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21 Settembre

“Più o meno 10 pagine al giorno”

«Dove non mi hai portata», Maria Grazia Calandrone

«Quattro anni di matrimonio senza figli, la colpa deve essere per forza della donna. Una donna che non è buona a fare figli non vale niente, è materia morta:

“Vai a Termoli a farti curare!”

Per aumentare la fecondità, la mutua passa rapidi trattamenti di acque termali, le cui proprietà – per così dire – fertilizzanti sono state scoperte a inizio secolo, forse registrando un’ improvvisa impennata di presenze nei nuclei familiari di coloro che vi si bagnassero. Negli anni Sessanta del Novecento si ripone tanta fiducia nell’azione dell’ acqua mineralizzata che Sophia Loren si avvale apertamente dei benefici di quella che sgorga in Salsomaggiore verso fine decennio.

Si tratta comunque di terapie dolci, non invasive: una settimana di insufflagioni di vapore, applicazioni di melma sul basso ventre, ivi spalmata in luogo di mutandina ( funghi pelvici) e immersioni in vasche di acque ricche di sali sulfurei o salsobromoiodica, che pare incoraggino la microcircolazione uterina e la funzionalità ovarica, oltre ad avere proprietà antinfiammatorie e riequilibranti dei valori ormonali. Ultima, la meccanica: una serie di irrigazioni profonde scolla aderenze e sblocca tube ipoteticamente occluse, attraverso l’azione della pura forza idraulica.

E Lucia parte, prende tre corriere e va a farsi infangare, spiccare l’umido dalle membrane e investire da getti di condensa nelle piscine della riviera. Lucia compra un costume, per scivolare dentro l’acqua fossile, risalita dal buio sotto la terra».

Pag. 65-66

14 settembre

Più o meno 10 pagine al giorno è un semplice gioco di lettura condivisa. Riportiamo di seguito una pagina scelta tra quelle lette fino a oggi.

«Dove non mi hai portata» di  Maria Grazia Calandrone

“Oggi sono alla guida della mia Panda. Accanto a me, mia figlia Anna, di tredici anni. Anna ha deciso di starmi vicina e accompagna il nostro viaggio all’origine con una colonna sonora scelta da lei, dolce e allegra. Le sono grata per questo. Ogni tanto cantiamo. Sono disponibile ad assorbire il paesaggio che hanno visto gli occhi di mia madre.

Scrivo solo su quaderni a spirale coi fogli vuoti, senza righe o quadretti. Comincio ad appuntare frasi impressionistiche sui luoghi, che, col passare dei giorni e dei mesi, diventeranno appunti sulla vita di mia madre, interviste, esame di fascicoli d’archivio. Infine, una vera e propria investigazione su Lucia e tutto ciò che la riguarda.

A cominciare dal nome del suo paese, Palata, che scopro provenire da una lingua fluviale: la palata è uno sbarramento di funi e catene che, avvinto da un fascio di pali, impediscono il passaggio dell’acqua. Una dogana.

Se la borsa non basta, il prezzo sia la vita.

Per acqua nel fiume.

Ma Palata può anche significare sostegno, una svelta sequenza di tronchi infissi in verticale nel terreno, legati con traverse e controventi in filo di acciaio, che rinforzano al mezzo ponti e passaggi.

Ostacolo o sostegno. Come tutto.

[…] Quando mamma Amelia frigge la pasta cresciuta col lievito, Lucia ride e corre intorno al tavolo della cucina, battendo le manine.

“Sent chest criatur comm rir”.

Il dialetto si mangia le vocali. Altrimenti, Amelia a mezzogiorno presenta in tavola la solita solfa di pasta con le verdure o coi legumi: sagne con le cicerchie o coi fasciuàl, i borlotti nel coccio.

Tanto Lucia ha sempre fame, si mangia pure lo zuppone di farro coi broccoli, ma preferisce l’asciutto, i cavatelli soprattutto, l’impasto fatto a mano con l’incavo al centro, dove la salsa di pomodoro si raccoglie in concentrati di sapore».

Pag. 12-14

Settembre 24 | “Dove non mi hai portata” di Maria Grazia Calandrone

“Più o meno 10 pagine al giorno”

Libro scelto e votato dal 10 settembre

Dove non mi hai portata di Maria Grazia Calandrone

1965. Un uomo e una donna, dopo aver abbandonato nel parco di Villa Borghese la figlia di otto mesi, compiono un gesto estremo.

2021. Quella bambina abbandonata era Maria Grazia Calandrone. Decisa a scoprire la verità, torna nei luoghi un cui la madre ha vissuto, sofferto, lavorato e amato. E indagando sul passato illumina di una luce nuova la sua vita.

Dove non mi hai portata è un libro intimo eppure pubblico, profondamente emozionante e insieme lucidissimo.

Attraverso lo specchio del tempo racconta una scheggia di storia d’Italia e le vite interrotte delle donne. Ma è anche un’indagine sentimentale che non lascia scampo a nessuno, neppure a chi legge.

7 settembre

“Una voce dal profondo” Paolo Rumiz

Più o meno 10 pagine al giorno è un semplice gioco di lettura condivisa. Riportiamo di seguito una pagina scelta tra quelle lette fino a oggi.

“La mia terra è un sismografo di pietra. Sta in alto a destra della mappa d’Italia, e si chiama Carso.

È un sensibile, cavernoso promontorio affacciato sul mare. Nel suo ventre, una basilica alta come la basilica di San Pietro, misura con un lunghissimo pendolo le maree terrestri, mentre intorno mille strumentazioni registrano ogni tremito del mondo.

Ecco. I campi Flegrei sì sono rimessi a ballare. Sul vulcano più abitato della Terra, la folla dorme per strada o non dorme affatto. Sempre lo stesso film. La parola “paura” riempie la rete e, dopo mille anni di mala edilizia, la politica campa ancora di emergenze e ignora la prevenzione.

Ma il Carso segnala uno spettro di tremori ben più largo e inquietante. Dietro casa, nel bosco, passano i laceri afgani in fuga dalla miseria; sotto il paese sono transitati fino a ieri donne, vecchi e bambini in cerca di una tregua dalla macelleria ucraina.

Qui, al capolinea della rotta balcanica, so che a cinque minuti da casa mia, quei popoli in cammino possono vedere il mare dopo miglia di terraferma e reticolati.

Verso l’Isonzo, a nord-ovest, vigne crescono su pietra bagnata dal sangue della Grande guerra. E su un crinale boscoso a sud, a meno di un chilometro hai ancora le garitte della Cortina di ferro.

Intorno, ricompaiono i reticolati. Il Medio Oriente è di nuovo in fiamme. Guerre dappertutto.

l’Europa tace, scompare, e io sento di vivere questo luogo, e la lingua nuova che vi risuona, come l’ultimo rifugio dall’annichilimento.

Vivo il Carso come una tregua dal mondo avvelenato dal nazionalismo e dal consumo.

La mia terra ha un suono speciale. Non più il La minore della Sicilia e nemmeno il Sol maggiore di Napoli. Va oltre le tammorre e le fisarmoniche d’ Appennino.

È un vibrato già turco, intriso di nostalgia e segnato da fughe verso il klezmer. Un suono che arriva dal Danubio, il Volga, le terre della Bibbia, l’Oriente.

Il mio è un mondo stabilmente sottosopra, dove acque senza regola si inabissano e riemergono a piacer loro nei punti più inaspettati e dove fonti sgorgano in cima a colline alimentare come Aretusa in Sicilia, non si sa da quali acque.

Con le piogge autunnali, le valli diventano luoghi percorribili in canoa e poi ridiventano valli, coperte di menta e fiori selvatici gialli e viola”.

Paolo Rumiz ” Una voce dal profondo”

Narratori – Feltrinelli

Pag. 273/274

31 agosto 2024


“Una voce dal profondo” Paolo Rumiz

Più o meno 10 pagine al giorno è un semplice gioco di lettura condivisa. Riportiamo di seguito una pagina scelta tra quelle lette fino a oggi.

“Il giorno della partenza, il mare di Napoli aveva un colore verde bottiglia. Lo salutai con un po’ di magone. Il cielo era indaco purissimo; il vento, leggero come un aliseo.

A nord-ovest vedevo già Capua, e oltre il Volturno, i monti del Matese.

Ero conscio di essere a un bivio. Per seguire il filo della storia – l’autostrada dei terremoti – dovevo dirigermi a nord lungo la dorsale appenninica e abbandonare un percorso altrettanto interessante, quello dei vulcani; una linea che dal Vesuvio puntava su Roccamonfina e continuava verso la caldera del lago di Bolsena e oltre, marciando la Penisola con una sequenza di crateri sul lato del Tirreno.

Monti Vulsini, isole Pontine, Ventotene, Colli Albani, laghi laziali; e poi ancora in Toscana, isole di Capraia, Gorgona e Giglio, Monte Amiata e Isola d’Elba.

Il romanzo flegreo continuava ripetendo, anche se in tono minore, il rombo delle tante delle Eolie. Con fenomeni geotermici e piccoli terremoti, segnava i punti dove il magma premeva ancora sotto la superficie. Chissà che rapporto esisteva, mi chiesi, tra quelle turbolenze terrestri e le popolazioni che nei millenni avevano scelto di viverci sopra. Romani, Etruschi, e compagnia bella.

Molti di quei vulcani in sonno, segnavano la Storia”.

Paolo Rumiz, (Una voce dal profondo) pag.205

Narratori – Feltrinelli

24 agosto 2024

“Una voce dal profondo” Paolo Rumiz

Più o meno 10 pagine al giorno è un semplice gioco di lettura condivisa. Riportiamo di seguito una pagina scelta tra quelle lette fino a oggi.

“Mi avevano detto che nella terra di Pitagora, appena nasci, sai già di dover andar via. L’anima dei luoghi si spegne, la loro voce è un canto perduto.

Anche lì abitava una gloriosa pluralità legata all’idea di nazione. La Basilicata era stata greca, sveva, normanna, ebraica, bizantina e longobarda, ma non se ne parlava.

Eppure, quando Pitagora di Samo, passeggiando lì a poca distanza sulle rive dello Jonio, concepiva i suoi teoremi, le mie genti del Nord si dipingevano ancora la faccia di blu. Chi ero io, pensai, di fronte alla storia di quei luoghi?

Scavalcando un crinale dopo l’altro, riflettevo sul fatto che nessun Brunelleschi avrebbe potuto costruire la cupola di Santa Maria del Fiore senza le intuizioni matematiche concepite in quelle terre; e che pochissimi miei connazionali sapevano che la Magna Grecia non era in Grecia ma in Italia.

Tricarico è stato a lungo il capoluogo di quel mondo. Lo capisci da una rete ancora attiva di giardino saraceni, con accanto una moschea e due sinagoghe. E hai ancora un quartiere normanno, due quartieri arabi – la Saracena e la Rabatana -, una rete tuttora efficiente di canalizzazioni e una chiesa che fu greco- bizantina e conserva nelle sue pietre tracce di preghiere ad Allah.

Tricarico aveva quasi ventimila abitanti quando Firenze ne aveva trentacinquemila. Oggi è ridotta a meno di cinquemila. Come spiegare a chi parla di «sostituzione etnica» che quei luoghi hanno cominciato a decadere proprio quando è iniziata, sotto l’influenza spagnola, l’ossessione per la limpieza della razza?”

[… Tutto tornava. Il Sopra e il Sotto si parlavano. Le porte e le finestre dei Sassi erano il varco tra il giorno e la notte. La mirabile perizia tecnica mostrata dai costruttori della Matera rupestre nascondeva un mondo sacrale venuto da oltremare.

I terrazzamenti della città di pietra, adibiti a giardino, erano stati anche santi perimetri quadripartiti, orti conclusi, in persiano pairi daesia (da cui Paradiso); linee di difesa contro il nulla demoniaco del deserto, disegnate da sciamani su uno schema zoroastriano che poi avrebbe influenzato il chiostro e l’interno di moschee come quella grande di Damasco “.

Paolo Rumiz, (Una voce dal profondo) pag.122/127

Narratori – Feltrinelli

Atlante sentimentale dei colori: arancione

C’è un libro che ci ricorda di non pensare secondo l’abitudine. Si intitola Atlante sentimentale dei colori. Lo ha curato Kassia St Clair.

Per gli antichi greci  il mare non era blu ma «colore del vino» così c’è scritto nell’Iliade. I colori si animano, hanno carattere e personalità, non solo sfumature.

Per questo abbiamo pensato al nostro amico Stefano che di storie ne conosce tante e attraverso il disegno e gli acquerelli ridisegna il mondo poeticamente e ci invita a seguirlo.

I colori hanno fatto la nostra storia e Kassia St Clair narra mirabilmente la vita di 76 tra tonalità e sfumature di colore scoperte e inventate dall’uomo.

Corteo di oche (S. Faravelli)

https://www.stefanofaravelli.it/il-serraglio-immaginario

Kandinsky diceva che l’arancio è come un «rosso avvicinato all’umanità del giallo»

Furono gli impressionisti a eleggere l’arancione un colore importante con il dipinto che dà il nome al movimento Impressione sol levante di Claude Monet.

Erano gli anni in cui gli artisti, infervorati dalle teorie ottiche sui contrasti del colore ne fecero un grande uso di arancione. 

E Kassia St Clair elenca e descrive la consapevolezza dell’arancione olandese, dello zafferano, dell’ambra, del ginger del minio e del carne o effetto nudo.

Il viaggio è appena cominciato: nel 1502 il nome Orange fa una delle prime apparizioni in società quando Elisabetta York comprò dei «manicotti di ermisino arancio» per Margaret Tudor.

Arancione è il colore delle tute dei prigionieri di Guantanamo, dell’Agente Arancio (il desfoliante usato dai militari americani per irrorare i territori del Vietnam durante il conflitto) e, dall’ 11 settembre indica il secondo più alto livello di allarme terroristico negli Stati Uniti.

E ancora, le scatole nere sugli aerei di fatto non sono nere ma arancioni, nella speranza siano più facilmente rintracciabili. E ci sarebbe ancora tanto da dire. Sono storie straordinarie.

Kassia St Clair, Atlante sentimentale dei colori, UTET

17 agosto 2024

“Una voce dal profondo” Paolo Rumiz

Più o meno 10 pagine al giorno è un semplice gioco di lettura condivisa. Dopo una settimana riportiamo di seguito una pagina scelta tra quelle lette fino a oggi.


“Era una notte di poca luna accarezzata da un lieve Grecale, saturo di profumi. Essenze di bergamotto, zagara, ginestra e gelsomino scendevano dall’Aspromonte, annunciando un’esperienza sensoriale completa. Quando partimmo fluttuando nel buio come un pesceluna, ci salutò una stella filante verde che parve bucare la vela di randa e poi puntò sulla luce rossa pulsante del faro di Capo Peloro, lontano, l’uscita dal malpasso. Una famiglia di delfini ci superò da sinistra, con le costellazioni riflesse sulla schiena. Poseidone si mise a rimescolare il mare, creando mulinelli in un frastuono simile a quello di un torrente su un letto di ciottoli.

Non era solo l’urto tra Jonio e Tirreno, ma anche il precipitare dei venti di Sicilia e di Calabria ad agitare i pendii popolati di castagni e ulivi, per poi “contendersi il centro del canale” provocando una tempesta con le acque in collisione. Quella Jonica ghiacciata e quella tirrenica, più calda di undici gradi.
Già sapevo che nello Stretto nuotare contromano significa restare fermi rispetto alla spiaggia. Quello che ignoravo era che, nel gioco tra marea montante e scendente, Jonio e Tirreno si danno battaglia mescolando acqua e aria e dando vita a tempeste e cicloni sommersi. Giuseppe mi disse che quel putiferio idrodinamico nascondeva un misterioso punto morto a quota zero, simile all’occhio del ciclone, il cui nome greco carico di energia era “anfidromico”. Mi avvertì che, se poi la corrente e il vento si fossero scontrati, avrei assistito a una favolosa danza idraulica. Lo Stretto era una polveriera. Non solo i mari, ma anche le montagne andavano in collisione in quel punto.
Da perdere la testa.
I suoni erano tali da stordire e ammaliare nello stesso tempo. La pancia dello scafo rimandava, al suo interno, una polifonia di sussurri, muggiti, tuoni lontani. Fuori, la corrente friggeva come una padella d’olio ad alta temperatura. La montante tuonava. Le acque migravano come fiumi, il borbottio dei traghetti nel buio ci tagliava la strada nelle due direzioni.
Oggi, se ripenso a quelle voci nella notte, le leggo come una parte di un’unica sinfonia, una suite forse, che include i soffi sulfurei dell’Etna e il muggito del traghetto per Pantelleria, il grido nella solfara di Trabia, il tuono del grande organo di Ragusa Ibla, ma soprattutto il lamentoso rotolio avvertito nelle viscere di Alicudi, che mi spingeva a riscrivere su un’unica partitura anni di viaggi italiani.”


Paolo Rumiz (Una voce dal profondo)

pag. 74/75
Narratori- Feltrinelli

Agosto24 | “Una voce dal Profondo” di Paolo Rumiz

Ricomincia “Più o meno 10 pagine al giorno” un gioco di lettura che  Leggère Controvento ha avviato nel 2019 e poi interrotto.

Il 10 del mese inizia la lettura di un libro, l’obiettivo è leggere insieme per intrattenere e appassionare.

Chi lo desidera potrà trascrivere e condividere brevi ritagli del testo che hanno suscitato particolari suggestioni.

∆ L’intento è quello di promuovere la lettura, il pensiero e usare poco il telefono.

Il libro del 10 agosto è “Una voce dal profondo” di Paolo Rumiz. Buona lettura!

La febbricola che fa sussultare lo scheletro

  • È singolare come restare a casa per aver preso l’influenza possa far venire voglia di scrivere e raccontare.

Il ritmo cambia e pure come un martello pneumatico la testa rimanda colpi sonorizzati dalle orecchie al cervello ma ci sono cose che prendono una forma interessante, quasi aggraziata.

Quando le ore del giorno e quelle della sera le guardi perché sono equamente distribuite senza lasciare il minimo spazio tra il lavoro e lo studio, e riprendono poi sempre uguali scavalcando il breve spartitraffico notturno del sonno, accade qualcosa di strano e misterioso.

Ci si comprime come bombolette sotto la pressione di un gas con la struttura elettronica chiusa, un gas nobile, inerte.
Ma di chimico c’è ben poco da raccontare se, in questo sostare, sentire, stare sospesi e sognanti, tornano alla mente le figure retoriche appena studiate nella cantica dantesca, un allitterare spontaneo fiorisce e ‘spande’ profumo.


Il tavolino c’è, lo vedo insieme a Parmenide. Lo sovrasta una torre di libri penne e quaderni mentre dall’alto della torre mi giunge, assalita da un rumore di ferraglia, la voce di Arcite e Palamone che si innamorano della stessa donna, Emilia… They were taken prisoner and locked in a dark tower. Both fell in love with Emily, Hippolyta’s sister, and they fought…
Chi avrebbe mai immaginato di conoscere i racconti di Canterbury di Chaucer Geoffrey e soprattutto di fare così tanta fatica per imparare a leggerli e provare a comprenderli in lingua originale.

Eppure la febbricola che fa sussultare lo scheletro allertando il sistema immunitario di un corpo comune a tanti altri, suggerisce sempre qualcosa, fa riaffiorare sul filo della mente questa e altre stepitose avventure che vivono rinchiuse nel libri come i tesori preziosi di un forziere in bella vista. Biblioteche, librerie, storie di treni che viaggiano con i libri e libri nei parchi e sulle panchine, dentro colorate cassette riverniciate.

Serve però l’atto di prenderli in mano e aprirli e un attimo dopo dimenticare il posto dove stai per viaggiare davvero come i tanti famosi personaggi delle fiabe più belle.


Cosa c’è di più bello di studiare, imparare, conoscere?
Socrate non si accontentava di dare una definizione a una cosa, piuttosto invitava a cercarne il valore, l’essenza. La bellezza cos’è? Come ci insegna Socrate il dialogo non rivela il sapere, piuttosto ci mostra l’inconsistenza dello stesso sapere. Allora dobbiamo cercare in noi stessi attraverso un’esperienza che è viaggio incessante e che potrebbe chiamarsi verità interiore, siamo vicini al divino, un valore universale.

Quanto scrivo nasce da una piccola febbre, naso costipato, mal di testa. Nasce dalla necessità di stare qui ferma a casa e aspettare di guarire mentre tutto continua, non cessa. Anzi rotola, corre, prosegue con orari, tappe, mappe, compiti, appuntamenti. Io mi stanco, sono lenta e cammino con l’affanno per stare dietro a questo mondo che premia le sincronie. Tutto subito e in tempo e io sono sempre in ritardo. Puntuale ma abbracciata da un intimo e affettuoso ritardo.