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Febbraio25 | “Un amore di Swann” di Marcel Proust

“Più o meno 10 pagine al giorno”

Élan vital (slancio vitale) sfidare la concezione meccanica del tempo. (H.Bergson)

Nei decenni tra Otto e Novecento, in quel periodo detto forse impropriamente Belle Epoque si vive un lungo momento di pace e prosperità compreso tra la fine della disfatta francese di Sedan (1870) e le atrocità della prima guerra mondiale (I914-18). Benché Marcel Proust fosse figlio dell’agiata borghesia parigina non si tirò indietro alle passioni civili del suo tempo e si schierò apertamente durante il processo di Alfred Dreyfus, dalla parte dell’ufficiale israelita accusato di spionaggio a favore della Germania.

L’affare Dreyfus, divise per lungo tempo la società francese del tempo e visse il suo momento più drammatico con la pubblicazione Je accuse di Emile Zola.

Proust era tra coloro che andavano in giro per Parigi a raccogliere le firme per la causa Dreyfus, sua madre era ebrea e l’affare Dreyfus è uno dei motivi ricorrenti nella sua opera e la vicenda gli procurò non poche inquietudini e turbamenti. Contro ogni forma di verismo e poco attratto dalle mode, Proust fu influenzato dall’estetismo di Ruskin e dalle intuizioni filosofiche di Bergson secondo cui il tempo non è una successione di secondi uguali. Il tempo psichico di cui parla Bergson ha caratteristiche qualitative e non misurabili e la sua durata è irreversibile e fatta di istanti unici, diventa un tempo interiore.

Proust nutriva un profondo interesse per le leggi che muovono le passioni del cuore umano e da queste ricavava un coinvolgimento simile a quello dello scienziato che osserva le galassie o le stratificazioni geologiche delle rocce. Amava vivisezionare la realtà e i sentimenti come un chirurgo in cerca della luce dell’anima.

Chi è Marcel Proust?

Nasce a Parigi il 10 luglio del 1871, il padre era uno dei clinici più noti della capitale francese. Avrà un fratello che diventerà un famoso chirurgo. Proust sviluppa presto un carattere ipersensibile che lo accompagnerà per tutta la sua via. Si diploma in filosofia al liceo Condorcet di Parigi e si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche della Sorbona. Intraprende la carriera diplomatica, nonostante lo snobismo e la vita mondana, coltiva la sua vocazione letteraria. Pubblica Il piacere e i giorni. Sulle orme di John Ruskin compie il primo viaggio a Venezia. Muore il padre nel 1903, poi la madre Jeanne Weil (1905). Da quel momento Marcel Proust sarà accudito dalla domestica. Abbandona la vita mondana. Nel 1913 esce a sue spese presso l’editore Grasset, La strada di Swann, primo volume di Alla ricerca del tempo perduto. Il libro, letto distrattamente da André Gide che più tardi ritornerà sul suo giudizio, verrà rifiutato dall’editore Gallimard.

Nel 1919 Gallimard si assicura i diritti dell’opera di Proust e pubblica All’ombra delle fanciulle in fiore, secondo volume della Recherche. Il premio Goncourt apre all’autore la strada della notorietà. Nel 1920 esce la prima parte di Guermantes. Nel 1921 escono la seconda parte di Guermantes e la prima di Sodoma e Gomorra. Nel 1922, anno della sua morte, esce la seconda parte di Sodoma e Gomorra che completa il quarto volume della Recherche.

Nel giro di pochi anni avrà completato l’intero ciclo di Alla ricerca del tempo perduto perché nonostante la malattia lavorerà fino all’ultimo.

Nel 1923 esce La prigioniera, Albertina scomparsa e nel 1927 l’ultimo volume Il tempo ritrovato. Ha inizio per Proust un tempo di fama e successo importanti.

A questa grande opera Marcel Proust ha dedicato gli ultimi dieci anni della sua vita. La Recherche è un grande organismo romanzesco, attraverso i personaggi pieni di fascino il narratore compie un’indagine che attraversa i sentimenti più sensibili. Romanzo impastato di verità che chiede al lettore un’attenta conoscenza della vita.

In questo frammento del grande ciclo narrativo chi incontriamo?

Il clan dei Verdurin, il salotto della gran dama di Sainte-Euverte, il barone di Charlus, il signor di Forcheville. Troviamo il ricco e raffinato borghese Charles Swann e la storia del suo amore per Odette de Crécy, cocotte di alto bordo. Swann ha uno spirito ed è parte di un mondo che Proust ha sognato nell’infanzia. Le prime cerebrali forme di gelosia di Proust bambino nei confronti della mamma che segneranno il destino di Swann. Il fluire della vita con le sue passioni che si accendono e muoiono, l’oblio e la morte che soltanto l’arte è capace di esorcizzare con la sua infinita sapienza.

1 febbraio

“Più o meno 10 pagine al giorno”

Una terra brulicante di insetti,  vetrini di mare colorati, quarzo rosa, roccia dolomitica e “Il dio delle piccole cose”.

Ventitré anni dopo, Rahel, una donna scura con la maglietta gialla, si gira verso Estha nel buio.

«Estapappychachen Kuttappen Peter Mon», dice. Sussurra.

Muove la bocca.

La bocca della loro bella mamma.

Estha, seduto molto diritto, in attesa di essere arrestato, allunga le dita per toccarla. Per toccare le parole che emette. Per prendere il sussurro. Le sue dita ne seguono il contorno. Il tocco dei denti. La sua mano viene afferrata e baciata. Premuta contro una guancia fredda, bagnata di gocce di pioggia.

Poi lei si alzò a sedere e l’abbracciò. Lo trasse giù vicino a lei.

Stettero lì coricati per molto tempo. Svegli nel buio. Silenzio e Vuoto.

Non vecchi. Non giovani. Ma vitalmente morituri.

Erano estranei che si erano incontrati per caso. Si conoscevano prima che la Vita iniziasse.

Non c’è molto da dire per chiarire quello che accadde poi. Niente che (secondo il codice di Mammachi) riuscisse a separare il sesso dall’amore. O le Necessità dai Sentimenti.

Tranne forse una cosa, e cioè che non c’era nessun osservatore a osservare attraverso gli occhi di Rahel. Non c’era nessuno dalla finestra a guardare l’oceano. O una barca sul fiume. O nella nebbia, un passante con il cappello.

Tranne forse che era un po’ fredda, un po’ bagnata. Ma molto tranquilla. L’ Aria.

Ma cosa c’era da dire?

Solo che ci furono lacrime. Solo che il silenzio e il vuoto si unirono come due cucchiai. Solo che ci fu un annusare nell’incavo alla base di una gola graziosa. Solo che una spalla colore miele scuro portò il segno di un semicerchio di denti. Solo che si abbracciarono stretti per molto tempo, dopo che fu finito. Solo che quello che divisero, quella notte, non era felicità, ma un dolore spaventoso.

Solo che ancora una volta trasgredirono le leggi dell’ Amore. Che stabiliscono chi si deve amare. E come. E quanto.

Sul tetto della fabbrica abbandonata il percussionista solitario batteva i suoi tamburi. Una porta metallica sbatté. Un topo corse sul pavimento della fabbrica. Le ragnatele sigillavano le vecchie tinozze della salamoia. Vuote, tutte tranne una, che conteneva un mucchietto di polvere bianca congelata. Polvere delle ossa di un bar-bagianni. Morto da tanto. Bar-bagianni in salamoia.

Ecco la risposta alla domanda di Sophie Mol: Chacho, dove vanno a morire gli uccelli vecchi? Perché quelli che muoiono non piombano giù dal cielo come pietre?

Domanda fatta la sera del giorno in cui arrivò. Era in piedi sulla riva dello stagno ornamentale di Baby Kochamma e guardava i nibbi girare nel cielo.

Sophie Mol. Cappello e pantaloni a zampa d’elefante. Quella amata Fin dal Primo Istante.

Margaret Kochamma (perché sapeva che quando si viaggia nel Cuore di Tenebra A Chiunque può Succedere Qualsiasi Cosa) la chiamò dentro a prendere le sue pillole. Filaria. Malaria. Dissenteria. Purtroppo, non si era portata nessuna profilassi contro la Morte per Annegamento.

Poi venne ora di pranzo.

«Cena scemo», disse Sophie Mol a Estha, quando lo mandarono a chiamarla. A cena-scemo i bambini sedevano a una tavola separata, più piccola. Sophie Mol, con la schiena rivolta agli adulti, faceva delle facce orribili davanti al cibo. Ogni boccone che mangiava veniva esposto all’ammirazione dei cugini più giovani, mezzo masticato, mucillaginoso, sparso sulla lingua come vomito fresco.

Quando Rahel volle fare lo stesso, Ammu la vide e la portò a letto.

Ammu rimboccò le coperte alla figlia birichina e spense la luce. Il bacio della buonanotte non lasciò tracce di saliva sulla guancia di Rahel, e da questo Rahel capì che non era veramente arrabbiata.

«Non sei arrabbiata, Ammu», disse in un bisbiglio contento. Sua madre le voleva un po’ più bene.

«No», Ammu le diede un altro bacio. «Buonanotte tesoro. Diotibenedica.».

«Buonanotte Ammu, fai venire presto Estha.».

E mentre si allontanava, Ammu sentì Rahel sussurrare: «Ammu!»

«Cosa c’è?»

«Siamo dello stesso sangue, tu e io.»

Ammu si appoggiò contro la porta della camera da letto, al buio, riluttante a tornare a tavola, dove la conversazione girava come una falena attorno alla bambina bianca e a sua madre come se fossero l’unica sorgente di luce. Ammu sentiva che sarebbe morta, appassita e morta se sentiva ancora un’altra parola. Se doveva sopportare un altro minuto il sorriso d’orgoglio di Chacko, un sorriso da vincitore di torneo di tennis.

O la corrente sotterranea di gelosia sessuale che emanava da Mammachi. O la conversazione di Baby Kochamma, concepita un modo da escludere Ammu e i suoi bambini, da informali di quale fosse il loro posto nell’ordine delle cose.

Mentre stava così, al buio, appoggiata alla porta, sentì il suo sogno, il suo incubo pomeridiano muoversi dentro di lei come l’acqua che si alza dall’oceano e si raccoglie in un’ onda. Il sorridente uomo con un braccio solo, con la pelle salata e una spalla che finiva bruscamente come un dirupo, emerse dalle ombre della spiaggia cosparsa di vetri e andò verso di lei.

Chi era?

Chi poteva essere?

Il Dio della Perdita.

Il Dio delle Piccole Cose.

Il Dio della Pelledoca e del Sorriso Subitaneo.

Poteva fare solo una cosa alla volta.

Se la toccava, non poteva parlare, se l’amava non poteva andarsene, se parlava non poteva ascoltare, se lottava non poteva vincere.

Ammu lo desiderava. Lo desiderava da star male, con tutto il corpo.

Tornò a tavola.

Pagg. 344-347

Il sonno e la lettura controvento

Più o meno 10 pagine al giorno

“Il dio delle piccole cose” di Arundhati Roy

Ci siamo immersi in una lettura, un viaggio in India alla fine degli anni Sessanta.

Ventuno porzioni di testo per un totale di 357 pagine. Dal 10 dicembre al 10 febbraio. In due mesi e ognuno con il suo sentire abbiamo respirato un mondo fatto di piccole cose ma che racchiudono un significato fortissimo e una verità che coinvolge tutti noi.

La scrittura di Arundhati Roy è limpida, mutevole, descrittiva. Le azioni sono fotogrammi che scivolano davanti ai nostri occhi con una incostante accelerazione per poi rallentare improvvisamente fino a restare immobili. I fatti hanno lo sguardo fisso nel nostro.
Quando leggo cerco sempre una musica di sottofondo, un ritmo a cui dare un nome. Questa volta non sono riuscita a sentire una musica. Forse perchè mi è rimasta dentro.

Dalle Conserve e composte Paradiso che dà il titolo al primo paragrafo rivediamo la casa sulla collina con un giardino incolto e straripante e i ricordi sfocati ma con tantissimi bordi, margini, orli, confini e frontiere…
Le prime pagine disordinano gli eventi futuri per cominciare a srotolare il filo della memoria. Feroce l’uomo delle aranciate e delle limonate che compare già nella seconda pagina del romanzo e che il lettore scoprirà più tardi.
Come nasce la storia di una famiglia? Di cosa è fatto l’amore che travolge e sconvolge le persone?

Una comunità, uomini e idee forti e sventolanti come bandiere agitate. Montagne di detriti, fiumi impetuosi, falene impazzite.

Rileggere il primo capitolo dopo aver letto l’ultimo, permette al lettore di sbucare fuori dal comignolo sul tetto della casa e allargare le braccia inspirando terra e cielo.


Diventa sempre più bello leggere con tante persone lontane, forse pigre ma intenzionate a provarci. Curiose di vedere fino a quando continuerà questo gioco che sembra un soliloquio ma che in realtà  è un piacere corale invisibile e misterioso. Leggere è un godimento solitario ma talmente elettrizzante che le cariche elettriche passano da un corpo all’altro senza volontà o intenzione.


Ogni venerdì quando è sera mi siedo in un angolo e riscrivo una pagina o due del libro in lettura, per me più cariche di significato. Riscrivo parola dopo parola, lettera dopo lettera e penso all’invio del giorno dopo. A quando le condividerò con il titolo di un numero e un mese.

Lentamente rivivo l’atmosfera di una fotografia appesa con la molletta al filo in una giornata di vento e la racconto, e scrivo ricopiando.
Poi mi addormento e forse sogno con quei colori e, nonostante la giornata sia affollata di cose ordinarie o quasi,  il sonno è un’ immersione profonda. A volte breve e interrotta, ma i colori sono quelli della scrittura ricopiata. Un pugno di lettere in fila per dire qualcosa di noi e della storia che stiamo leggendo in coro.
R. M.

Per scegliere il libro di febbraio

Più o meno 10 pagine al giorno

Quattro classici

Questa volta il gioco di lettura ci chiede di scegliere un classico da sfogliare e leggere a cominciare dal 10 febbraio per un mese. “Più o meno 10 pagine al giorno” è un invito a leggere insieme da lontano ma restando uniti dal filo dei pensieri e delle suggestioni. In questo nostro tempo ogni cosa è ultra, oltre, più in là, noi tentiamo filantropicamente di restare al di qua di ogni eccesso e procedere lentamente. Non divoriamo libri, li guardiamo, sfogliamo e proviamo a leggerli seguendo il nostro ritmo. “Più o meno” vuol dire questo, non si tagliano traguardi, piuttosto ci si congiunge e il resto è spontanea conseguenza.

Scegliamo classici perché, Italo Calvino l’ha spiegato ampiamente ed è convincente: «Costituiscono una ricchezza per chi li ha letti e amati; ma costituiscono una ricchezza non minore per chi si riserba la fortuna di leggerli per la prima volta nelle condizioni migliori per gustarli».

Scrive ancora «provoca incessantemente un pulviscolo di discorsi critici su di sé».

La nostra selezione include un autore californiano, uno francese, uno britannico e uno russo. La prossima selezione sarà tutta al femminile.

Buona scelta!

26 gennaio

“Più o meno 10 pagine al giorno”

“Il dio delle piccole cose”
Il corpo di Velutha desidera dormire per risvegliarsi in un altro mondo.

“Velutha tornò in corriera da Kottayam, dove stava facendo aggiustare la macchina per inscatolare le conserve. Alla fermata incontrò uno degli operai della fabbrica, che gli disse con un sorrisetto furbo che Mammachi voleva vederlo. Velutha non aveva idea di quello che era successo, ed era completamente all’oscuro della visita che suo padre aveva fatto alla Casa di Ayemenem tra i fumi dell’alcol. Non sapeva neppure che Vellya Paapen era rimasto seduto per ore e ore sulla porta della loro baracca, ancora ubriaco, l’occhio di vetro e la lama dell’ascia che scintillavano alla luce della lampada, aspettando il ritorno di Velutha. E nemmeno che il povero Kuttappen, pazzo d’ansia, aveva parlato senza sosta a suo padre per due ore, cercando di calmarlo, tendendo per tutto il tempo l’orecchio per cogliere un suono di passi o un fruscio nella boscaglia, e poter così urlare un avvertimento al suo ignaro fratello.

Velutha non andò a casa. Andò dritto alla casa di Ayemenem. Benché da una parte fosse sorpreso, dall’altra sapeva, l’aveva sempre saputo, per un istinto ancestrale, che un giorno i nodi ingarbugliati della Storia sarebbero venuti al pettine. Per tutto il tempo che durò l’esplosione di rabbia di Mammachi, rimase controllato e stranamente calmo. La sua era una calma nata dalla provocazione estrema. Nasceva da quella sorta di lucidità che sta oltre la collera. Quando Velutha arrivò, Mammachi perse il controllo e sputò il suo cieco veleno, i suoi grossolani, insopportabili insulti rivolta a un pannello della porta a soffietto, finché Baby Kochamma, con molto tatto, la fece girare, e indirizzò la sua ira nella giusta direzione, verso Velutha, immobile nell’oscurità. Mammachi continuò la sua sfuriata, gli occhi vuoti, il viso contorto e imbruttito, sospinta dalla sua rabbia verso Velutha, finché non si trovò a urlargli direttamente in faccia, e lui sentì gli spruzzi di saliva e l’odore di tè stantio nel suo alito. Baby Kochamma rimaneva vicina a Mammachi. Non disse niente, ma si servì delle mani per modulare l’ira di Mammachi, per attizzarla sempre da capo. Una pacca d’incoraggiamento sulla schiena. Un braccio rassicurante intorno alle spalle. Mammachi era del tutto inconsapevole di quella manipolazione.

Rimase solo un mistero, per tutti quelli ( Baby Kochamma, Kochu Maria. Ammu chiusa nella sua stanza) che la sentirono: dove avesse imparato, una vecchia signora come lei – che portava sari stirate e arricciate e alla sera suonava la Suite dello Schiaccianoci col violino – il linguaggio osceno che Mammachi usò quel giorno.

“Fuori!” aveva gridato alla fine. ” Se domani ti trovo sulla mia proprietà, ti faccio castrare come ti meriti, cane di un paria! Ti faccio ammazzare!”

“Questo lo vedremo” disse calmo Velutha.

Fu tutto quel che disse. E fu questo che baby Kochamma, nell’ufficio dell’ispettore Thomas Mathew, gonfiò e caricò fino a trasformarlo in minacce di morte e violenza.

Mammachi sputò in faccia a Velutha. Schizzi di saliva spessa sulla pelle del viso. Sulla bocca e sugli occhi. Velutha si limitò a restarsene lì in piedi. Stordito. Poi si girò e se ne andò.

Mentre si allontanava dalla casa sentì che i suoi sensi erano affilati e potenziati. Come se tutto, intorno a lui, si fosse appiattito in una illustrazione dai contorni netti. Lo schema di una macchina con un libretto di istruzioni, che gli diceva cosa fare. La sua mente desiderava con forza un ancoraggio qualsiasi, e si aggrappava ai dettagli. Etichettava tutto quello che incontrava. Cancello pensò uscendo dal cancello. Cancello . Strada. Sassi. Cielo. Pioggia. Cancello. Strada. Sassi. Cielo. Pioggia.

La pioggia era calda sulla pelle. La roccia di laterite sotto i piedi era frastagliata. Sapeva dove stava andando. Prendeva nota di ogni cosa. Ogni foglia. Ogni albero. ogni nuvola nel cielo senza stelle. Ogni passo che faceva.

Ku-ku kukum thivandi

Kuki paadum thivandi

Rapakal odum thivandi

Thalannu nilkum thivandi

Era la prima lezione che aveva imparato a scuola. Una poesia sul treno. Cominciò a contare. Qualcosa. Qualsiasi cosa. Uno due tre quattro cinque sei sette otto nove dieci undici dodici tredici quattordici quindici sedici diciassette diciotto diciannove venti ventuno ventidue ventitré ventiquattro venticinque ventisei ventisette ventotto ventinove

Lo schema della macchina cominciò a confondersi. Le linee nette a impastarsi. Le istruzioni non si capivano più. La strada gli veniva incontro, e l’oscurità divenne fitta. Glutinosa. Farsi largo attraverso di essa divenne uno sforzo. Come nuotare sott’acqua.

Sta succedendo, lo informò una voce, è cominciato. La sua mente, all’improvviso assurdamente vecchia, uscì galleggiando dal suo corpo e restò sospesa sopra di lui nell’aria, farfugliando da lì ammonimenti inutili. La mente guardò in basso e vide il corpo di un giovane uomo che camminava nell’oscurità e nella pioggia battente. Più di ogni altra cosa quel corpo desiderava dormire. Dormire e svegliarsi in un altro mondo.”

pagg. 299-301

18 gennaio

“Più o meno 10 pagine al giorno”

Intese colorate.
Idee, metamorfosi e
“Il dio delle piccole cose”

“Chacko iniziò a far visita al locale molto spesso. Arrivava sempre in compagnia del suo invisibile amico e col suo sorriso cordiale. Anche quando non era Margaret Kochamma a servirlo, lui la cercava con gli occhi, e si scambiavano sorrisi segreti che evocavano in loro il ricordo di quella loro Risata.

Margaret Kochamma si ritrovò a desiderare le visite del Porcospino Sgualcito. Senza ansia ma con una sorta di strisciante simpatia. Seppe che era un borsista indiano della Rhodes. Che leggeva i classici. E si allenava per il Balliol.

Fino al giorno in cui lo sposò, non avrebbe mai creduto di poter acconsentire a diventare sua moglie.

Avevano cominciato a uscire insieme da pochi mesi, quando lui iniziò a portarla di frodo nella sua camera dove viveva come un disgraziato principe in esilio. Nonostante gli sforzi sinceri della cameriera, la sua stanza era sempre lurida. Libri, bottiglie di vino vuote, biancheria sporca e mozziconi di sigaretta costellavano il pavimento. Era pericoloso aprire gli armadi, perché ne cadevano cascate di indumenti, scarpe e libri, alcuni dei quali abbastanza pesanti da infliggere seri danni. La piccola vita ordinata di Margaret Kochamma si arrese a quella bolgia barocca col rantolo silenzioso di un corpo caldo che entra nel mare gelido.

Scoprì che sotto l’apparenza di Porcospino Sgualcito c’era un marxista tormentato in lotta con un impossibile, inguaribile romantico – un romantico che dimenticava le candele, rompeva i bicchieri da vino e perdeva l’anello.  Ma che faceva l’amore con lei con una passione che le toglieva il fiato.

Margaret Kochamma si era sempre considerata poco interessante con la vita e i fianchi troppo larghi. Non brutta, ma niente di speciale. Quando era con Chacko, i vecchi limiti venivano spazzati via. L’orizzonte si allargava.

Non aveva mai incontrato un uomo che parlasse del mondo – di quello che era, di come lo era diventato o di quello che pensava sarebbe accaduto – allo stesso modo in cui gli altri uomini che conosceva parlavano del loro lavoro, degli amici o dei fine settimana al mare.

Stare con Chacko la faceva sentire come se la sua anima fosse evasa dagli stretti confini della sua isola per entrare nel vasto, stravagante spazio del paese di lui. La faceva sentire come se il mondo appartenesse a loro, e si estendesse dinnanzi a loro come una rana aperta su un tavolo per la dissezione, ansioso di essere esplorato. Durante l’anno che si frequentarono prima di sposarsi, Margaret Kochamma scoprì in se stessa un certo incanto, e per un po’ si sentì come un genio un po’ folle liberato dalla sua lampada magica. Forse era troppo giovane per capire che quello che credeva fosse amore per Chacko in realtà era una nascente, timorosa accettazione di se stessa.

Per Chacko, Margaret Kochamma era il primo amico di sesso femminile che avesse mai avuto. Non solo la prima donna con cui fosse stato a letto, ma il suo primo vero compagno. Quello che Chacko amava di più in lei era la sua autosufficienza. Magari era normale, per una donna inglese media, ma per Chacko era una cosa eccezionale.

Gli piaceva il fatto che Margaret Kochamma non gli si aggrappasse. Che fosse incerta rispetto a quello che provava per lui. Che non avesse saputo, fino all’ultimo giorno, se l’avrebbe sposato o meno. Amava il modo in cui si alzava a sedere nuda nel letto, gli voltava la schiena bianca per guardare l’orologio e dire con quel tono efficiente:«O dio, devo andare».

Amava il modo in cui tutte le mattine andava al lavoro traballando sulla sua bicicletta. Le loro diversità di opinione lui le incoraggiava e, dentro di sé gioiva per gli scoppi di esasperazione che lei ogni tanto aveva di fronte allo spettacolo di quel suo andare alla deriva.

Le era grato perché non si prendeva cura di lui. Perché non si offriva di riordinargli la camera. Perché non era una soffocante mammina. Arrivò a dipendere da Margaret Kochamma perché lei non dipendeva da lui. La adorava perché lei non adorava lui.

Pagg. 260-262

11 gennaio

“Più o meno 10 pagine al giorno”

Il dio delle piccole cose e “non vedo” sulla libreria

«Era davvero una barca. Un sottile vallom di legno. La barca su cui Estha era seduto e che Rahel aveva scoperto. La barca che Ammu avrebbe usato per attraversare il fiume. Per amare di notte l’uomo che i suoi bambini amavano di giorno.

Una barca così vecchia che aveva messo le radici. Quasi. Un vecchio, grigio barcalbero con barcafiori e barcafrutti. E, sotto, una chiazza d’erba scolorita a forma di barca. Un barcamondo sfuggente e zampettante. Buio, asciutto e fresco. Senza tetto, adesso. E accecato.

Termiti bianche che andavano al lavoro. Coccinelle bianche che tornavano a casa. Scarafaggi bianchi che scavavano per sfuggire alla luce. Cavallette bianche con bianchi violini di legno. Triste musica bianca. Morta.

Una pelle di serpente bianco friabile, conservatasi nell’ oscurità, si sbriciolò sotto il sole.

Ma sarebbe stato a galla, quel piccolo vallom? Non era forse troppo vecchio? Troppo morto? Magari Akkara  era troppo lontano per lui.

Due gemelli dizigoti guardarono il loro fiume. Il Minachal.

Un fiume grigioverde. Con i pesci dentro. Con dentro il cielo e gli alberi. E, di notte, la luna gialla a pezzetti.

Quando Pappachi era bambino, un vecchio tamarindo si era abbattuto nel fiume durante una tempesta. Era ancora là. Un albero liscio senza corteccia, annerito da un’ indigestione di acqua verde. Innavigabile legno da navigazione. Il primo terzo del fiume era loro amico. Prima che iniziasse il tratto Davvero Profondo. Conoscevano tutti i (tredici) scivolosi gradini di pietra prima che cominciasse il fango limaccioso. Conoscevano le alghe che rifluivano al pomeriggio dalle lagune di Komarakom. Conoscevano i pesci più piccoli. Il piatto, sciocco pallathi, l’argenteo paral, l’astuto e baffuto Juri, quelli che certi chiamano Karimin.

Qui Chacko aveva insegnato a loro a nuotare (sguazzando senza sostegno attorno all’ampio ventre dello zio). Qui avevano scoperto per conto loro la delizia incoerente di scoreggiare sott’acqua.

Qui avevano imparato a pescare. A infilare  i rossi vermi attorcigliati sugli ami delle canne da pesca che Velutha ricavava dai culmi sottili del bambù giallo.

Qui studiavano il Silenzio (come i bambini del Popolo dei Pescatori), e imparavano la lingua brillante delle libellule. Qui imparavano ad Aspettare. A Osservare. A formulare pensieri senza dar loro voce. A scattare come fulmini quando il bambù giallo si incurvava.

Quindi, questo primo terzo di fiume lo conoscevano bene. I due terzi successivi un po’ meno. Il secondo terzo era quello dove cominciava il tratto Davvero Profondo. Dove la corrente era rapida e forte ( verso valle con la bassa marea, verso la sorgente, risalendo dalle lagune, con l’alta marea).

L’ultimo terzo era di nuovo poco profondo, con l’acqua scura e brunastra. Pieno di alghe e anguille guizzanti e di fango pigro che filtrava tra le dita dei piedi come dentifricio.

Pagg. 218-219

Cara Befana


Da qualche settimana ho un dolore sopportabile ma insistente alle caviglie. Sono in attesa che passi come il treno che non fa fermate, come un’idea inattuabile, come la sensazione di stomaco pieno che si avverte dopo aver mangiato troppo. Ma il dolore è lì che si sposta e ondeggia nel cervello per ricordarmi che certe cose resistono.


Il pensiero di te però mi rallegra e distrae adesso che guardo le lucine proiettate tra  il soffitto, il frigorifero e sul muro dello spazio più frequentato di questa casa: la cucina. Dondoli con i piedi in aria, così intercetto il mio sollievo. Ho provato a disegnarti, a inventarti più bella che mai.

Quando?

In questo tempo, il mio tempo si dilata e osserva i silenzi, sente i profumi e indossa una lentezza per così dire “rinascimentale” dove ogni realtà, dalla più piccola alla più grande, è ricca di energia vitale: la riscoperta della natura e la creatività sia intellettuale che spirituale. Tuttavia, con un insistente dolore ai tendini, invisa colonna sonora delle mie giornate, godo della bellezza della materia che si anima tra le mani. Creo per gioco e per diletto, tempo interamente dedicato a te e a me cara e sapiente Befana.

Immagino i tuoi volteggi con la scopa leggerissima che dissemina nel vento una scia, milioni di scie odorose. Ricomincia oggi la nuova stagione del tuo viaggio silenzioso e sono certa che da qui i nostri desideri prenderanno forza. Un cielo senza stelle non si può pensare, così cercheremo le stelle con i loro bagliori affinché ogni scintilla abbracciata alle altre possa cancellare il buio e incendiare di amore questo assurdo mondo.
Rose mary

4 gennaio 2025

“Più o meno 10 pagine al giorno”

«Nella luce che filtrava a chiazze attraverso il verde scuro degli alberi, Ammu guardò Velutha sollevare sua figlia senza il minimo sforzo, come se fosse una bambina gonfiabile, fatta d’aria. Mentre lui la lanciava in alto e la faceva ricadere tra le sue braccia, Ammu vide sul viso di Rahel la suprema delizia del bambino che viene fatto volare.

Vide i rilievi della muscolatura dello stomaco di Velutha indurirsi e sollevarsi sotto la pelle come le tavolette di un pezzo di cioccolata. Si stupì di come il suo corpo si fosse trasformato, senza dare nell’occhio, da quello senza muscoli evidenti di un ragazzo in quello di un uomo. Duro e sagomato. Il corpo di un nuotatore-falegname. Lucidato con una speciale cera lucida corpo.

Aveva zigomi alti e un sorriso bianco, subitaneo.

Fu il sorriso a ricordarle Velutha da bambino. Mentre aiutava Vellya Paapen a contare le noci di cocco. Mentre le porgeva i piccoli regali che aveva fabbricato per lei, tenendoli sul palmo della mano ben aperto, in modo che lei potesse prenderli senza toccare lui. Barche, scatolette, piccoli mulini a vento. E la chiamava Ammukutty. Piccola Ammu. Sebbene lei fosse meno piccola di lui. Guardandolo adesso, non poté fare a meno di pensare che l’ uomo che Velutha era diventato presentava una scarsissima somiglianza col ragazzo di una volta. Il sorriso era l’unico bagaglio che si era portato dietro dall’infanzia all’età adulta.

All’improvviso Ammu si ritrovò a sperare che fosse davvero lui che Rahel aveva visto alla marcia. A sperare che fosse stato lui a sollevare rabbiosamente la bandiera e il braccio nodoso.

A sperare che sotto il velo di cauta allegria lui nascondesse una rabbia viva, pulsante contro quel mondo ordinato e compiaciuto di sé che la faceva tanto infuriare.

Sperò che fosse lui.

Fu stupita di constatare fino a che punto sua figlia si trovasse a suo agio con Velutha. Stupita che sua figlia avesse un suo mondo sotterraneo che,a quanto pareva, la escludeva del tutto. Un mondo tattile di sorrisi e risate di cui lei, sua madre, non faceva parte. Ammu si rendeva vagamente conto che i suoi pensieri erano venati di una delicata purpurea sfumatura d’invidia.  L’uomo o sua figlia. O semplicemente il loro mondo di mignoli agganciati e subitanei sorrisi.

L’uomo che stava nell’ombra degli alberi della gomma, tenendo in braccio sua figlia, con monete di sole che gli danzavano sul corpo, alzò gli occhi e colse lo sguardo di Ammu. Secoli compressi in un solo attimo evanescente. La storia sbagliò il passo, fu sorpresa con la guardia abbassata. Fu abbandonata come una vecchia pelle di serpente. I suoi segni, le sue cicatrici, le ferite risalenti ad antiche guerre e i giorni del camminare all’indietro, tutto si staccò e cadde. Al suo posto rimase un’ aura, un luccichio palpabile che era facile da vedere come l’acqua in un fiume o un sole lassù nel cielo. Facile da avvertire come il calore in una giornata torrida, come lo strattone dato da un pesce a una lenza tesa. Così ovvio che nessuno lo notò.

In quel breve istante, Velutha alzò gli occhi e vide cose che prima non aveva mai visto. Cose che fino a quel momento erano state fuori portata, occultate fai paraocchi della storia.

Cose semplici. Per esempio vide che la mamma di Rahel era una donna. Vide che quando sorrideva aveva profonde fossette, che indugiavano a lungo anche dopo che il sorriso aveva abbandonato i suoi occhi. Vide che le sue braccia brune erano rotonde e sode, perfette. Che le sue spalle risplendevano ma che i suoi occhi erano da qualche altra parte. Vide che, nel porgerle dei regali, non ci sarebbe stato più bisogno di tenerli sul palmo aperto in modo che lei non lo toccasse. Le barche e le scatole. I piccoli mulini a vento. Vide anche che lui non era necessariamente l’unico ad avere delle cose da regalare. Che anche lei aveva regali da fargli.

Questa consapevolezza gli scivolò dentro con facilità, come la lama affilata di un coltello. Fredda e calda insieme. Ci volle solo un istante.

Ammu vide che lui aveva visto, e distolse lo sguardo. I demoni della storia tornarono a reclamarli. A riavvolgerli nella vecchia pelle sfregiata della storia e a ricacciarli nelle loro vere vite. Dove le leggi dell’amore stabiliscono chi deve essere amato. E come. E quanto.

Ammu risalì nella veranda per rientrare nella Commedia. Tremando.»

Pagg.188-190

28 dicembre

“Più o meno 10 pagine al giorno ”

Bicchiere di acqua trasparente sulle parole

“Il dio delle piccole cose, Arundhati Roy”

“Il cinema Abilash si reclamizzava come la prima sala cinematografica del Kerala con Uno schermo per il CinemaScope da 70mm.

Per ribadire il concetto, la facciata era una copia in cemento dello schermo curvo del cinemascope. In cima (lettere di cemento, illuminazione al neon) c’era «cinema Abilash» in inglese e in malayalam.

I gabinetti si chiamavano LUI e LEI per Ammu, Rahel e Baby Kochamma. LUI solo per Estha, perché Chacko era andato a informarsi alle prenotazioni all’Hotel Sea Queen.

«Ce la fai da solo?» chiese Ammu preoccupata. Estha annuì.

Attraverso la porta di formica rossa che si richiudeva lentamente da sé, Rahel seguì Ammu e Baby Kochamma nel LEI.

Si girò per salutare con la mano, là in fondo al pavimento di marmo lucido-oleoso, Estha da solo (con un pettine), con le sue scarpe grigie a punta.

Estha aspettò nella sudicia entrata di marmo con i solitari specchi che lo guardavano finché la porta rossa non avrebbe portato via sua sorella. Poi si voltò e si diresse verso LUI.

Una volta dentro il LEI, Ammu suggerì a Rahel di stare sospesa senza sedersi per fare pipì. Disse che le Tazze nei Bagni Pubblici erano Luride. Come i Soldi. Non sai mai chi li ha toccati. Lebbrosi. Macellai. Meccanici.

Rahel era troppo piccola per stare in equilibrio sopra la tazza, così Ammu e Baby Kochamma la sostennero, le gambe agganciate alle loro braccia. I piedi vari chiusi nei sandali Bata. Su per aria con le mutande giù. Per un attimo non accadde niente, e Rahel guardò la madre e la baby- prozia con gli occhi pieni di impertinenti punti interrogativi (e adesso?)

«Su» disse Ammu. «Psssss»

Pss per il suono della Pipì. Mmmm per il Suono della Mmmmuuusica.

Rhael ridacchiò. Ammu ridacchiò. Baby Kochamma ridacchiò.”

Pagg. 106-107