Arance, mandarini, cachi e ” Il dio delle piccole cose”
“Ammu era incinta di otto mesi, quando scoppiò la guerra con la Cina. Era l’ottobre del 1962. Le mogli e i figli dei piantatori furono evaquati dall’ Assam. Ammu era troppo incinta per viaggiare, restò nella piantagione. In novembre, dopo un viaggio in autobus tra scossoni da fare rizzare i capelli in testa, con voci di occupazione cinese e di imminente sconfitta dell’India, nacquesro Estha e Rahel. Al lume di candela. In un ospedale con le finestre oscurate. Vennero fuori senza tanto trambusto, a diciotto minuti di distanza l’uno dall’ altra. Due bambini piccoli al posto di uno grosso. Due foche gemelle, scivolose per via dei succhi della madre. Grinzose per lo sforzo di nascere.
Ammu controllò che non avessero difetti fisici, e poi chiuse gli occhi e si addormentò. Contò quattro occhi, quattro orecchie, due bocche, due nasi, venti dita delle mani e venti perfette unghie dei piedi.
Non si accorse che c’era in loro un’unica anima siamese. Era felice che fossero nati. Il padre, steso su una dura panca nel corridoio dell’ospedale, era ubriaco.
Quando i gemelli ebbero due anni, il vizio del bere, aggravato dalla vita solitaria nella piantagione di tè, l’aveva ormai condotto a uno stato di stupore alcolico. Passava giorni interi senza alzarsi dal letto e non andava a lavorare. Alla fine il direttore della piantagione, un inglese, il signor Hollick lo convocò nel suo bungalow per un «discorsetto serio».”
“Da piccolo Velutha andava sempre con Vellya Paapen all’entrata posteriore della Casa di Ayemenem per consegnare le noci di cocco raccolte nel campo. Papachi non permetteva che i Paravan entrassero in casa. Nessuno lo faceva. Non potevano toccare niente che venisse toccato dai Toccabili. Caste indù e caste cristiane. Mammachi diceva a Estha e Rahel che lei si ricordava di un tempo, quando era ragazza, in cui si pretendeva che i Paravan camminassero all’indietro con uno scopino, spazzando le proprie impronte così che i bramini o i siriano – ortodossi non si contaminassero passando accidentalmente su un’ impronta di Paravan.
Ai tempi di Mammachi, i Paravan, come altri Intoccabili non potevano camminare sulle strade pubbliche, non potevano coprirsi la parte superiore del corpo, non potevano portare l’ombrello. Dovevano mettersi le mani davanti alla bocca quando parlavano, perché il loro fiato non contaminasse coloro cui si rivolgevano.
Quando gli inglesi arrivarono nel Malabar, un certo numero di Paravan, Pelaya e Pulaya (tra cui il nonno di Velutha, Kelan) si convertirono al cristianesimo e si unirono alla chiesa anglicana per sfuggire al flagello dell intoccabilità. Come incentivo supplementare ebbero anche un po’ di cibo e di denaro. Li chiamavano i «cristiani del riso». Non gli ci volle molto per capire che erano caduti dalla padella alla brace. Furono costretti a frequentare chiese separate, con riti separati e preti separati. Come favore speciale ebbero persino un vescovo paria. Dopo l’Indipendenza scoprirono di non avere diritto a nessuna agevolazione statale, come posti di lavoro riservati o prestiti bancari a tasso ridotto, perché ufficialmente, sulla carta, loro erano cristiani, perciò senza casta. Era un po’ come se fossero costretti a spazzar via le loro impronte con lo scopino. O, peggio, come se proprio non fosse consentito loro di lasciare impronte”.
“La fine del viaggio, dunque. L’ultima tappa. E ora?
Uno sguardo sul mondo
Al momento di ordinare un intruglio di verdure e carni spadellate, lampeggia sullo schermo del telefono un numero sconosciuto.
“Mi perdoni se la chiamo all’ultimo momento.”
Riconosco la voce del redattore del programma televisivo.
“Mi fa piacere risentirla,” rispondo. E per questa volta è vero.
“Lei avrebbe modo di collegarsi stasera?”
“Con Skype?”
“Sì, va bene con Skype.”
“Può essere utile che io abbia uno scorcio di lago_”
“No,” mi interrompe. “Serve che lei stia in una stanza silenziosa e bene illuminata ”.
“Parleremo quindi di _”
“Parleremo del clima che cambia,” mi interrompe di nuovo. “Delle ragioni per cui è cambiato il tempo. Delle ragioni per cui sta cambiando.”
“I miei studi sulla Piccola era glaciale…”
“Ecco, sì. Volevo parlare di questo. In redazione c’è chi ci ha fatto notare che potrebbe essere fuorviante”.
“Che cosa?”
“Parlare di glaciazioni mentre oggi è il grande caldo che spaventa.”
“Non mi sento di accogliere l’obiezione.”
“Ne tenga conto.”
“In che modo?”
“In modo da evitare che il suo intervento possa essere giudicato sottilmente negazionista.”
“Ma che sta dicendo?”
“Non volevo offenderla, ma ecco, vede, una giovane redattrice si è posta il problema. Bisogna sempre ragionare mettendosi nei panni dello spettatore a casa.”
“E quali sono i panni dello spettatore a casa?”
“Quelli di chi, mentre aspetta di buttare la pasta, sente con la coda dell’orecchio uno che ragiona di laghi ghiacciati e di inverni siberiani…”
“E?”
“E pensa che quel rischio è remoto. Che semmai sta pensando di installare il condizionatore anche in soggiorno.”
“Capisco.”
“Voglio dire: lei parla del freddo, va bene, però parliamo soprattutto del caldo.”
“Le vorrei ricordare che le oscillazioni climatiche anche brusche sono in ogni caso da ricondurre a variabili dell’era interglaciale in cui io, lei e lo spettatore a casa stiamo vivendo.”
“Che intende dire?”
“Quello che ho detto. Certe forme di vita, diciamo pure le più visibili _ sono possibili tra una glaciazione e l’altra.”
“Mi sta dicendo che dobbiamo aspettarci un’altra glaciazione?”
“ Potrebbe raggiungere il suo picco fra circa fra circa ottantamila anni.”
“Non la vedremo.”
“La nostra specie potrebbe essersi estinta molto prima.”
“C’entra il cambiamento climatico?”
“C’entra. A quel punto i condizionatori in soggiorno avranno poco effetto.”
“Vede che torniamo al caldo?”
“Torniamo al discorso sull’invivibile. A condizioni estreme e inadatte alla vita umana_determinate, in questo caso, dalle nostre azioni.”
“Un bel rebus.”
“Un dato di fatto. ”
“Provi a essere il più chiaro possibile.”
“Dipenderà dalle domande. Posso suggerirne una?”
“Dica.”
“Professore Barbi, quattro secoli e mezzo fa gli esseri umani come leggevano i fenomeni atmosferici?”
“Come li leggevano?”
“In modo del tutto irrazionale.”
“E oggi?”
“Allo stesso modo. Del tutto irrazionale.”
“È un problema?”
“Enorme.”
“Si può fare qualcosa?”
“Studiare, capire. I nostri avi passavano il tempo a dialogare con Dio. Supponevano che la sua furia fosse determinata dai loro peccati. Sbagliavano. Ma oggi c’è qualcuno che si sente in colpa?”
“Non la seguo.”
“Qualcuno che sia disposto a riconoscere i peccati umani nello squilibrio del mondo.”
“Mi faccia un esempio concreto.”
“Può bastare l’immagine di una rete fognaria cittadina che, durante una tempesta di portata storica, fa risalire le acque di scolo dai gabinetti e dai lavandini delle case?”
“È una metafora?”
“No. Uragano Ida, New York, un paio di anni fa. Quanto alle acque di scolo, per essere chiaro, significa…”
“Merda.”
“ Merda, sì. Alcune compagnie di assicurazione a cui si sono rivolti i cittadini newyorkesi per i danni agli immobili, sa come hanno risposto? Che per gli atti di Dio non è prevista copertura.”
“Capisco.”
“Gli Atti di Dio.”
“Un po’ anacronistico, in effetti”
“La domanda è se vogliamo rassegnarci senza muovere un dito e accettare più volte all’anno questa realtà di merda all’interno delle nostre case.”
“Pensa di dirlo in questi termini, stasera?”
“Dovrei.”
“La chiamiamo poco prima della diretta per fare una prova di collegamento. Si assicuri che la connessione sia stabile.”
“Stabile…”
“Sì perché?”
“Ecco l’aggettivo da cui dovremmo partire. Stabile! Per quanto vogliamo illuderci, niente lo è. Tutto è così spaventosamente incerto…”
Mi pianta lì come si pianta un logorroico o uno spostato”.
La lettura di “Romanzo senza umani” di Paolo Di Paolo mi ha colta di sorpresa perché non sono abituata a questo tipo di scrittura. Se dovessi associarla a un’immagine penserei a un albero e alle sue ramificazioni. Un albero però, sbucato in un grande lago ghiacciato. Sono tante le digressioni, le citazioni e i riferimenti a poeti, studiosi, tutti e da sempre in perenne ricerca. Il desiderio che gli esseri umani hanno di conoscere, scoprire e imparare di sé e del mondo, resta impigliato al ricordo e alla propria personale percezione che mai incontra quella di chi abbiamo conosciuto, frequentato, amato. Le prime cinquanta, sessanta pagine le ho lette e rilette con qualche difficoltà di comprensione e, mentre stavo per decidere di interrompere la lettura ne ero al contempo attratta. Il tema centrale del romanzo sono gli altri. La trasformazione di un mondo, il suo degrado ambientale, la memoria, gli esseri umani in cerca di gemme vigorose, di qualcosa da fare nascere tra le ramificazioni di un albero spoglio dentro un lago di ghiaccio. Cercare un senso, lo stesso che ha spinto me a frugare tra le pagine a partire dal penultimo e ultimo capitolo. E mi sono così orientata leggendo e svolazzando da un ramo all’altro sospinta dal vento dei ricordi dello storico Mauro Barbi e del suo sentire. Un’esperienza che ho voluto scrivere e condividere. Un libro che forse non avrei scelto ma, la forza dei gruppi di lettura è proprio l’avventura. Imbattersi tra le pagine di un libro capitato quasi per caso tra le tue mani. (Se hai piacere inviami e fammi conoscere le tue impressioni) grazie Rosanna
“Dev’essere stato nel pomeriggio del mio nono, forse decimo compleanno.
Il drappello dei ragazzini invitati affolla il giardino muovendosi saltellante e scomposto intorno al tavolo dei panini e delle pizzette.I genitori chiacchierano indifferenti e sollevati da un paio d’ore di responsabilità condivisa.
Non so che cosa mi prenda all’improvviso, un moto di insofferenza che diventa rabbia:scappo di corsa in camera mia, chiudendomi la porta alle spalle. Il primo che se ne accorge viene a cercarmi, bussa forte, dà la voce agli altri, e nel giro di qualche minuto mi ritrovo all’uscio dieci compagni di classe allarmati e urlanti:“Mauro, Maurooo,esci! Vieni fuori!”.
Qualcuno ritiene di dover chiedere l’intervento dei grandi, come per un pericolo ingestibile: nel tempo che mi separa dall’ arrivo del genitore di turno, mio o altrui, piango con una disperazione esagerata, restando quasi in apnea. È una reazione fuori misura: ma a cosa?
È il giorno della mia festa. Tutti sono lì per me, che cosa non va? Adesso uscire dalla camera in cui mi sono chiuso mi provoca un imbarazzo penoso, mi toccherà sfilare lungo il corridoio come un condannato a morte, incapace di giustificare il proprio comportamento.
Che ti è successo? Ora va meglio?
No, non va meglio. Non va meglio per niente! Piango se ve ne andate. Piango se restate.
Il commercio con gli altri, con le loro attese, i loro desideri, i loro giudizi, benevoli o malevoli che fossero, non ha mai smesso di affaticarmi.
Diagnosi: introverso. Parli poco, te ne stai in disparte, sulle tue.
Ma io guardavo le cose e parlavo direttamente con loro. Loro rispondevano stando zitto come me, era una preghiera da silenzio a silenzio.
Foglia che tremi, mare che ondeggi, lancetta che giri, porta che sbatti.
Mi veniva più facile che parlare con gli umani, con i grandi-mai davvero leali, mai trasparenti: più che le loro parole trovavo sinceri i loro sbadigli, gli starnuti, i rutti, il russare nel sonno, le scorregge, i rumori intestinali.
“Sei rigido, sei freddo”, sentenziava Anna negli stessi giorni in cui mi assicurava di essere innamorata.
Non è strano? Non avrebbe dovuto idealizzarmi e aderire ciecamente alla mia difettosa persona? Al punto da non vederne ombre, mancanze, storture.
Invece avanzava le sue pretese, e io vivevo il duplice sconcerto di chi non si capacita di essere il destinatario di un sentimento così sproporzionato e intanto si domanda: ma se mi giudica così, se pensa che sono rigido e freddo, cos’altro vede in me? cos’altro le piace?
Vivremmo meglio se, venendoci incontro, gli altri sventolassero un cartello, srotolassero uno striscione con su scritto
ORIZZONTE DI ATTESA
e fossero pronti a chiarirlo da subito, mettendoci nelle condizioni di sapere per tempo quanto e cosa si aspettano, e di rispondere che non è il caso e di girare le spalle”.
“Adesso, da qui, vorrei provare a leggerlo come il segmento della vita di un altro ”
“Romanzo senza umani”
“Accade con insolita frequenza di veder gelare l’intera superficie del lago: le memorie si contraddicono di poco.
Alla fine del discorso si conviene che, negli ultimi quindici inverni, incredibile a dirsi, è accaduto una volta ogni cinque.
La statua di san Giovanni che attraversa in processione l’immensa distesa di ghiaccio, da Monaco a Hagnau, è anche il segno di uno sconcerto maggiore, di una incredulità non più solo giocosa: dove le fiere e i falò, le giostre e i balli sui pattini devono arrendersi all’eclissi della speranza.
Benché il solstizio sia alle spalle, la luce diurna non guadagna terreno: resta come imprigionata. La rovina del mondo è imminente, concludono i monaci.
Che ne sarà di noi in questo secolo di gelo? Dobbiamo fidarci della loro voce, seguirli mentre alzano lo sguardo indovinando un sole pallido, quasi spento, dietro il velo compatto delle nuvole.
Mondo gelido, senescente, scarnito, si disperano di fronte a una terra infeconda.
La presenza di selvaggina è dimezzata; i capi di bestiame sfiniti, crollano nei torrenti di acqua gelida – ne vanno recuperate le carcasse che poi, con astuzia, con rabbia, vengono spartite. Perché il vero, grande, invisibile nemico è la fame, e – come si legge sui libri di scuola, mandando a memoria date di battaglie e anni di regno in uno sbadiglio – il prezzo dei cereali, raddoppia, triplica; il costo del pane cala o aumenta anche solo in base alle piogge. Filippo II viene, per questo, tenuto a minuziosamente informato sulle variazioni metereologiche nei suoi vasti domini.
La notte, che pure è eternamente carica di minacce – spiriti maligni, bestie feroci, uomini che odiano la luce –, diventa insopportabile, è un presagio di apocalisse. Qualche volta, al risveglio, la nebbia conferma la fine dei tempi: è così fitta da lasciar pensare che quello cominciato non sia un giorno nuovo, ma un disgraziato, opalino al di là.
Però, tutto questo è umano: senza la paura, il lago è un lago, una superficie d’acqua che supera di poco cinquecento chilometri quadrati. Una lastra di ghiaccio lo ricopre, al momento, da sponda a sponda.
Dove sono estromessi i sensi, cos’è un tono di luce del primo mattino e il colore verde-blu che si dice sia quello effettivo del ghiaccio, delle sue architetture spericolate ed effimere?
Non c’è nessuno. A quest’ora non può esserci nessuno, eppure non c’è silenzio. Il silenzio non esiste.
Non c’è il chiasso dei giorni di mercato, il grattare dei carretti, e sibilo dei pattini, né il grido di qualcuno che chiama da lontano.
Tacciono anche gli uccelli: ma non c’è orecchio che colga la sparizione del canto, o che sappia riconoscere, nella quiete acustica, i suoni minimi che la neve prova a seppellire e il ghiaccio invece, qua e là, riverbera.
Un gocciolio, un crepitare, un cricchio rivelano l’immobilità solo apparente di questo manto. Vellutato, dove più insiste la luce, comunque difforme: levigatissimo, farinoso, scosceso se il ghiaccio si accatasta; discontinuo nei colori del bianco e dell’azzurro, dove la neve recente va compattandosi, e dello smeraldo, della fanghiglia. Ma ogni aggettivo aggiunto è un inganno. Questo paesaggio esiste e non chiede vocabolari. Dove la parola non è, non serve. Che sia maestosa o terribile quella che adesso si può chiamare bellezza, la definizione riguarda solo chi la pronuncia”.
Il 10 novembre comincia la lettura del libro ”Romanzo senza umani ” di Paolo Di Paolo
È il libro scelto questo mese. Come sempre ogni sabato pubblicheremo una pagina, tra quelle lette, che ci è piaciuta in modo particolare.
Come un filo invisibile che tiene insieme questo gioco di lettura condivisa.
Leggere per visitare le librerie, frequentare le biblioteche, provare a leggere anche una pagina soltanto. Quando si ha voglia di leggere la seconda e la terza pagina si è già lettori. Perché è il desiderio a condurci tra le pagine di un bel libro, a ogni età.
Nell’ aletta in terza di copertina di dice che
“Un uomo cammina lungo le rive di un grande lago tedesco. È partito all’improvviso, dopo aver provocato una serie di “incidenti emotivi ”, come lui stesso li definisce. È ripiombato nella vita di persone che non vedeva da tempo. Ha risposto a email rimaste lì per quindici anni, facendo domande fuori luogo.
Ha provato a riannodare i fili spezzati.
Mauro Barbi, storico di professione, cerca di aggiustare i ricordi degli altri le persone che ama e ha amato proponendo la sua versione dei fatti.
Cerca di costruire una “memoria condivisa” che lo riguarda. Ma che impresa è?
Forse c’entra una Piccola era glaciale privata, un processo di raffreddamento che ha spopolato la sua esistenza.
Dove sono Fiore, Arno, il vecchio Cardolini, Meri, la ragazza belga di Madrid? Dov’è Anna? Dove sono tutti?
Forse il lago a cui ha dedicato anni di studio può dargli le risposte che cerca…”
In questo suo Romanzosenzaumani, dove gli umani sono a fuoco più che mai, Paolo di Paolo interroga i disastri climatici delle nostre singole vite…