paese più armonioso di tutti, sia al sole che all’ombra», scrisse Hitchcock in un articolo per lo Scribner’s Magazine. «È sempre un quadro. Anche sotto la luce intensa del sole non perde le sue proprietà opaline, né viene intaccata la sua eterna armonia. Il vento del nord porta con sé, estate e inverno, un cielo del turchese più puro, di un azzurro così chiaro e dolce che nessun altro paese è in grado di evocare.
[…]Un anno dopo la visita dell’imperatrice austriaca, Hitchcock ricevette una menzione d’onore al Salon di Parigi con il suo dipinto La Culture des Tulipes – una donna in un campo di tulipani rosa, bianchi e gialli. Una donna enigmatica, misteriosa quanto Sisi, nasconde il viso dietro un velo bianco. L’opera lo rese immediatamente noto come il pittore americano più talentuoso in Europa. I suoi lavori attirarono l’attenzione dei capitani d’industria e, poco dopo, della ricca borghesia delle città americane. La rivoluzione industriale generò immense fortune; i vari Rockefeller, Carnegie, Vanderbilt, Schermerhorn Astor, Payne Whitney si stabilirono a New York, Newport, Boston, in palazzi di città le cui pareti andavano coperte d’arte. Preferibilmente arte olandese, o che ricordasse l’Olanda.
[…] Hitchcock ebbe un’idea ancora migliore: nel 1890 fondò una scuola estiva per pittori nella tenuta di Schuylenburg a Egmond aan den Hoef. The Art Summer School attirava giovani pittori da tutto il mondo; nell’anno di maggior successo, il 1897, si iscrissero settantadue studenti. Spesso combinavano il loro soggiorno estivo a Egmond, per il quale dovevano pagare una somma considerevole, con alcune settimane all’Hotel Spaander.
[…] Lo stesso valeva per Gari Melchers, che giunse a Egmond nel 1884 e divenne, insieme a Hitchcock, la figura di punta della Scuola di Egmond, come era stata ribattezzata la Art Summer School. Melchers prese in affitto un atelier presso lo Spaander nell’estate del 1889 e non riuscì più a stare lontano dai Paesi Bassi per molto tempo, anche se mantenne il suo atelier a Parigi e insegnò per alcuni anni alla Kunsthochschule di Weimar. In totale tornò nei Paesi Bassi almeno una ventina di volte, perché nel suo paese d’origine la mania dell’Olanda continuò dal 1880 fino allo scoppio della Prima guerra mondiale. Non è quindi un caso che Gari Melchers, il più olandese tra gli artisti americani, nel 1896 ricevette l’incarico di dipingere delle pitture murali per la Library of Congress, e che otto anni dopo fu scelto per dipingere il ritratto di Theodore Roosevelt, il ventiseiesimo presidente degli Stati Uniti. Per quest’opera ricevette 2.500 dollari, che oggi equivarrebbero a 64.000 dollari.
Chiunque avesse seguito la mania dell’Olanda si era assicurato un futuro di successo. Uno dei dipinti di Gari Melchers, una scena dolce, una melodia struggente, mi commuove come un ricordo. Mi viene un nodo alla gola ogni volta che guardo la riproduzione a tutta pagina inclusa in Dutch Utopia, il catalogo che accompagnava l’omonima mostra al museo Singer di Laren e in tre stati americani, Georgia, Ohio e Michigan, nel 2010. È un dipinto incantevole, quasi troppo bello per essere vero, eppure evoca in me un pomeriggio d’inverno che è reale quanto lo stridio delle lame dei pattini sul ghiaccio leggermente irregolare. Con Pattinatori, Melchers voleva confutare l’accusa di raffigurare nei suoi dipinti olandesi solo contadini rozzi e ignoranti. Per la coppia di innamorati che scivola elegantemente attraverso il paesaggio innevato scelse i suoi modelli abituali, Anna e Arie Zoon. Per rendere il tutto ancora più raffinato, adornò Anna con una mantellina viola e magenta: una cappa, un mantello. Anna e Arie non stanno ancora volteggiando, il loro amore è appena sbocciato e pattinano davanti a noi lentamente, con esitazione.
Gari Melchers, Pattinatori (circa 1892)
[…] Pattinatori venne acquistato nel 1901 dalla Pennsylvania Academy of the Fine Arts di Philadelphia, come esempio di impressionismo europeo. Nel 1978 l’Academy prestò il dipinto alla Casa Bianca, dove venne appeso fuori dallo studio ovale. Senza dubbio per evitare che il presidente degli Stati Uniti – nel 1978, Jimmy Carter – passasse tutto il tempo a fissare quella scena di profonda pace e lasciasse che gli affari del paese andassero avanti da soli. Non sono riuscito a scoprire per quanto tempo il dipinto sia rimasto alla Casa Bianca. Presumibilmente per un bel po’ di tempo, fino a quando, immagino, Donald Trump l’avrà restituito al prestatore – non mi sembra qualcosa di adatto a lui».
Maurice Sijs, Botter che rientrano in porto per sfuggire alla tempesta (1911-1918) Non è stata la chiusura dello Zuiderzee, ma la bonifica dell’IJsselmeer a dare il colpo di grazia alla pittura olandese. Questo sosteneva l’artista concettuale tedesco Joseph Beuys nel 1979.
Durante la Seconda guerra mondiale, l’Hotel Spaander ospitava nel fine settimana ufficiali tedeschi che venivano da ogni parte dei Paesi Bassi e consideravano la guerra come una piacevole escursione. L’Olanda era particolarmente popolare nella Wehrmacht, ed era comunque mille volte meglio del fronte orientale. Durante la settimana, i pittori o i parenti dei pittori si nascondevano nell’albergo; la maggior parte di loro aveva ricevuto una convocazione per lavorare in Germania nell’ambito dell’Arbeitseinsatz, ma non ne avevano la minima intenzione.
La situazione divenne pericolosa quando quarantacinque membri della polizia militare tedesca furono alloggiati nell’hotel. Alida riuscì a far lavorare il figlio Leendert, che era stato destinato all’Arbeitseinsatz, in un albergo di Berlino, ma non fu una buona idea: Berlino veniva bombardata ogni notte.
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« Nel 1945 Leendert tornò nei Paesi Bassi con una grave nevrosi e dovette essere ricoverato in manicomio. Questo non deve aver giovato alla salute di Alida, che morì nel 1952. I cugini iniziarono una lunga battaglia legale che alla fine portò all’acquisizione dell’hotel da parte dell’imprenditore di Volendam Hein Schilder – nome molto appropriato, dato che schilder significa «pittore» – il quale rilevò la collezione d’arte ma si preoccupò soprattutto di attirare quante più star americane possibili a fare una visita a Volendam. Walt Disney, Elizabeth Taylor e Muhammad Ali aprirono la fila, poi fu la volta dei turisti dall’Asia; l’hotel degli artisti era ormai diventato così famoso che un giapponese inviò per quarant’anni ogni settimana una lettera per posta aerea allo Spaander, chiedendo informazioni e ripetendo sempre la stessa frase: How is the weather in Volendam? In paese è ancora vivo il ricordo dell’arrivo di Johan Cruijff all’Hotel Spaander.
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Hille Butter, irraggiungibilmente vicina.
Maggio 2022, una nuova primavera, un nuovo inizio. L’Hotel Spaander è di nuovo aperto. Un uomo d’affari di Volendam ha visto delle possibilità di guadagno e ha affiliato l’hotel a una catena alberghiera internazionale. Ancor prima che la pandemia di coronavirus raggiungesse il suo apice, le tendine bianche erano state rimosse dalle finestre e le porte dello Spaander riaperte. Esattamente 141 anni dopo che Leendert e Aaltje Spaander accolsero i primi artisti. Anche se ci vuole un po’ per abituarsi al nome decisamente pomposo – Hotel Spaander Best Western Signature Collection – mi avventuro a Volendam senza prenotazione. Sì, posso trascorrere una notte in una stanza rinnovata con vista sul Gouwzee e una riproduzione fotografica di Hille Butter alla parete. La sento vicina mentre fissa con distacco l’orizzonte. La riproduzione del ritratto di Willy Sluiter è migliore dell’originale;
Hille Butter è stata una modella olandese, considerata dagli artisti del suo tempo la più bella modella di Volendam. Era la figlia del pescatore Cornelis Butter e di Geertje Schilder. Sposa il marinaio Evert Veerman nel 1911, dal quale ebbe una figlia e un figlio. La coppia divorzio nel 1925, forse il primo divorzio ufficiale nel villaggio di Volendam. Era considerata na donna indipendente e colta, leggeva tre giornali al giorno e aveva una sua biblioteca. Butter lavorava presso l’ hotel Spaander, di Leendert Spaander.
nella foto a grana grossa, il pastello del 1921 acquista un tocco puntinista. Hille appare quasi moderna con i suoi occhi grigioazzurri, la cuffia bianca con le punte rialzate e la collana di corallo rosso. E piuttosto sensuale, anche se credo che lo sia sempre stata. Sexy e intrigante come una vera star.
Ho sentito dire a Volendam che era eccezionalmente colta, e che fin da piccola «divorava i libri», sospirava sua madre. La sua passione erano i diari di viaggio, tanto che era in grado di disegnare una mappa di Londra pur non avendo mai messo piede fuori da Volendam. Leggendo molto,imparò l’inglese; scambiava lettere con Winston Churchill, nonostante avesse un’istruzione minima e avesse iniziato a lavorare come cameriera allo Spaander all’età di quattordici anni. Churchill era un appassionato pittore dilettante che lasciò più di cinquecento opere; Hille entrò in contatto con lui inviandogli la foto di un proprio ritratto, forse proprio quello che è appeso alla parete della mia stanza. Frederik van Eeden non faceva che parlare di lei. «Sabato siamo andati a Volendam passando per Marken. E sono andato a trovare le mie amiche Hille Baap e Hille Butter. È stato tutto meraviglioso. È sorprendente quanto quel paesino mi affascini, con la razza olandese primordiale, che lì è ancora in pieno vigore.» Van Eeden scrisse queste parole nel suo diario nel 1915, quando forse un’espressione come «razza primordiale» si poteva ancora accettare. Per tutta la vita subì il fascino delle giovani donne di umili origini che rifiutavano di conformarsi ai rigidi vincoli della società borghese. Erano materiale per i suoi romanzi, e lui voleva indirizzarle o mantenerle sulla retta via.
Van Eeden si considerava prima di tutto un medico e uno psichiatra il cui compito era salvare vite; quando ebbe una relazione con una prostituta morfinomane, a Parigi, fu perché lei aveva «occhi buoni». Anche se si sentiva attratto da lei «come uomo», evitava ogni contatto fisico: voleva tirarla fuori dal baratro, non approfittare di lei. A dire il vero, non era del tutto disinteressato: usò persino il suo nome – si chiamava Jeanne Fontaine – per il personaggio di Hedwig Marga de Fontayne, la protagonista del suo Dai gelidi laghi della morte. Con Hille Butter però aveva sbagliato indirizzo: la vita che conduceva per lei era più interessante che deplorevole, e non aveva bisogno di essere salvata. «Ho cominciato a collezionare persone come altri collezionano souvenir.
Non dimenticare che amo molto le persone», disse in un’intervista rilasciata a cinquantotto anni, in cui rifletteva sul suo percorso di vita eccezionale, che in realtà lei trovava del tutto normale; era solo questione di guardare oltre il proprio naso. «Se vedevo qualcuno tra i forestieri sulla diga che era diverso dagli altri, facevo due chiacchiere e gli dicevo: “vieni da me a prendere un caffè.” Parlando spesso nasceva un contatto, e più spesso ancora una buona amicizia.» L’unica condizione era che fosse qualcuno diverso dagli altri. Per Van Eeden la questione principale era dimostrare costantemente di essere in grado di subordinare le sue passioni alla sua volontà. È chiaro che si sentiva attratto, anzi, fortemente attratto da Hille; al loro secondo incontro, nel 1915, lei aveva ventiquattro anni e nessun uomo le passava davanti senza girarsi a guardarla. Il cinquantacinquenne Van Eeden doveva ritenersi fortunato che lei volesse ancora incontrarlo, anche se le sue avances probabilmente si limitavano a lunghe, piacevoli e aperte conversazioni;
Hille Butter
Hille non aveva peli sulla lingua, cosa che Van Eeden deve aver trovato piacevole, un po’ come una carezza, una carezza per l’orecchio. Non le importava cosa pensasse la gente, per lei quello che contava era trovare qualcuno che avesse qualcosa da dire, qualcuno con cui dialogare seriamente, con tutta onestà. I due potevano conversare per ore. Van Eeden disprezzava l’Hotel Spaander come se fosse un bordello, dove tutto ruotava intorno «al denaro e ai flirt». Lo considerava «spregevole, ben al di sotto dell’atmosfera sana dei paesani». Al contrario, Hille era il massimo, così come Volendam. Durante una visita estiva, annotò nel suo diario: E meravigliose erano le casette e i quartieri, dai colori vivaci, blu e verdi, con i fossati e i canali bordati di verde e i ponticelli mobili blu. E ovunque i graziosi bambini con i loro zoccoli e berretti. Ora capisco l’ammirazione degli americani per quel luogo. È davvero uno spaccato di vita primordiale olandese. Tutti passeggiano e chiacchierano, accovacciati sulla diga o davanti alle casette. Il pesce viene portato e venduto all’asta. Nel mezzo si aggirano stranieri, artisti e sportivi, tollerati dagli indigeni senza soggezione ma anche senza disprezzo, una strana mescolanza.
Sto alla finestra e osservo il profilo di Marken in lontananza. Van Eeden era arrivato a Volendam da Enkhuizen con una chiatta. Aveva pregato il capitano di rimandare la partenza di un giorno, c’era tempesta e la rotta era nota per le sue insidiose onde di fondo, ma il capitano disse che si poteva navigare e Van Eeden arrivò a Volendam con il mal di mare. Confessò di aver recitato più di una preghiera e di aver temuto per la sua vita. Non riesco quasi a immaginarlo: sull’acqua si vede solo qualche increspatura, e non sembra che possa mai diventare pericolosa. Nuvole cariche di pioggia ne sfiorano la superficie, mentre nella mia testa risuonano due colonne sonore: la voce – per così dire – del narratore che cerca di tradurre in parole ciò che vede, e la musica di accompagnamento che mi sembra adatta. A volte si crea una perfetta armonia, come adesso: sento la voce di Jacques Brel, che per una volta canta in fiammingo, con un forte accento francese ma soprattutto con quella sua folle passione:
Quando il cielo basso sfiora l’acqua
Quando il cielo ci insegna l’umiltà
Quando il cielo basso è grigio come l’ardesia
Quando il cielo basso è pallido come l’argilla
Quando il vento del nord celebra la pianura
Quando il vento del nord ci ruba il respiro
Allora scricchiola la mia terra
La mia terra piatta
Devo dar ragione a Van Eeden, questo villaggio suscita molte emozioni.
La mattina dopo, a colazione, ripenso al pomeriggio d’inverno in cui Hans Tentije mi parlò di Frits Thaulow nella sala comune. È stato molto tempo fa, ma allo stesso tempo lo sento vicino, perché ho riallacciato i rapporti con il poeta e di tanto in tanto ci scriviamo. Hans Tentije esprime la stessa meraviglia di allora, lo stesso tipo di freschezza, anche se sempre più spesso scrive poesie sul senso di scomparsa: e furtivamente scompaiono tutti i paesaggi labirintici in molti modi, villaggi sonnolenti, volti da tempo in gran parte dimenticati, gradualmente nell’incertezzadove il passato sonnecchia, irraggiungibilmente vicino Thaulow ammirava la luce del porto, ma osservava anche che a Volendam il sole tramonta sulla terraferma e non sull’acqua, rendendo impossibile dipingere tramonti suggestivi sul mare. Tuttavia, tornò a Volendam e non a Katwijk, per esempio, dove il sole affonda nel mare.
Dopo una seconda tazza di caffè vedo il Gouwzee illuminarsi e mi chiedo perché Volendam sia rimasta per così tanto tempo un luogo d’ispirazione per tanti pittori, una sorta di Eldorado, anche se il sole non tramontava sul mare. Nel registro degli ospiti dell’Hotel Spaander hanno lasciato la loro firma circa millequattrocento artisti provenienti da quasi tutti i paesi d’Europa e da Stati Uniti, Canada, Russia, Giappone, Nuova Zelanda – e sicuramente ne dimentico qualcuno. È un numero sessanta volte superiore a quello dei pittori che andavano a Barbizon o a Pont-Aven. Cosa cercavano a Volendam? Cosa cercavano nei Paesi Bassi? La cosa continua a stupirmi, e decido di riprendere le mie ricerche».
Hering: Ritratto di fidanzamento Georg Hering e Pauline Spaander , 1910.
«Per Leendert e Aaltje Spaander la tragica fine della loro adorata nipotina – tutti amavano Doortje, ci sono di lei diversi ritratti, il più bello realizzato dal padre quando aveva tre anni – segnò la fine di un’epoca che era iniziata brillantemente ma si era conclusa in modo amaro, con discordie e violenza. Discordie, sì.
Nel 1917 e 1918, e negli anni immediatamente successivi alla Prima guerra mondiale, l’atmosfera all’Hotel Spaander diventò sempre più cupa. Gli artisti inglesi, francesi e belgi entrarono in conflitto con quelli tedeschi e austriaci, con dispute violente che spesso sfociavano in risse; più di una volta dovette intervenire il medico per ricucire le ferite. E la mattina dopo, a colazione, i pittori si guardavano in cagnesco. Tutti detestavano tutti: questa era la nuova realtà dell’Europa. Poi arrivò l’influenza spagnola, con tutte le morti e il dolore che portò con sé. E alla fine, l’innocenza assassinata, con una bambina di cinque anni a farne le spese. Leendert perse la sua verve. Nel giro di pochi mesi non rimase più nulla della sua effervescente energia. Era sempre stato l’uomo delle idee e delle iniziative, per il suo hotel e anche per Volendam. […]
Leendert e Aaltje si trasferirono a Edam, dove fecero costruire una bella casa sul Klein Westerbuiten, che sarebbe servita per un po’ di tempo come dépendance dell’hotel, principalmente per i turisti «per bene». Aaltje non poté però godersi a lungo la sua nuova casa: morì il 27 agosto 1921, poco meno di dieci mesi dopo l’assassinio di Doortje.
Leendert voltò definitivamente le spalle alla vita frivola. Divenne chierico della Chiesa Riformata, quasi come dovesse fare penitenza, e cercò conforto nella Bibbia. Aaltje era rimasta cattolica per tutta la vita e aveva educato i loro figli nella stessa fede, con la piena approvazione del marito. Avevano avuto un matrimonio straordinariamente moderno, concedendosi reciprocamente libertà nelle scelte e nelle opinioni. Leendert si risposò con una donna molto più severa che insisteva perché lui andasse in chiesa ogni domenica.
Visse a Edam fino alla fine della sua vita, raggiungendo quasi i cento anni. Solo occasionalmente andava ancora a dare un’occhiata all’hotel che continuava a portare il suo nome, soprattutto nell’ultima settimana di ottobre.
Tradizionalmente, in quel periodo l’hotel chiudeva per una settimana, le centinaia di dipinti venivano rimossi dalle pareti, i mobili venivano spostati e venivano preparate lunghe tavolate per il pranzo annuale con la gente del villaggio. Si mangiava e si ballava, alla vigilia della kermesse. La grande festa di Volendam: l’estate era finita, la flotta dei pescherecci tornava in porto e prima di preparare le barche per la stagione invernale c’era la kermesse, un evento indiavolato.
Pieter Bruegel, Fiera dei contadini
Tradizionalmente, i festeggiamenti iniziavano allo Spaander e terminavano una settimana dopo, con tutti i partecipanti stesi esausti lungo la diga mentre il campanile della chiesa suonava l’Angelus. Ma a parte quella settimana d’ottobre, Leendert non si vedeva più molto spesso all’hotel. Per lui era finita un’epoca. Un’epoca iniziata negli anni Settanta dell’Ottocento con l’apertura dell’hotel nel 1881, e durata fino ai drammatici anni 1920 e 1921».