Il foliage dei Giardini Reali di Torino e la mostra fotografica “Capa in Color”

Foliage è una parola inglese ingentilita da una musicalità francese, anche qui il fogliame che arrossisce e denuda gli alberi si chiama foliage.
Ernest Hemingway, i figli Gregory, Patrick e Martha Gellhorn.
Sun Valley, Idaho, ottobre 1943

Passeggiare la domenica per le strade del centro di Torino è un esercizio che non rischia di trasformarsi in abitudine. In autunno poi, s’incontrano alberi monumentali le cui chiome tinte di rosso, arancio e giallo carico, scintillano per rilasciare danzando silenziosi, i corpi sinuosi e ondeggianti di belle foglie antiche. Foliage è una parola inglese ingentilita da una musicalità francese, anche qui il fogliame che arrossisce e denuda gli alberi si chiama foliage. I viali autunnali e alberati di Torino, letteraria e regale città sabauda, offrono uno spettacolo che è un invito a camminare con la testa tra le fronde e lo sguardo alto tra i rami. Qui è possibile assistere a un concerto che riempie gli occhi e il cuore di poetica meraviglia. I rami scuri e ben visibili permettono di osservare a bocca aperta le corse rapide degli scoiattoli frettolosi che risalgono saltellando acrobaticamente da un ramo all’altro e da un albero all’altro.

E capita anche di ridiscendere con gli occhi per non inciampare e riconoscere i propri piedi nelle scarpe comode che accompagnano il crepitio delle foglie secche sul terreno umido. Quando il cielo è grigio, non plumbeo ma nuvoloso, avvertire il caldo abbraccio dei forti rami larghi e discendenti, regala la superba e lieve sensazione di essere in compagnia dei nostri amici migliori.

Gli incontri sono tessiture speciali anche se contenuti in un istante e poi non ci si vede più.

È l’ora del caffè quando nella caffetteria di Palazzo Reale, Anna poggia delicatamente sul cucchiaino d’argento un pasticcino alle mandorle. Il profumo dolce si fonde con il sapore amaro, insieme si attorcigliano, tra la lingua e il palato. S’incrociano altre parole dette a caso, alcune gentili, scelte e sempre uguali, poi svaniscono. Gli incontri sono tessiture speciali anche se contenuti in un istante e poi non ci si vede più. Un giorno forse potrebbe tornare a farsi vivido il ricordo, il richiamo, l’emozione intensa di quel breve tempo vissuto, magari svelato dalle pagine di un libro. Come nel ciclo magico del foliage, si allungano i giorni e le ombre, poi si restringono e scende presto la sera.

In cinque passi l’odore del caffè si espande e si allarga nel bosco ricco di lamine d’oro e sprazzi di fronde verdeggianti dei Giardini Reali. I viali sono ricchi di foglie secche e crepitano sotto ogni distinto e incerto movimento del piede. Incerto perché bisogna trovarsi in luoghi come questi per camminare esitanti, in modo irresoluto e abbandonare la mente allo stallo benefico.

Intanto le sale del piano terreno di palazzo Chiablese dal 26 settembre 2020 al 31 gennaio 2021 ospitano la mostra fotografica di Robert Capa. Oltre 150 immagini fotografiche a colori e in più lettere e appunti dalle riviste su cui furono pubblicate. Le fotografie esposte abbracciano un periodo di storia che va dal 1941 al 1954, accompagnano il visitatore lungo un percorso che è narrazione e confronto.

Avventori ai tavolini del Café de Flore, Saint Germain de Prés, Paris. ca.1952
Truman Capote e Jennifer Jones sul set del film “Il tesoro dell’Africa”,
Ravello, Italia. Aprile 1953
Cinque soldati britannici in una nave per il trasporto delle truppe in viaggio dall’Inghilterra al Nordafrica, 1943

Le sale del palazzo sono un museo, egregia dimora per le immagini ferme, illuminate e affisse alle pareti. Eppure quelle stesse immagini viaggiano dentro spazi poco ampi che si snodano labirintici l’uno dopo l’altro. Pannelli neri, alti e rettangolari scritti con un carattere bianco, raccontano la vita breve e intensa dell’artista. I suoi viaggi. Narra con l’arte della fotografia la vita delle persone, le tragedie della guerra, la grande ingiusta fatica dei soldati, ma anche la bellezza femminile, la moda, il cinema, il coraggio e le passioni di una umanità raccolta nello stesso enigmatico mondo.

Narrare con le immagini la storia ma soprattutto la verità.

Robert Capa è spesso considerato fotoreporter di guerra. Le fotografie qui esposte sono l’esempio di quanto ricca e intensa sia l’esistenza di un uomo che ha visto da vicino il mondo feroce della guerra con le sue vicende tristi e maleodoranti ma ha anche raccontato la fierezza e il coraggio di corpi scolpiti e segnati dalle estenuanti prove.

Immagini che raccontano il deserto, il mare, il torrido e povero sud e il glaciale e torbido nord. La Russia durante la Guerra Fredda raccontata con parole e immagini nel prezioso “diario di viaggio” insieme a John Steinbeck. L’emblema della ricca produzione fotografica di Capa la troviamo riassunta nella frase da lui stesso formulata e cioè “La verità è l’immagine migliore, la migliore propaganda”.

La Russia durante la Guerra Fredda raccontata con parole e immagini nel prezioso “diario di viaggio” insieme a John Steinbeck.

“La verità è l’immagine migliore, la migliore propaganda”.

La nostra passeggiata dal foliage alla mostra fotografica “Capa in color” ci ha regalato molte sorprese e nuove riflessioni.

Musei, teatri, luoghi di preghiera, biblioteche, sale cinematografiche, le mostre d’arte, di fotografia, scultura, la musica, le opere, la poesia, le commedie teatrali, la produzione cinematografica, i libri, la preghiera comunitaria, sono per tutti noi la forma di cultura più efficace. Proprio in un momento difficile come quello che stiamo vivendo è essenziale sentirsi accolti da spazi vivi dove è possibile ricevere nutrimento per l’anima.

Il nutrimento dell’uomo in ogni sua epoca non è soltanto il cibo da mangiare, masticare, ingoiare e digerire. Questo tipo di alimento lascia presto un senso di vuoto e ne basta pochissimo per tenerci in vita. Educare la mente, il cuore, il cervello alla bellezza è il più efficace nutrimento per il genere umano. La natura sa essere un museo a cielo aperto, abbiamo bisogno di bellezza, di fragranze inebrianti. Di poche parole quando queste sono troppe e confuse e ci negano la speranza. Abbiamo bisogno di sorrisi, di silenzio, di musica e di attenzioni. Lasciare viva l’arte e i luoghi della cultura, la gente che fa cultura, che la diffonde, la sparge a manciate, fa bene alla salute rafforza le difese immunitarie e ci rende persone più belle e sensibili.

Donne presso una rivendita di libri e giornali all’aperto, Gerusalemme, 1949-50

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