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9 novembre

“Più o meno 10 pagine al giorno”

Allora come va questa storia di Vittoria?
Si complica.
Ti complica, Lea.
No, Luigi, non mi complica, ma mi riguarda e non so perché.
Te lo dico io?
Tu lo sai?
No, non lo so, ma ci ho pensato.
Cioè?
Non ti piace non sapere le cose che ti capitano
intorno, non ti piace pensare di aver frequentato o anche solo incrociato una persona per vent’anni e non aver lontanamente immaginato niente oltre ciò che vedevi, e che tutti abbiamo visto, quindi non sei l’unica, però tu ti senti stupida.
I ferrovieri sapevano che era sposata.
E vabbè, Lea, i ferrovieri lo sapevano.
Luigi, non solo sapevo poco di lei, ma quel poco che sapevo era sbagliato.

Il vento aveva scarmigliato le foglie della pergola, diffondendo nell’aria il rumore di una stoffa che fruscia. Un motorino aveva inchiodato e, al fischio della frenata, era seguita una bestemmia.

Voltandomi in direzione della voce che aveva pronunciato invano prima il nome di Dio e poi quello della Madonna, avevo inquadrato la nuca delicata di Luigi, con l’attaccatura lanceolata dei capelli che era passata intatta, una fotocopia, sulla testa di Silvia.

Non capivo se lo amavo perché spesso lo guardavo da vicino, o se lo guardavo spesso da vicino perché lo amavo.


E se invece, Luigi, il mio non sopportare di non capire, il mio, come dici tu, sentirmi stupida, non c’entrasse niente?, se mi fossi resa conto che avrei voluto stare con lei?
Lea, lasciatelo dire da tuo marito, non ti piacciono le donne.


Si era allungato per baciarmi, avevo girato la testa.
Va bene, Lea, allora ti piaceva Vittoria, scegli la versione semplice, per me va bene, è la tua vita, ma c’è una parte della tua vita che è mia, e perciò, ascoltami.


Gli avevo chiesto un accendino, più di così non riuscivo a fare.
Che significa che una persona ti piace, Le’?, non è niente dire che ti piace una persona, è l’indicazione che vuoi starci vicino, una misura di prossimità, però quando ci arrivi vicino, riesci a vedere quello che ha intorno, ed è il contesto, o come vuoi chiamarlo, che alla fine ti piace.

Per questo è facile innamorarsi ma amare è complicato, perché, spesso, non solo ti piacciono le cose che la persona di cui pensi di essere innamorata ha intorno, ma ti piacciono pure le persone che le stanno vicino, è difficile, è una specie di campo di forze.
Ma che significa, Luigi?
È come il campo elettrico o il campo magnetico.


E quindi?


Non si dice gregge di forze ma campo di forze perché è una caratteristica dello spazio, e pure l’amore è una caratteristica dello spazio. Una persona, dove vive, chi ha intorno.
Ma che dici, Luigi?
Che mi sono innamorato di te pure per la tua famiglia, per esempio.
A me invece tua madre non è mai piaciuta.
Ma che hai fatto alla testa?
Sono inciampata, ma sta già passando.

Pagg. 249-252

2 novembre

“Più o meno 10 pagine al giorno”

Chi dice e chi tace, Chiara Valerio

“Ogni tanto riflettevo sul fatto che mio padre e mia madre mi avevano dato un nome corto perché non volevano venisse abbreviato, come sempre succede dalle nostre parti. Ed era stato inutile.

Avevo conosciuto Alba il primo giorno delle superiori. Probabilmente non saremmo diventate amiche se non ci avessero messe nello stesso banco. In seconda fila, a sinistra della cattedra, sotto la finestra.

Mi distraevo spesso a guardare i treni, il liceo Vitruvio Pollione dà sulla stazione di Formia. Sul frontespizio sta scritto POST FATA RESURGO. La sezione A era quella dei figli di papà, delle famiglie bene di Formia, di quelli che sarebbero diventati professionisti. Ingegneri, avvocati, medici, professori di scuola superiore o università.

Io c’ero finita perché avevo vinto la medaglia d’oro alle medie, studiavo tanto, me ne volevo andare ma senza farlo vedere, speravo fossero le cose a portarmi via. La medaglia d’oro mi aveva condotto al liceo classico sottraendomi all’istituto magistrale. Nemmeno mia madre aveva potuto opporsi. Quindi studiavo e leggevo tanto per aiutare le cose a trascinarmi da un’altra parte. Se non avessi incontrato Luigi, forse sarei arrivata ancora più lontano.

Fatto sta che al ginnasio della famosa scuola formiana ero quella vestita peggio.

Mio padre diceva Poveri sì, sporchi perché? Ero la più povera e la più linda. Credo che all’inizio io e Alba fossimo diventate amiche perché Alba non aveva capito da dove venivo. E non lo aveva capito fino a quando al primo colloquio era arrivata mia madre, molto linda, molto elegante, lo è sempre stata. Un’ eleganza che, a osservarla bene, aveva a che fare sì col gusto naturale che certamente possedeva, ma prima ancora col decoro.

Osservavo le professoresse, i miei compagni di classe e speravo mia madre non si accorgesse dei sorrisetti, del sussiego, della condiscendenza. Non che ci fosse molto da dire, ero la più brava della classe. Che in quel mondo non significa essere un genio, ovviamente non lo ero, ma che la mia bravura era il risultato, la conseguenza della mia classe sociale, delle privazioni e dei limiti. Ci sono cose che le donne possono fare e che quando ero ragazza negli anni Sessanta non potevano fare, ma c’erano cose che i poveri, come ero io, potevano fare e che oggi non possono più fare.

Sì, questo significa, si accorava Luigi quando ne parlavamo. Luigi, quando avevamo avuto le bambine, non poteva concepire le differenze tra maschi e femmine, la prendeva come un’offesa personale.

Quando gli avevo fatto leggere la voce donna e i sinonimi sull’enciclopedia si era messo a piangere e poi era andato nel capannone sistemare l’impianto elettrico e a costruire un mobile. La sera, quando era rientrato per cena, era più calmo e aveva un’unghia viola forse per la martellata, era distratto.

Mi chiedevo dunque se Alba, col suo gatto egizio, percepisse per la prima volta una differenza di classe a suo sfavore davanti alla quale non era mai stata messa, o la stranezza non dipendesse invece dal fatto che noi eravamo cresciute in un tempo dove né cani né gatti si compravano, mentre le nostre figlie cominciavano a camminare in un mondo dove tutto si poteva comprare e vendere. Un posto dove accudimento e cura cominciavano ad avere un prezzo».

pgg.190,191,192

26 ottobre

“Più o meno 10 pagine al giorno”

“Chi dice e chi tace” Chiara Valerio

«Mi era capitato spesso che Vittoria, incontrandomi per strada, mi prendesse sotto braccio. Camminavamo sull’Appia fermandoci ogni tanto per guardare le vetrine, o che qualcuno ci salutasse e di scambiare due parole.

Qualche volta avevamo allungato la strada verso casa scendendo sul lungomare per la via che portava alla villa e risalendo per quella che costeggiava la scuola elementare, ci separavamo al semaforo di via Olivella, io entravo e lei tornava indietro, fino a via Romanelli.

Talvolta si fermava a bere un kir al bar Haiti. Certe altre lo bevevamo insieme.

Di che cosa parlavamo?

Le piacevano i fiori, le foglie, le erbe, le conchiglie, le barche. Le barche moltissimo, le navi anche. Le piacevano la Darsena e lo Scoglio, le piacevano le palme e gli oleandri. Le piaceva il pesce arrosto, i vagoni dei treni, specialmente le carrozze ristorante, i ricci di mare, il mare, le passeggiate in città sconosciute, i cani, i gatti, i bambini spiritosi, il sole tra le foglie, i bar, i giochi di carte e anche la Coca-Cola. Le piacevano le cannucce.

Discutevamo spesso di storia, la storia le interessava, e anche a me. Mi chiedevo quante delle cose che Vittoria amava fossero a Scauri, e oltre al mare, al pesce arrosto, alle cannucce colorate e ai ricci quando era stagione, mi dicevo nessuna.

Avevo frequentato l’asilo e la primina dalle suore e imparato, come molte, a camminare sotto braccio. Non so se lo avessi imparato, ma ne avevo l’abitudine. Poi questa abitudine era scomparsa e con nessuna delle mie amiche lo facevo.

Con Vittoria sì, forse una differenza di generazione. Mia madre in effetti mi prendeva sotto braccio. Una volta, avevo incontrato Vittoria davanti a una scuola elementare, stava ferma, il sole le faceva brillare i capelli bianchi che cominciavano a comparirle alla testa, a osservare un gruppo di bambinetti che si preparava a uscire da scuola, forse per una gita.

Vittoria, senza sorridere, ma con quei suoi occhi sabbiosi e mobili, osservava le mani dei bambini aggrappate a un’unica sciarpa. La maestra, probabilmente, aveva detto loro di non allontanarsi e inventato l’espediente della striscia di stoffa.

Così i bambini sembravano i mille piedi di un millepiedi. L’avevo chiamata,  voltandosi mi aveva fatto un cenno con la mano. Sai,  aveva  detto, non vedevo una cosa del genere dalle mie scuole materne. Le suore ci facevano camminare così.

Non aveva aggiunto altro e io non avevo chiesto quali suore, quali scuole, dove accadeva, chi erano le compagne di classe, e non perché non fossi curiosa ma perché subito Vittoria mi aveva anticipato.

Andiamo, aveva detto, ti accompagno in ufficio. Mi chiedeva di Luigi e delle bambine, dei miei genitori, e io parlavo parlavo parlavo talvolta addirittura male  lamentandomi, e le risposte andavano dal sorriso al riso, a qualche esclamazione di divertimento o dispiacere.

Vittoria mi prendeva sottobraccio, mi stringeva il polso, mi passava un braccio intorno alla vita e mi tirava a sé come per scuotermi o cullarmi. Mi toccava, mi sfiorava pur senza parlarmi, le sue mani commentavano. Uno deve pur dire qualcosa durante la vita coniugale, no?

Sì, rispondevo, sì, certo.

Non ho mai saputo niente di lei, ma solo ciò che faceva a Scauri. E, in fondo, non lo sapevo nemmeno da lei.

Capisco adesso che Vittoria era entrata a fare parte della mitologia del paese, e pure che quella mitologia, che pareva spontanea, era forse indotta da Vittoria stessa. Dalla sua sobrietà, dalla sua reticenza a commentare fatti con le parole.

Vittoria parlava poco, la sua timidezza era però entusiasta. E in questo suo parlare era diversa da noi. Veniva da un’altra parte. Ancora di più di Linona, la farmacista. Da case con i libri, da abitudini ai ricevimenti e alle chiacchiere, ai viaggi, da una storia che non ci riguardava, piena di passati remoti di chi la storia la scrive. Adoro i vagoni letto e le carrozze ristorante.

Eravamo povera gente, per usare un’espressione della madre di Luigi, e Vittoria no.

Mi chiedevo cosa pensasse di noi. Forse, visto che Mara era della nostra specie, le piacevamo. Ci aveva scelto. Aveva voluto sedurci tutti. Ma perché?

Chissà se al posto di Vittoria avrei fatto lo stesso e se la sua era stata una scelta. O era capitato. O si doveva nascondere. La morte di Vittoria ci aveva svelato ciò che per Vittoria era chiaro, e cioè che di lei non sapevamo niente».

pgg. 122, 123

19 ottobre

Più o meno dieci pagine al giorno “Chi dice e chi tace”, Chiara Valerio

“La chiesa di Sant’Albina era un mostro di cemento armato immaginato e costruito da qualcuno che doveva aver studiato Le Corbusier senza averlo capito. O forse non lo capivo io. Poteva essere. Ero cresciuta in un paese dove architetto aveva il significato di persona pretenziosa e dove ben due bambine in classe di Giulia si chiamavano Enea perché il nome termina in a.

Potevo dunque accettare di non capire l’architettura della chiesa in cemento armato grigio topo e pianta poligonale dalle cui feritoie – non erano finestre – si vedevano le fronde dei pini.

D’altronde Vittoria era improvvisamente morta. Ed era improvvisamente sposata. Nemmeno questo avevo saputo in venti anni.

Avevo cominciato a parlare rivolta alle pigne in bilico sui rami che verdeggiavano oltre i vetri.

Avvocato Pontecorvo, sarebbe un errore e sarebbe doloroso finire in tribunale per una questione del genere, soprattutto non ci sono margini per il giudizio.

Sono nel pieno diritto.

Non è così, avvocato Pontecorvo, l’acquisto del loculo e il pagamento del servizio funebre presso le onoranze Paradiso sono una dichiarazione limpida di intenzione.

Le vostre onoranze funebri si chiamano Paradiso?

È un cognome avvocato Pontecorvo.

Voi quindi, qui a Scauri, morite e passate tutti in Paradiso? Rimanete lì per sempre?

Capisco il sarcasmo, ma è proprio così.

E mi faccia capire, avvocato Russo, Vittoria avrebbe comprato due loculi in Paradiso per metterci in uno la parte superiore del corpo e nell’altro la parte inferiore e avrebbe pagato due servizi funebri?

Conoscevo bene mia moglie, era una vanagloriosa, ma non di questo genere, dalla cintola in giù e dalla cintola in su?

Uno dei loculi è a nome di Mara Amadasi.

Non sono a conoscenza di rapporti parentali di qualsiasi grado con la signora Amadasi, ma non mi stupisce affatto che Vittoria abbia regalato un loculo, è sempre stata una donna originale.

Mara e Vittoria vivevano insieme”.

Pagg. 69-70

12 ottobre

“Più o meno 10 pagine al giorno” è un semplice gioco di lettura condivisa. Riportiamo di seguito una pagina scelta tra quelle lette fino a oggi.

“Quel giorno di Madama, vedendomi fuori dal cancello con un cane anziano, una donna dai capelli scuri appena sopra le spalle mi era venuta incontro sorridendo. Con un gesto deciso della testa, rapido, aveva liberato l’occhio destro da una banda di capelli. Occhi non chiari ma pieni di luce, portava un cappello di paglia che aveva visto giorni migliori, pantaloni morbidi, un maglione bianco a trecce, stringeva un paio di cesoie. Anche mia madre lavorava la terra e aveva una sua eleganza, ma Vittoria sembrava uscita dalle pagine di Oggi dove di tanto in tanto leggevo i servizi sui reali in esilio.

Sembrava una principessa araba in una tenuta di campagna toscana.

Invece dietro di lei c’era solo il palazzotto malmesso. Un giardino in disordine e l’intonaco crepato. Era appartenuto ai Nocella, che prima del fatto del cavallo possedevano tutta la terra dall’ Appia alla ferrovia.

Mi chiedevo se fosse possibile lasciarle il cane per un paio di giorni, e quanto costa. Così le avevo detto, senza nemmeno un buongiorno di circostanza.

Vittoria, continuando a sorridere, mi aveva risposto Intanto entri e si accomodi, vuole un bicchiere d’acqua, un caffé? Sciroppo di tamarindo?”.

Pag. 20

5 ottobre

“Più o meno 10 pagine al giorno”

«Dove non mi hai portata» Maria Grazia Calandrone

Era lei. «Bellissima statua sommersa»

L’abbiamo capito subito, che si tratta di lei.

Chinarsi su quel corpo diventato sconosciuto e cominciare a ripulire il volto. Guardare la materia finché parla. Ascoltare ogni parola pronunciata dal corpo, dalla sua lontananza irrimediabile. Raccogliere il significato dal corpo abbandonato. A che scopo.

Lucia, voglio rimettere il sorriso morbido e infantile di quand’eri innamorata, al posto dello spasimo del rictus che, nel mattino domenicale, piega le tue labbra in una smorfia di delusione senza rimedio.

Per te affronto il sarcasmo involontario dei suicidi sopra il deserto della vita che si lasciano dietro. Voglio fare fiorire la tua pietra.

Pag 162

28 settembre

“Più o meno 10 pagine al giorno”

“Dove non mi hai portata”, Maria Grazia Calandrone

«Da Palata parte una sola corriera, al mattino presto. Non ci sono autostrade né treni.

Il viaggio fino a Milano è lungo e complesso: in automobile sono sette ore. Altrimenti, bisogna cambiare tre pullman per raggiungere Termoli, e solo da lì si continua su rotaia.

Lucia è al sesto mese di gravidanza, forse prendono il treno di notte.

La piccola cosa composta da cellule differenziate, il primo abbozzo dell’ io che diventerà la persona che sta scrivendo queste parole, sta dentro il corpo di Lucia. Niente è devastante abbastanza per staccarmi da lei. Nessun dolore, nessuna fatica, nessuna incertezza. Per qual tratto di tempo, mangio quello che mangia. Se finalmente mangia.

Adesso che un po’ la conosciamo, possiamo immaginare quell’elegante ventottenne bruna di campagna, seduta nello scompartimento di un treno, incinta di un uomo che ha l’età di suo padre e non è il legittimo marito. Pochi bagagli, lo stretto indispensabile. Ha portato con sé solo cose a cui tiene, l’essenziale. Ha portato il vestito marrone a fiorellini, ha portato i guantini da sposa. La sua vita di prima ridotta all’osso. Si muove all’orlo di un abisso, che può essere tragico o radioso.

Scendiamo insieme a lei in quella città che insieme mette gioia e mette paura».

Lucia e Giuseppe alla stazione centrale di Milano. È un allunaggio dentro una cattedrale, coi tralicci d’acciaio che reggono la volta e calate di gesso, travertino e granito su orizzonti di marmo.

Giuseppe trionfante se la tiene di fianco come un padreamante, scende con lei la grande scala centrale.

Per Lucia tutto è enorme. Tutto è un’altra lingua. La gente parla e lei non li capisce. Il rumore di fondo della città, le luci.

La prima notte. La prima di trecento ultime notti.

Pag.102-105