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Leggere i classici

Dicono che in questo periodo di crisi del libro vendono bene i classici. E non solo quelli a mille lire, ma anche quelli in cofanetto. E non solo quelli del girone A come Platone, ma anche quelli del girone B come Cicerone; e siccome vengono letti materialisti come Epicuro e panteisti come Plotino, qui non c’entra né la rinascita delle destre né l’avanzata delle sinistre. Diciamo che gli editori, annusando gli umori del pubblico, si sono resi conto che in un momento di crollo e ristrutturazione di tutti i valori, i lettori cercano qualche cosa di sicuro. Perché i classici danno sicurezza? Perché un classico è un autore che, specie in periodi in cui si copiava a mano, ha indotto molti a ricopiarlo, e lungo i secoli ha sconfitto l’inerzia del tempo e le sirene dell’oblio. Si sono anche salvati autori che non valevano il costo della pergamena, mentre altri, forse grandissimi, sono stati condannati alla dimenticanza perpetua; ma statisticamente la comunità degli uomini ha reagito sulle basi di un sano buon senso, e ci sono forti probabilità che un autore diventato classico abbia ancora qualcosa di buono da dirci.

Una seconda ragione è che in un periodo di crisi si rischia di non sapere più chi siamo. Ora un classico non solo ci dice come si pensava in un tempo lontano, ma ci fa scoprire che e perché oggi pensiamo ancora in quel modo. Leggere un classico è come psicanalizzare la nostra cultura attuale, si ritrovano tracce, ricordi, schemi, scene primarie… Ecco, si esclama, io ora capisco perché sono cosí – o perché qualcuno si sforza di volermi cosí: la faccenda è cominciata da questa pagina che ora sto leggendo. E ci si ritrova ancora a essere aristotelici, o platonici, o agostiniani, nel modo in cui organizziamo la nostra esperienza – e persino nel modo in cui sbagliamo a farlo.

La lettura dei classici è un viaggio alle radici. Spesso non si cercano le radici per nostalgia di qualcosa che si è conosciuto, ma per il vago sentimento di essere cresciuti da un ceppo ignoto. L’americano di nascita, che improvvisamente avverte il bisogno di tornare (andandoci per la prima volta) al paese in cui sono nati i suoi nonni, sta facendo un viaggio motivato da una nostalgia virtuale. Ogni lettore che scopre i classici è un americano, naturalizzato da infinite generazioni, che avverte il bisogno di sapere qualcosa sui propri antenati, per ritrovarne la presenza nei propri pensieri, gesti, tratti del volto.

L’altra bella sorpresa che spesso i classici ci riservano è di accorgerci che erano più moderni di noi. Rimango sempre esterrefatto di fronte a certi pensatori d’oltre oceano, culturalmente sradicati, dalle bibliografie che non riportano se non libri pubblicati nell’ultimo decennio, che elaborato una certa idea, e spesso la sviluppano male, senza sapere che una idea analoga era stata sviluppata meglio mille anni fa (o che già mille anni fa si era dimostrata sterile).

Ho tra le mani in questi giorni Il maestro e la parola di sant’Agostino (Agostino per gli intimi), pubblicato da Rusconi, testo a fronte, a cura di Maria Bettetini. Contiene quattro trattatelli di cui consiglierei di leggere il De magistro. Si potrebbe dire che ricorda il miglior Wittgenstein, se Wittgenstein non ricordasse il miglior Agostino. Si veda come, da una semplice passeggiata con Adeodato, il proprio figlio naturale (eh si, prima di diventar santo il mascalzoncello ne aveva combinata qualcuna), il padre-maestro sappia trarre una serie di folgorazioni su cosa voglia dire parlare. Dico “da una passeggiata”, non semplicemente “nel corso di una passeggiata”, perché è la stessa esperienza corporale del camminare che talora suggerisce ad Agostino di spiegar meglio l’uso che facciamo delle parole, attraverso gesti, movimenti, arresti e accelerazioni del passo… Quando un classico è così vicino a noi, ci si rammarica di non averlo letto prima.

L’altro giorno è venuto da me uno studente di filosofia, che mi ha chiesto che cosa deve leggere per imparare a ragionar bene. Gli ho suggerito il Saggio sull’intelletto umano di Locke. Mi ha chiesto perché proprio quel libro, e gli ho risposto che se quel giorno fossi stato di umore diverso avrei potuto benissimo suggerirgli in cambio un dialogo di Platone, o il Discorso del metodo. Ma siccome bisogna pur cominciare da qualche parte, con Locke avrebbe avuto l’esempio di un signore che ragionava bene, chiacchierando amabilmente con gli amici, e senza bisogno di usare parole difficili. Mi ha chiesto se quella lettura gli sarebbe servita per una certa ricerca che stava facendo. Gli ho detto che gli sareebbe servita anche se poi avesse fatto il venditore di macchine usate. Avrebbe semplicemente conosciuto un uomo che valeva la pena di conoscere. A questo serve la lettura dei classici.

Umberto Eco, La bustina di Minerva, Milano, Bompiani 2000.

Il Natale

Dipinto con carillon di Fabrizio Fabbri (collez. privata, Matera)

Di Erri De Luca

Nello scasso profondo dei nuclei familiari Natale arriva come un faro sui cocci e fa brillare i frantumi. Si aggiungono intorno alla tavola apparecchiata sedie vuote da tempo. Per una volta all’anno, come per i defunti, si va in visita al cerchio spezzato.

Natale è l’ultima festa che costringe ai conti. Non quelli degli acquisti a strascico, fino a espiare la tredicesima, fino a indebitarsi. Altri conti e con deficit maggiori si presentano puntuali e insolvibili.

I solitari scontano l’esclusione dalle tavole e si danno alla fuga di un viaggio se possono permetterselo, o si danno al più rischioso orgoglio d’infischiarsene. Ma la celebrazione non dà tregua: vetrine, addobbi, la persecuzione della pubblicità da novembre a febbraio preme a gomitate nelle costole degli sparpagliati.

Natale è atto di accusa. Perfino Capodanno è meno perentorio, con la sua liturgia di accatastati intorno a un orologio con il bicchiere in mano. Natale incalza a fondo i disertori.

Ma è giorno di nascita di chi? Del suo contrario, spedito a dire e a lasciare detto, a chi per ascoltarlo si azzittiva. Dovrebbe essere festa del silenzio, di chi tende l’orecchio e scruta con speranza dentro il buio.

Converge non sopra i palazzi e i centri commerciali, ma sopra una baracca, la cometa. Porta la buona notizia che rallegra i modesti e angoscia i re.

La notizia si è fatta largo dentro il corpo di una ragazza di Israele, incinta fuorilegge, partoriente dove non c’è tetto, salvata dal mistero di amore del marito che l’ha difesa, gravida non di lui.

Niente di questa festa deve lusingare i benpensanti. Meglio dimenticare le circostanze e tenersi l’occasione commerciale.

Non è di buon esempio la sacra famiglia: scandalo il figlio della vergine, presto saranno in fuga, latitanti per le forze dell’ordine di allora.

Lì, dentro la baracca, che oggi sgombererebbero le ruspe, lontano dalla casa e dai parenti a Nazareth, si annuncia festa per chi non ha un uovo da sbattere in due. Per chi è finito solo, per il viandante, per la svestita sul viale d’inverno, per chi è stato messo alla porta e licenziato, per chi non ha di che pagarsi il tetto, per i malcapitati è proclamata festa. Natale con i tuoi: buon per te se ne hai. Ma non è vero che si celebra l’agio familiare. Natale è lo sbaraglio di un cucciolo di redentore privo pure di una coperta.

Chi è in affanno, steso in una corsia, dietro un filo spinato, chi è sparigliato, sia stanotte lieto. È di lui, del suo ingombro che si celebra l’avvento.

È contro di lui che si alza il ponte levatoio del castello famiglia, che, crollato all’interno, mostra ancora da fuori le fortificazioni di Natale.

“Amami!” “Sogna!” “Leggi!”

Il verbo leggere non sopporta l’imperativo, avversione che condivide con alcuni altri verbi: il verbo “amare”, il verbo “sognare”. Naturalmente si può sempre provare. Dai, forza: “Amami!” “Sogna!” “Leggi!” “Leggi! Ma insomma, leggi, diamine, ti ordino di leggere!” “Sali in camera tua e leggi!” Risultato? Niente. Si è addormentato sul libro.


Daniel Pennac,  Come un romanzo, Milano, Feltrinelli, 1993.

La neve scende giù lieve

La canzone popolare di un anonimo del XX secolo e attribuita agli alpini è “Canto dello sciatore”. Il mio ricordo risale agli anni della scuola elementare di mia sorella Cristina. Un giorno tornò da scuola canticchiando: “Quando la neve scende giù lieve, non esitar si deve, prendi il tuo sacco e lesto va dove più fioccherà …”

Le previsioni meteorologiche non annunciavano scientificamente, come purtroppo accade oggi, l’ora esatta, il giorno e per quanti minuti soavemente la neve avrebbe imbiancato le strade e i tetti della città.

Intanto adesso quaggiù, a pochi chilometri dall’odore salmastro dell’azzurro mar Mediterraneo, nevica. Quando il cielo bianco decide di soffiare sulla terra i suoi fiocchi candidi e spumeggianti è ancora e sempre una festa.

Allora bambini, insegnanti, famiglie in fermento saltano fuori dalle coperte per appoggiare le guance ai vetri appannati delle finestre e ascoltare quel silenzio ovattato che soltanto la neve sa regalare alle nostre orecchie.

Riaffiorano ricordi ricchi di poesia e quella luce che sembra risvegliare il pensiero leggero come un fiocco di neve.

Credo sia questa la felicità. L’attimo prima di un gesto. Lo stupore è felicità.

SCI! SCI! Sciator, riprende il vento, solo ardimento il mio motto sarà.

Il canto dello sciatore mi torna in mente, eppure non ho mai imparato a sciare. Ci penso con un sorriso e, nelle rare giornate di neve, vedo la mia bellissima città pronta a illuminarsi d’immenso e di inutili affanni.

Le previsioni meteorologiche arrivano puntuali e fedeli come i disagi legati alle nevicate accidentali, … lo stupore però non finisce quando la neve scende giù lieve.

Canto dello sciatore

Quando la neve scende giù lieve

non esitar, si deve!

Prendi il tuo sacco e lesto va

dove più fioccherà!

Se il suo rigore mette timore

a chi ha l’affanno in cuore

quando nel cuor c’è gioventù

non si resiste più!

Si va sulla montagna

dove la neve il volto ci abbronzerà

l’ardor che ci accompagna

come una fiamma il cuor ci riscalderà

Salir, sempre salir,

mentre la valle canterà così:

SCI! SCI!

Sciator, riprende il vento,

solo ardimento il tuo motto sarà!

Signorinella pallida e snella

smetti la tua gonnella,

la tua pelliccia di vison,

mettiti i pantalon!

Vecchio scarpone di ogni passione

vinci la tentazione

non abbracciar più la ninì,

ma i tuoi fedeli sci!

Si va sulla montagna

dove la neve il volto ci abbronzerà

l’ardor che ci accompagna

come una fiamma il cuor ci riscalderà

Salir sempre salir,

mentre la valle canterà così:

SCI! SCI!

Sciator, riprende il vento,

solo ardimento il tuo motto sarà!

La fotografia è di Simona Volpe.

Goccia di memoria

Ieri sono tornata in carcere.

Mancavo dal 5 luglio scorso, giornata di saluti, di auguri per una festa di compleanno, baci, abbracci, colori, disegni e pensieri.

Ieri sono tornata in quel luogo dove riecheggiano voce e ferraglia, memoria e presente. Sono tornata per raccontare e anche per ascoltare. Sono tornata per imparare e per condividere.

Sulla terra o ai piedi di un ghiacciaio viva sorgente. Sono tornata per essere goccia tra le gocce, mai sola. Per scavare la roccia e scivolare, diventare rigagnolo e ruscello, in pendenza gonfio di pioggia saltellante e un attimo dopo gorgheggiante torrente.

Superare sassi, lucidare l’aria di schizzi argentati sotto il chiaro di luna.

E sono tornata per tuffarmi nel fiume, corso d’acqua perenne che scorre impetuoso, a tratti lento in superficie a volte frugando e scavando meandri e grotte sotterranee con un unico desiderio, con lo stesso sogno: trovare il mare.

Il disegno della foto è di Fabrizio Fabbri (particolare della sedia)

Leggo ascolto disegno

Domenica 10 maggio a Matera nel giardino San Rocco, il disegnatore, fumettista FabrizioFabbri, in arte Bicio ha diretto un laboratorio creativo con sua moglie Ivana insieme a 19 bambini di età compresa tra i 4 e i 10 anni.

Fabrizio è un artista sensibile, vive a Castenaso (Bo) e, se per due giorni gli capita malauguratamente di stare lontano dalla sua matita, soffre di violente crisi di astinenza.

Un anno fa più o meno in questi giorni era qui a Matera per presentare una mostra personale di tele coloratissime e narranti, perché Bicio è anche un poeta. Nelle sue opere è facile cogliere il messaggio pennellato, un profilo che si staglia in mezzo al colore, una tridimensione silenziosa ma che ha tanto da dire. Con un tratto, una curva, un occhio sempre vigile…

Il suo è un genere molto apprezzato e noi siamo contenti di fare da vetrina alla sua produzione artistica e letteraria.

Vieni avanti, creativo” è l’ultimo libro di Fabrizio Fabbri, edito da Ellin Selae, un’associazione letteraria e casa editrice di Rivamonte Agordino (BL). Una realtà editoriale piccola e preziosa, attenta alla bellezza della natura, ai suoi profumi, alle lettere, alle parole… Un angolo di mondo letterario meraviglioso.

È stata un’esperienza piacevole e interessante quella vissuta domenica. In compagnia di amici, genitori, nonni e curiosi visitatori, i bambini hanno ascoltato uno dei racconti di Rudyard Kipling da “Illibro delle bestie“, (1902).

Il testo è una pubblicazione che fa parte di una collana che abbiamo chiamato LeggermenteClassici e che LeggereControvento Edizioni ha pensato di presentare ad un pubblico di lettori amanti della letteratura classica o anche solo curiosi simpatizzanti di quel genere letterario che tanti, forse troppi definiscono noioso e pesante.

Il primo libro della collana, Eugenia Grandet di Honoré De Balzac, (1833), essendo un romanzo serio e intenso, seppure emozionante, non poteva coinvolgere lettori giovanissimi, per questo abbiamo scelto per la seconda uscita un genere divertente, rivolto a ragazzi, bambini e a tutti coloro amano letture ricche ma che fanno sorridere.

Così è nata l’idea di creare leggendo, di immaginare ascoltando i fatti narrati a voce alta. Un esperimento di tipo conviviale che invita al confronto, a incontrarsi in un luogo diverso e originale, aperto a chiunque abbia voglia di farsi trasportare dalla bellissima e affascinante letteratura classica. Storie, novelle, racconti, fiabe, romanzi brevi, poesie.

Continueremo a meravigliare meravigliando noi stessi. A far nascere occasioni per leggere con leggerezza e controvento.

Il pane della terra

Pane e acqua è un’alimentazione ai limiti della sopravvivenza. Una volta in carcere si veniva alimentati a pane e acqua, una punizione carceraria. Immaginiamo il buio di una vecchia prigione, i muri umidi e storti e il rumore sordo di una gavetta di lamiera con pochi tozzi di Pane duro spruzzato di acqua.

Oggi il Pane duro viene usato in cucina per preparare piatti prelibati. Basta aggiungere qualche ingrediente: pomodoro, origano, olio, acqua, sale e voilà un piatto gustosissimo e profumato della tradizione contadina.

Eppure il Pane duro è il principe di questa storia, senza il quale, la principessa Acqua, si affannerebbe in oziosi sciabordii e per giunta trasparenti senza riuscire a rendere morbida la crosta dura, il profilo spigoloso, di quel pezzo di giovane Pane duro.

Invece s’incontrano per caso ma anche perché va di moda. La cucina povera rivisitata. Accostamenti agrodolci s’intrecciano creando mirabili e screziati effetti dai colori e sapori stuzzicanti.

Perché il pane avanza?

Perché ricco di carboidrati che se assunti in eccesso si trasformano in grassi che nutrono le cellule adipose responsabili della cellulite… La storia si ripete e le mode anche. Le donne ingrassano, poi digiunano e si allenano in palestra; gli uomini si allenano in palestra non digiunano e poi vanno a correre per sudare e sciogliere qualcosa.

A me piace il pane condito con l’olio, il sale, il pomodoro e l’origano. In estate ci affetto sopra la cipolla rossa e straccio due foglie di basilico per aggiungere odore e colore.

Il pane è essenziale. Appena sfornato è semplicemente irresistibile: fragrante, dorato, soffice.

Mi è venuta in mente Eugenia Grandet di Honoré de Balzac.

Nel 1806 a Saumur una giovane francese viene rinchiusa in casa a pane e acqua da suo padre, il signor Grandet, per aver regalato tutto il suo oro a Carlo, il cugino venuto da Parigi e di cui Eugenia si innamora.

L’avarizia di Grandet è una scorticante patologia da cui non guarirà fino alla fine dei suoi giorni. È inquietante la sua cupidigia e l’ossessivo bisogno di accumulare oro, soldi e proprietà, a qualunque costo. Accecato dall’avarizia, la sua esistenza incolore contrapposta alla luminosità d’animo di Eugenia lascerà impresso nel lettore un ricordo dell’avaro, che svanisce sbiadito e resta come una macchia di muffa sui muri ingialliti della sua casa.

Poi, più tardi la casa respira e della macchia non resta traccia.

Il nome di Eugenia, che nella prima parte del romanzo sembra un’ombra leggera e silenziosa che attraversa il corridoio e le scale cigolanti di una vecchia casa di campagna, improvvisamente dopo la morte di papà Grandet diventa un lievito madre, l’essenza della storia e un riferimento per tutti i personaggi che le ruotano intorno. Vigore e balsamo, determinazione e carità, Eugenia è una donna capace di amare sempre.

Essenziale come il pane, l’amore di Eugenia Honoré de Balzac Eugenia Grandet cambierà forma, colore, sapore ma resterà per sempre un esempio e il pane della terra e dell’umanità.

L’uomo che piantava gli alberi

Per Natale 2016 abbiamo regalato a una serie di selezionati amici un estratto dal volumetto L’uomo che piantava gli alberi di Jean Giorno.

L’abbiamo stampato su carta certificata FSC, Rismacqua avorio 110 prodotta da Cartotecnica Favini, piegato, tagliato allestito e cucito con filo di rafia a mano in un unico trentaduesimo, rispettando i canoni artigianali della confezione editoriale.

 

Il breve racconto contenuto in questo libretto è stato scritto a metà del secolo scorso ed è stato tradotto per la prima volta in italiano venti anni fa da Salani che l’ha pubblicato in numerose edizioni corredandolo sempre con disegni di molti e diversi bravi illustratori.
Noi, te ne proponiamo la semplice lettura con l’augurio di un annonuovo pieno di cose belle e felici. Desideriamo che anche tu, proprio come Elzéard Bouffier (così si chiama il protagonista di questa storia), contribuisca a rendere più bello il mondo anche solo con la pazienza e la laboriosità e con le tante piccole cose che fai, seminando bellezza ogni giorno con semplicità, trasformando così un brullo deserto in una lussureggiante foresta.
Noi speriamo anche che nell’annonuovo le iniziative dell’associazione culturale Leggere Controvento ti vedano coinvolta e riescano a offrirti emozioni vere e condivise da cui trarre nutrimento e respiro per il tuo cuore e per la tua anima.

Buon annonuovo. Bonne année.

Roxanne et Benjamin Bouffier

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© 1980 EditionGallimardes

Titolo originale: L’homme qui plantait des arbres (1950)
Traduzione in italiano di Luigi Spagnol
© 1996 Adriano Salani Editore S.p.A. dal 1862

Per saperne di più e acquistare la traduzione italiana

 

 

UNA QUARANTINA CIRCA DI ANNI FA, stavo facendo una lunga camminata, tra cime assolutamente sco- nosciute ai turisti, in quella antica regione delle Alpi che penetra in Provenza. […]