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29 marzo

“Più o meno 10 pagine al giorno”

Racconti Africani, Doris Lessing


“Dopo aver ingollato un paio di whisky il vecchio Stephen tornò sul campo di battaglia, aprendosi la strada fra bruni e scintillanti nugoli di insetti.

Le cinque. Fra un’ora il sole sarebbe tramontato e sarebbe svanita ogni speranza che lo sciame si allontanasse. Lo sciame adesso era più fitto che mai e gli alberi erano diventati informi masse brulicanti d’un caldo e lucente color marrone. Margaret si mise a piangere. No, non si poteva andare avanti così quando non erano le piogge erano le locuste, quando non erano le locuste erano i bruchi, oppure gli incendi.

C’era sempre qualche guaio. Il ronzio degli insetti era diventato così intenso che le pareva di trovarsi in mezzo a una foresta sotto la bufera; il tetto sembrava investito da pesanti scrosci di pioggia e sul terreno avanzava una lucente, disgustosa ondata giallo-bruna che fra poco li avrebbe travolti e sommersi sì, sarebbero annegati tutti in un mare di locuste.

Il tetto pareva infatti sul punto di crollare sotto il loro peso e la porta avrebbe presto ceduto sotto la loro pressione dopo di che avrebbero invaso anche la casa. E intanto si stava facendo sera. Margaret guardò fuori. L’aria era diventata più trasparente, le brune mobili nubi degli insetti lasciavano intravedere qualche lembo d’azzurro. Quegli squarci di cielo erano diafani e freddi: il sole stava tramontando. Attraverso la frusciante cortina di insetti vide avanzare due uomini. Prima il vecchio Stephen, che camminava con passo spavaldo, poi suo marito, con il viso stravolto dalla stanchezza. Dietro a loro venivano i domestici, e tutti erano coperti di locuste. Il gong aveva smesso di suonare. Ora non si udiva altro che l’incessante fruscio d’una miriade d’ali.

I due uomini si liberarono con gesti energici dagli insetti ed entrarono.



“Be’,” disse Richard, dandole un bacio sulla guancia, “il grosso dello sciame si è allontanato.”

“Buon Dio,” esclamò irosamente Margaret, con la voce ancora incrinata dal pianto, “ne sono rimaste anche troppe, non ti pare?” Poiché sebbene l’aria vespertina non fosse più grigia e opaca ma di un pallido azzurro, solcato qua e là da qualche piccolo sciame vagante, tutto il resto gli alberi, gli arbusti, la terra, gli altri edifici della fattoria – era sepolto sotto una bruna e fitta coltre di insetti in movimento.

“Se stanotte la pioggia non le trattiene qui se non avranno le ali appesantite dalla pioggia domattina all’alba se ne andranno tutte.”

“Certo, avranno avuto il tempo di deporre delle uova, ma non molte, e questo è già un vantaggio.”

Margaret si alzò, si asciugò gli occhi, cercò di calmarsi e preparò loro qualcosa da mangiare. I domestici infatti erano esausti e li aveva rimandati nel loro quartiere a riposarsi.

Servì la cena ai due uomini e sedette a tavola con loro. “Non è rimasta una sola pianta di mais,” li udi dire. Neanche una. Appena le locuste se ne fossero andate avrebbero dovuto piantarlo di nuovo. Bisognava ricominciare tutto daccapo.


Ma a che scopo?, si chiese Margaret, se fra poco le uova avrebbero liberato un esercito di giovani locuste? Tuttavia non disse nulla e li ascoltò discutere l’opuscolo inviato dal governo che con le istruzioni per difendersi dalle nuove nate. A quanto pareva bisognava tenere di continuo nei campi degli uomini di guardia che dessero l’allarme appena notavano qualche movimento fra l’erba. Le locuste giovani non volano ma saltano come grilli e appena ne veniva individuato un gruppo si doveva scavargli  attorno una trincea o spruzzarlo con del veleno, con le pompe fornite dal governo. Il governo chiedeva a tutti i coltivatori di collaborare a un programma internazionale per la totale eliminazione del flagello delle locuste, che andavano distrutte appena nate. I due uomini discutevano animatamente, come se stessero preparando i piani per una battaglia, e Margaret li ascoltava esterrefatta.

La notte passò tranquilla; gli invasori addormentati non diedero segno di vita. Ogni tanto si udiva però lo schianto di un ramo che si spezzava, il tonfo d’un albero che cadeva al suolo.

Margaret riposò male, mentre accanto a lei Richard dormiva come un sasso. Al mattino la sveglio un giallo raggio di sole che batteva come un sasso, sfinito dalla lunga battaglia del pomeriggio precedente.  Al mattino la svegliò un giallo raggio di sole che batteva sul letto, un sole limpido, offuscato solo a tratti da qualche ombra vagante. Si alzò e andò alla finestra. Il vecchio Stephen si era levato prima di lei ed ora era fuori. davanti alla casa, e bush. Anche Margaret guardò in quella direzione e ciò che vide la lasciò senza fiato, sbalordita e al tempo stesso, suo malgrado,affascinata. Pareva infatti che su ogni albero, su ogni arbusto e su tutta la distesa dei campi si fossero accese migliaia di tenui fiammelle. Le locuste stavano sbattendo le ali per liberarle dalla rugiada notturna e quel movimento produceva un diffuso luccichio rossastro con barbagli dorati.

Margaret usci di casa e badando a non calpestare gli insetti sparsi sul terreno e raggiunse il suocero. Entrambi rimasero fermi in silenzio guardandosi attorno. Il cielo sopra il loro era azzurro, azzurro e terso”.

Dal racconto: “Una modica invasione di locuste”.

22 marzo

“Più o meno 10 pagine al giorno”

“Racconti africani” Doris Lessing 

David Hockney

Incipit di «Inverno in luglio»

[…] Julia cercò di calmarsi, si allungò sulla poltrona e si costrinse a riflettere sulla propria vita passata e su ciò che lei era diventata. Da molto tempo non sentiva più il bisogno di sottoporsi a questa sorta di autoesame e ora detestava doverlo fare.

Julia era nata in una cittadina dell’Inghilterra settentrionale, figlia di un medico. Dire che era stata una ragazza ambiziosa sarebbe inesatto: l’ambizione presuppone una certa forza di volontà; Julia era invece soltanto dotata di un puntiglioso spirito critico e di una vivace curiosità, e la sua ribellione all’idea di doversi trovare un marito e vivere per sempre in quella piccola città di provincia, non era stata che la sua naturale reazione, comune a tutti i giovani della sua età, contro la prospettiva di un’esistenza limitata e monotona.

Tuttavia era fuggita. Era sveglia e intelligente: al termine dei suoi studi era molto più colta e preparata della maggior parte dei suoi coetanei. Aveva imparato il francese e il tedesco perché possedeva un certo talento per le lingue ma soprattutto perché a diciotto anni si era innamorata di uno studente francese e a venti era diventata la segretaria di un uomo in rapporti d’affari con la Germania e aveva voluto rendersi loro gradita. Era un’ottima segretaria, perché non solo sapeva far bene il suo mestiere ma riusciva a creare fra sé e le persone per le quali lavorava una corrente di simpatia. I suoi datori di lavoro scoprivano che sapeva adeguarsi senza sforzo, per puro intuito, alle loro esigenze: era dotata di una mente ricettiva e al tempo stesso passivamente duttile. Perciò guadagnava bene e dopo non molto le si offrì l’occasione di lasciare la cittadina natale e trasferirsi a Londra.

Quando a distanza di tanti anni, (ne aveva ormai quasi quaranta) ripensava alla vita che aveva condotto (una vita movimentata e in un certo senso avventurosa) non rammentava di essersi mai detta, quand’ era giovane:” Voglio viaggiare; voglio essere libera.” E tuttavia aveva viaggiato moltissimo, cambiando di continuo paese e lavoro; e questo aveva reso i suoi rapporti con il prossimo, con gli uomini come con le donne, inevitabilmente precari, ma proprio perciò più piacevoli e interessanti. Quando aveva lasciato l’Inghilterra non sospettava che sarebbe stato per sempre. Aveva accompagnato all’estero, per un viaggio d’affari, il suo principale verso il quale si comportava, a parte il sesso, più come una moglie che come una dipendente: era incapace di lavorare per un uomo senza offrirgli la sua discreta amicizia e la sua solidarietà.

Euphorbia

(Julia ha vissuto in fuga dalla noia, dall’amore e da se stessa finché non è finita a Città del Capo e poi ha finito di sperdersi in Africa incontrando Tom e Kenneth, fratellastri e migliori amici, diametralmente opposti ed entrambi corteggiatori)

Racconto lungo di Doris Lessing “Inverno in luglio”

15 marzo

“Racconti africani” Doris Lessing

Più o meno 10 pagine al giorno

Io ero abituata alla nostra tenuta, a quelle centinaia d’acri di terra scabra e corrosa dove gli alberi erano stati tagliati per alimentare le fornaci delle miniere ed erano ricresciuti stenti e contorti, e dove il bestiame pascolando appiattiva l’erba e lasciava sul terreno fila irregolari d’orme pesanti che nella stagione delle piogge diventavano solchi profondi. Qui invece la natura era stata rispettata: qualche prospettore errabondo aveva forse sferrato qua e là un colpo di piccone contro le rocce, facendone scaturire auree scintille, e forse gli indigeni in transito avevano bruciacchiato qualche tronco d’albero, là dove avevano acceso il fuoco per la notte.

Il silenzio era solenne; si udiva solo il roco tubare delle colombelle; la giornata era calda e l’ombra fitta e profonda, interrotta ogni tanto da una gialla macchia di sole, e in tutta quella vasta e lussureggiante vallata simile a un parco non c’era un essere umano all’infuori di me.

Mentre ascoltavo il battito rapido e regolare di un picchio sentii ad un tratto uno strano brivido salirmi lungo la schiena e una sorta di formicolio diffondersi per tutto il corpo e poco dopo mi ritrovai completamente gelata e con la pelle d’oca, e al tempo stesso madida di sudore. Ho la febbre?, mi chiesi. Poi mi voltai e mi guardai preoccupata alle spalle e mi resi conto all’improvviso che non era febbre ma paura. Era una sensazione nuova per me, nuova e umiliante. Da tanti anni ormai vagabondavo tutta sola nel bush e mai, neppure per un attimo, avevo avuto paura; dapprima perché mi sentivo protetta dal fucile e dai cani, in seguito perché avevo imparato a non temere gli indigeni e anzi a considerarli amici.

Avevo tuttavia letto di come spesso succeda che l’immensità e il silenzio dell’Africa, sotto il suo antico sole, appaiano opprimenti e minacciosi, al punto che persino il canto degli uccelli acquista un suono lugubre e gli alberi e le rocce sembrano emanare messaggi di morte. E infatti, quasi senza rendermene conto, cominciai ad avanzare con cautela, come se temessi di disturbare con i miei passi qualche antico sinistro spirito, qualche cupo spettro, enorme e ostile, che avrebbe potuto risvegliarsi all’improvviso e colpirmi alle spalle.

Guardavo i cespugli fitti e intricati e immaginavo che vi si nascondesse qualche belva in agguato. Guardavo il fiume placido che scendeva a cascatelle lungo il vlei e si allargava in grandi pozze dove la notte venivano ad abbeverarsi le antilopi e vedevo i coccodrilli emergere all’improvviso, afferrarle per il muso morbido e umido e trascinarle con sé nelle loro oscure grotte subacquee. Ero prigioniera della paura. Mi resi conto che per timore di quella misteriosa e minacciosa entità della quale percepivo la presenza alle mie spalle, e che avrebbe potuto in qualsiasi momento raggiungermi e portarmi via, continuavo a girare in tondo.

Kopje

La catena di kopje, che ora vedevo da un angolo diverso, sembrava mutare aspetto ad ogni passo, e così pure l’alta montagna che aveva sempre dominato come una sentinella il paesaggio a me noto e della quale m’ero sempre servita come punto di riferimento: ora alle sue pendici s’apriva un’ignota valle assolata. Non sapevo più dove fossi. M’ero smarrita. Mi lasciai vincere dal panico e mi affrettai a ritornare sui miei passi cercando di riconoscere questo o quell’albero e di orientarmi secondo la posizione del sole, che sembrava essersi abbassato sull’orizzonte e diffondeva una luce gialla e malinconica, come se stesse per tramontare. Da quanto tempo ero lì? Consultai l’orologio e scopersi che il mio insensato terrore non durava da più di dieci minuti.

Il fatto è che era davvero insensato. Non ero neanche a dieci miglia da casa: non avevo che da ripercorrere il sentiero lungo la valle e avrei subito ritrovato il recinto del nostro confine; laggiù, ai piedi delle kopje, scintillava il tetto della casa d’un vicino, che avrei potuto raggiungere in un paio d’ore. La mia era la stessa paura che la notte aggriccia la pelle ai cani e li induce ad ululare contro la luna piena. Non aveva alcun rapporto con i miei pensieri o i miei sentimenti; e più che il malessere fisico in sé mi disturbava l’idea d’essermene lasciata sopraffare.

Cercai perciò di calmarmi e ripresi a camminare con passo sicuro, ridendo di me stessa ogni volta che mi sorprendevo a trattenere il respiro o a gettare all’intorno occhiate guardinghe. Mi imposi di pensare al villaggio che stavo cercando e a quel che avrei fatto quando vi fossi giunta – sempre che lo trovassi, il che era alquanto dubbio, poiché intorno a me si estendevano centinaia di migliaia d’acri di bush ed io non sapevo quale direzione prendere.

E mentre pensavo al villaggio mi resi conto che alla paura s’era aggiunta una nuova sensazione: la consapevolezza della mia solitudine. Mi sentii tutt’a un tratto perduta, abbandonata, e fui invasa da un’angoscia profonda, che quasi mi impediva di camminare; e se in quel momento non fossi giunta su una piccola altura e non avessi scorto sotto di me un villaggio avrei fatto immediatamente ritorno a casa. Il gruppo di capanne dal tetto d’erba e fango sorgeva al centro d’una radura circondata da ben ordinati campi di mais, di zucche e di miglio.

Bush: boscaglia con fitto sottobosco.  Veld: termine con il quale si designa una caratteristica pianura coperta di erba, di cespugli o di rado sottobosco.  Vlei: piccola valle o conca acquitrinosa. Kopje: colline rocciose prive di vegetazione. Kraal: villaggio di capanne di fango.

Da: il vecchio capo Mishlanga

Marzo25 | “Racconti africani” di Doris Lessing

Questo è il libro votato e scelto nell’ambito del gioco “Più o meno 10 pagine al giorno”

Domani, 10 marzo, cominceremo insieme la lettura degli 11 racconti. Ogni sabato ci sarà un piccolo aggiornamento. Grazie e buona lettura!

Dalla quarta di copertina

“Lo sfondo a questi undici racconti è il grandioso e lussureggiante paesaggio della Rhodesia del Sud, l’attuale Zimbabwe, dove Doris Lessing trascorse l’infanzia e l’adolescenza quando questa regione faceva parte dell’impero britannico.

Cascate Victoria

Le vicende si svolgono in anni in cui la questione razziale, non ancora esplosiva, incomincia ad affacciarsi alla coscienza dei figli e dei nipoti dei primi coloni inglesi: emblematico è il racconto intitolato Il vecchio Capo Mshlanga, in cui una ragazza inglese nata e cresciuta sotto “l’antico sole africano” si rende conto, a poco a poco, dell’infondatezza dei pregiudizi dei bianchi e scopre l’insopportabile solitudine alla quale ella stessa è condannata dalla barriera razziale.

Ippopotamo nello Zimbabwe

Vi sono racconti in cui è centrale il dramma dei neri, defraudati dalle terre e costretti ad assistere impotenti alla disgregazione del loro mondo tribale e ve ne sono altri in cui è messa a fuoco l’insicurezza serpeggiante tra i bianchi, soffocati dalla meschinità di un ambiente sociale ghettizzante e conformista. In questa raccolta, che evoca i sintomi di una crisi di coscienza di portata storica, Doris Lessing ha saputo delineare un dramma che, infine, assume un valore universale: “L’Africa ti insegna che l’uomo è una piccola creatura, in mezzo a tante creature, in un grande panorama.”

Doris Lessing nasce in Persia nel 1919, presto si trasferirà in Africa nella Rhodesia del Sud dove trascorrerà l’ infanzia e l’adolescenza. Il padre britannico reduce dalla Prima Guerra mondiale aveva sposato un’ infermiera e si era trasferito in Persia, l’attuale Iran, qui lavorava come impiegato di banca. La Rhodesia del Sud (l’attuale Zimbabwe nel 1925 era una colonia britannica e la vita dei coltivatori di mais era dura.

Doris Lessing frequenta la scuola cattolica femminile anche se la sua famiglia non è cattolica. Lascia la scuola a 15 anni e prosegue gli studi da autodidatta.

Si è sposata due volte e ha avuto tre figli, nel 2007 ha vinto il premio Nobel per la letteratura. Muore all’età di 94 anni  il 17 novembre del 2013.

Le opere letterarie di Doris Lessing sono divise un tre periodi: quello comunista, quello sufista e quello femminista anche se non le piaceva definirsi femminista. “Racconti africani” è del 1964.

8 marzo

“Più o meno 10 pagine al giorno”

«Un amore di Swann » Marcel Proust

Caffè Baratti & Milano, Torino


“Un giorno ricevette una lettera anonima, diceva che Odette era stata l’amante di innumerevoli uomini (ne citava qualcuno, fra cui Forcheville, il signor di Bréauté e il pittore), di donne, e che frequentava le case di appuntamenti. Lo torturò il pensiero che fra i suoi amici ci fosse un individuo capace di indirizzargli una lettera simile (perché certi particolari rivelavano in chi l’aveva scritta una conoscenza familiare della vita di Swann).

Cercò di capire chi potesse essere. Ma non aveva mai avuto idea delle azioni occulte degli uomini, quelle che non hanno legame visibile coi loro discorsi.

E quando volle scoprire la regione sconosciuta dove quell’atto ignobile era dovuto nascere, se doveva cioè collocarlo piuttosto sotto il carattere apparente del signor di Charlus, o del signor des Laumes, o del signor d’Orsan, siccome nessuno di loro aveva mai approvato davanti a lui le lettere anonime, anzi, in tutti i loro discorsi era implicito che le disapprovavano, non vide ragione per collegare quella bassezza alla natura dell’uno piuttosto che dell’altro. L’indole del signor di Charlus era un po’ quella d’uno squilibrato, ma fondamentalmente era buona e affettuosa; quella del signor des Laumes era un po’ arida, ma sana e retta. Quanto al signor d’Orsan, Swann non aveva mai incontrato nessuno che, anche nelle circostanze più tristi, gli avesse detto una parola altrettanto sentita, un gesto più discreto e appropriato. Anzi non riusciva a capire la parte poco delicata che la gente attribuiva al signor d’Orsan, nel legame che aveva con una donna ricca, e, sempre, quando pensava a lui, era costretto a lasciare da parte quella cattiva nomea, inconciliabile con tante testimonianze sicure di delicatezza.

“Corte di carta” di Isabelle de Borchgrave

Per un attimo Swann si sentì ottenebrare la mente e pensò ad altro per ritrovare un po’ di luce. Poi ebbe il coraggio di tornare a queste riflessioni. Ma allora, non avendo potuto sospettare di nessuno, dovette sospettare di tutti. In fin dei conti, il signor di Charlus gli voleva bene, aveva buon cuore; ma era un nevropatico, magari domani avrebbe pianto a saperlo malato, e oggi per gelosia, per collera, per qualche idea improvvisa che si era impadronita di lui, aveva desiderato di fargli del male. In fondo questa specie di uomini è la peggiore di tutte. Certo, il principe des Laumes era molto lontano dal voler bene a Swann quanto il signor di Charlus. Ma, appunto per questo non aveva nei suoi riguardi la medesima suscettibilità; e poi, senza dubbio, era un’indole fredda, ma incapace così di bassezze come di azioni magnanime.

Swann si pentiva di non essersi legato, nella vita, solo a gente così. Poi rifletteva che quel che impedisce agli uomini di far del male al prossimo, è la bontà, che, in definitiva, poteva fidarsi solo di temperamenti simili al suo, com’era, dal punto di vista del sentimento, quello del signor di Charlus. Al solo pensiero di dare a Swann un dispiacere del genere, egli si sarebbe ribellato. Ma con un uomo insensibile, di un’altra specie di umanità, come era il principe des Laumes, in che modo prevedere le azioni a cui potevano spingerlo moventi di un’essenza diversa? Aver cuore è tutto, e il signor di Charlus aveva cuore. Neanche al signor d’Orsan mancava, e i suoi rapporti con Swann, cordiali ma poco intimi, nati dal piacere che provavano a discorrere insieme, avendo su tutto le stesse idee, erano più riposanti che non l’affetto esaltato del signor di Charlus, capace di giungere ad atti passionali nel bene e nel male. Se c’era qualcuno da cui Swann si era sempre sentito compreso e amato con delicatezza, era il signor d’Orsan. Già, ma la vita poco rispettabile che conduceva?

Swann rimpiangeva di non averne tenuto conto, di avere spesso dichiarato, scherzando, che non aveva mai provato sentimenti di simpatia e di stima così vivi come in compagnia d’un farabutto. Non per nulla, si diceva adesso, da quando gli uomini giudicano il prossimo, lo fanno in base alle azioni. Non c’è nient’altro che significhi qualche cosa, non certo ciò che diciamo, pensiamo. Charlus e des Laumes possono avere questo o quel difetto, ma sono persone perbene. Orsan magari non ne ha, ma non è una persona perbene; può avere agito male una volta di più. Poi Swann sospettò di Rémi, il quale, è vero, avrebbe potuto solo ispirare la lettera, ma, per un momento, questa gli parve la pista buona. Prima di tutto, Loredan aveva motivi di risentimento verso Odette. E poi come non supporre che i domestici, vivendo in una condizione inferiore alla nostra, aggiungendo al nostro patrimonio e ai nostri difetti ricchezze e vizi immaginari per i quali ci invidiano e ci disprezzano, si troveranno fatalmente condotti ad agire in modo diverso dalle persone del nostro ceto? Sospettò anche di mio nonno. Ogni volta che Swann gli aveva chiesto un favore, non glielo aveva sempre negato? inoltre, con le sue idee borghesi, poteva aver creduto di agire per il bene di Swann. Sospettò di Bergotte, del pittore, dei Verdurin; ancora una volta ammirò, di passaggio, la saggezza della gente della buona società che evita quegli ambienti artistici dove cose del genere sono possibili, magari persino ammesse come tiri burloni; ma poi ricordò certi tratti di rettitudine morale di quei bohemiens, e li paragonò alla vita piena di espedienti, quasi di imbrogli, a cui la mancanza di denaro, il bisogno del lusso e la corruzione dei piaceri, conducono spesso l’aristocrazia. In breve, quella lettera anonima provava che egli conosceva un individuo capace di scelleratezza, ma non c’era ragione di credere che tale scelleratezza fosse nascosta nelle làtèbre del carattere — inesplorate — dell’uomo sensibile piuttosto che dell’uomo freddo, dell’artista piuttosto che del borghese, del gran signore piuttosto che del servo.

Che criterio adottare per giudicare gli uomini?

In fondo, fra le persone che conosceva non ce n’era una che non potesse essere capace di una bassezza. Bisognava smettere di vederli tutti? La mente gli si annebbiò, due o tre volte si passò le mani sulla fronte, asciugò le lenti del pince nez col fazzoletto, e riflettendo che, dopotutto, gente che valeva quanto lui frequentava il signor di Charlus, il principe des Laumes e gli altri, si disse che ciò significava, se non proprio che fossero incapaci di bassezze, almeno che sia una necessità della vita, alla quale tutti si sottomettono, frequentare persone che forse non ne sono incapaci. E continuò a stringere la mano a tutti gli amici di cui aveva sospettato, con la riserva puramente formale che forse avevano cercato di ridurlo alla disperazione. Quanto alla sostanza della lettera, non se ne inquietò, perché neppure una delle accuse formulate contro Odette aveva ombra di verosimiglianza. Swann, come molti, era pigro di mente e mancava d’inventiva.

Disegno di Berthe Morisot

Naturalmente, come verità generale, sapeva che la vita degli esseri umani è piena di contraddizioni; ma, per ciascuno in particolare immaginava che tutta la parte ignota della sua vita fosse identica alla parte che conosceva. Ciò che gli veniva taciuto, l’immaginava con l’aiuto di ciò che gli veniva detto. Nei momenti in cui Odette era insieme a lui, se parlavano di un fatto indelicato o di un sentimento indelicato, commesso o provato da un’altra persona lei li condannava in nome degli stessi princìpi che Swann aveva sempre sentito professare dai propri genitori, e ai quali era rimasto fedele; e poi Odette sistemava i fiori nei vasi, beveva una tazza di tè, si preoccupava dei lavori di Swann. E così Swann estendeva queste abitudini al resto della vita di Odette, ripeteva quei gesti quando voleva raffigurarsi i momenti che lei era lontana da lui. Se gliel’avessero dipinta com’era, o meglio, come per tanto tempo era stata con lui, ma accanto a un altro uomo, avrebbe sofferto, perché quell’immagine gli sarebbe sembrata verosimile. Ma che andasse dalle mezzane che, si abbandonasse a orge con donne, che conducesse l’esistenza dissoluta delle creature abbiette, era una fantasia insensata; e grazie a Dio, i crisantemi evocati, i tè che erano seguiti, le indignazioni virtuose, non lasciavano posto per farle diventare realtà.”

1 marzo

“Più o meno 10 pagine al giorno”

“Un amore di Swann”

Berthe Morisot con il ventaglio, Edouard Manet

“Improvvisamente fu come se fosse entrata, e quell’apparizione gli inflisse una sofferenza così straziante che dovette portarsi la mano al cuore.

Il violino, difatti, era salito a note alte e lì restava come in attesa, un’attesa che si prolungava senza smettere di tenerle, nell’esaltazione in cui era di scorgere già l’oggetto della propria attesa che si avvicinava, e sforzandosi disperatamente di resistere fino al suo arrivo, di accoglierlo prima di spirare, di mantenergli ancora un momento aperto, con tutte le sue forze, la via o il varco attraverso cui poter passare, come chi regga una porta che altrimenti ricadrebbe.

E prima che Swann avesse il tempo di capire e di dirsi: «È la piccola frase della sonata di Vinteuil, non ascoltiamo!», tutti i ricordi del tempo in cui Odette era innamorata di lui, i ricordi che fino a quel giorno era riuscito a custodire, invisibili, nelle profondità del suo essere, ingannati da quel raggio improvviso del tempo d’amore che credettero ritornato, si erano risvegliati, e, in un batter d’ali, erano risaliti a cantargli perdutamente, senza pietà per la sua presente sventura, i ritornelli dimenticati della felicità.

Invece delle espressioni astratte come, «il tempo in cui ero felice», «il tempo in cui ero amato», che fino ad allora aveva pronunciate spesso e senza troppo soffrire, perché la sua intelligenza vi aveva racchiuso, del passato, solo estratti ipotetici che non ne conservavano alcuna traccia, ritrovò tutto ciò che di quella felicità perduta aveva fissato per sempre la specifica e volatile essenza; rivide tutto, i petali nivei e ondulati del crisantemo che lei gli aveva gettato nella carrozza e che lui aveva premuto contro le labbra, — l’indirizzo in rilievo della «Maison Dorée» sulla lettera in cui aveva letto: «La mano mi trema così forte mentre vi scrivo», — l’accostarsi delle sopracciglia di lei quando gli aveva detto con aria supplichevole: «Non sarà fra troppo tempo che mi chiamerete?»; sentì l’odore del ferro del parrucchiere da cui si faceva tagliare a spazzola i capelli mentre Loredan andava a prendere la piccola operaia, gli scrosci di pioggia che caddero così spesso quella primavera, il ritorno gelido nella sua Victoria, al chiaro di luna; tutte le maglie di abitudini mentali, di impressioni stagionali, di reazioni cutanee, che, sul succedersi di quelle settimane, avevano steso una rete uniforme in cui il suo corpo si trovava di nuovo intrappolato.

In quel periodo, imparando a conoscere i godimenti di chi vive d’amore, egli soddisfaceva una curiosità voluttuosa. Aveva creduto di potersi limitare a quelli e che non sarebbe stato costretto a impararne i dolori; che piccola cosa gli pareva, adesso, la grazia di Odette se paragonata al terrore incredibile che la prolungava come un torbido alone, all’immensa angoscia di non sapere in ogni momento ciò che lei aveva fatto, di non possederla dappertutto e sempre! Ahimè, si ricordò il tono con cui lei aveva esclamato: «Ma io potrò sempre vedervi, sono sempre libera!», lei che adesso non lo era più! l’interesse, la curiosità che provava per la vita di lui, il desiderio appassionato che le concedesse il favore — da lui invece temuto a quel tempo come causa di mutamenti sgradevoli — di lasciarvela penetrare; come aveva dovuto pregarlo perché si lasciasse condurre dai Verdurin; e quando la faceva venire a casa sua una volta al mese, quanto spesso aveva dovuto ripetergli, prima di riuscire a piegarlo, che delizia sarebbe stata l’abitudine di vedersi ogni giorno, che lei allora sognava mentre a lui sembrava solo una seccatura piccola e fastidiosa, che poi lei aveva preso a odiare e rotto definitivamente, mentre era diventata per lui un bisogno così invincibile e così doloroso.

Non sapeva di aver detto la verità fino in fondo quando, la terza volta che l’aveva vista, siccome lei ripeteva: «Ma perché non mi lasciate venire più spesso?», le aveva detto ridendo con galanteria: «Per paura di soffrire».”

22 febbraio

“Più o meno 10 pagine al giorno”

“Un amore di Swann” sullo scaffale della libreria
Busto del doge Loredan
La figlia di Jetro
(part. affresco Cappella Sistina)

“Una seconda visita che le fece ebbe forse importanza maggiore. Recandosi da lei quel giorno, come ogni volta che doveva vederla, se la raffigurava in anticipo; e la necessità in cui era, per trovar bello il suo volto, di limitare ai soli pomelli rosei e freschi le guance che così spesso lei aveva gialle, cascanti, punteggiate talvolta di macchioline rosse, lo affliggeva come una prova che l’ideale è irraggiungibile e la felicità mediocre. Le portava una stampa che desiderava vedere: Lei stava poco bene; lo ricevette in una vestaglia viola di crêpe de Chine, raccogliendo sul petto, come un mantello, la stoffa a ricchi ricami. In piedi accanto a lui, lasciando spiovere lungo le guance i capelli sciolti, piegando una gamba in atto leggermente di danza per potersi curvare senza fatica verso l’incisione che contemplava, inclinando la testa, coi grandi occhi così stanchi e incupiti quando non si animava, lo colpì per la somiglianza con la figura di Sefora, la figlia di Jetro, che si vede in un affresco della cappella Sistina. Swann aveva sempre avuto questo gusto speciale, di divertirsi a trovare nella pittura dei maestri non solo i caratteri generali della realtà che ci circonda, ma, al contrario, ciò che sembra meno suscettibile di generalizzazione, come i tratti individuali dei visi che conosciamo. Così, nella materia di un busto del doge Loredan scolpito da Antonio Rizzo, il risalto degli zigomi, il taglio obliquo delle sopracciglia, insomma la somiglianza lampante col suo cocchiere Rémi; sotto i colori di un Ghirlandaio, il naso del signor de Palancy; in un ritratto del Tintoretto, il grasso della guancia invaso dall’impianto dei primi peli delle fedine, lo sguardo penetrante, le palpebre congestionate del dottor du Boulbon. Forse, avendo sempre nutrito il rimorso di aver limitato la propria esistenza ai rapporti mondani, alla conversazione, credeva di trovare una specie d’indulgente perdono accordatogli dai grandi artisti, nel fatto che anche loro avevano osservato con piacere e accolto nella loro opera, simili volti che le conferiscono un attestato singolare di realtà e di vita, un sapore moderno; forse anche si era lasciato prendere talmente dalla frivolezza della gente di mondo, che sentiva il bisogno di trovare in un’opera antica quelle allusioni anticipate a nomi e cognomi d’oggi, che la ringiovaniscono. Forse invece aveva conservato sufficiente natura d’artista perché quelle caratteristiche individuali gli dessero piacere assumendo un significato più generale, appena le scorgeva sradicate, liberate, nella rassomiglianza di un ritratto più antico con un originale che non era quello raffigurato. Comunque sia, e forse perché la pienezza d’impressioni che provava da qualche tempo, benché gli fosse venuta piuttosto con l’amore della musica, gli aveva arricchito anche il gusto per la pittura, quella volta fu più profondo (e doveva esercitare su Swann un influsso durevole) il piacere che provò in quel momento nel constatare la rassomiglianza di Odette con la Sefora di quel Sandro di Mariano al quale non si dà più volentieri il soprannome di Botticelli da quando, invece della vera opera del pittore, evoca l’idea scipita e falsa che se ne è divulgata. Non stimò più il volto di Odette in base alla migliore o peggiore qualità delle guance e alla dolcezza meramente carnale che supponeva di dover trovare toccandole con le labbra se mai avesse osato baciarla, ma come una matassa di linee sottili e belle che i suoi sguardi dipanarono seguendo la curva del loro avvolgimento, congiungendo la cadenza della nuca all’effusione dei capelli e alla flessione delle palpebre, come in un ritratto di lei nel quale il suo tipo diventava intelligibile e chiaro. La guardava; un frammento dell’affresco le appariva nella faccia e nel corpo, e sempre, da allora, cercò di ritrovarlo, sia che stesse accanto a Odette, sia che soltanto la pensasse; e benché senza dubbio al capolavoro fiorentino ci tenesse solo perché lo ritrovava in lei, tuttavia questa rassomiglianza conferiva bellezza anche a lei, la rendeva più preziosa. Swann si rimproverò di avere misconosciuto il pregio di un essere che al grande Sandro sarebbe parso adorabile, e si compiacque che il piacere che provava a vedere Odette trovasse giustificazione nella propria cultura estetica. Si disse che associando il pensiero di Odette ai propri sogni di felicità non si era rassegnato a un ripiego imperfetto come aveva creduto fin qui, poiché ella accontentava in lui i gusti d’arte più raffinati. Dimenticava che non per questo Odette si conformava di più alla donna secondo il suo desiderio, poiché il desiderio gli si era sempre orientato precisamente in direzione contraria ai gusti estetici. La parola, «opera fiorentina» rese un gran servigio a Swann. Come un titolo abilitante, gli permise di far penetrare l’immagine di Odette in un mondo di sogni dove finora non aveva avuto accesso e dove s’imbevve di nobiltà. E mentre la visione meramente corporea che aveva avuto di quella donna indeboliva il suo amore, rinnovandogli continuamente i dubbi sulla qualità del suo viso, del corpo, di tutta la sua bellezza, i dubbi furono distrutti, l’amore reso sicuro quando invece ebbe per base i dati di un’estetica certa; senza contare che il bacio e il possesso, che sembravano naturali e mediocri se gli erano accordati da una carne sciupata, venendo a coronare l’adorazione per un oggetto da museo gli parvero essere soprannaturali e deliziosi”.

Lungo la via del mare

La barca di Pietro è databile all’epoca di Gesù ed è  stata ritrovata nel 1986 sul fondo del lago di Tiberiade. La troviamo oggi all’ingresso dei Musei Vaticani ricostruita, una copia perfetta. Come perfetti sono, uno per uno, i nostri sguardi sulle opere esposte imbevute di bellezza traboccante.

Uno di quei momenti in cui le parole sono troppe, assordanti, là dove è il silenzio dello sguardo a riconoscere la misura e l’armonia. Così ho avuto il privilegio di sentire, ammirare e contemplare i capolavori conservati nelle sale, nei cortili, nelle logge dei Musei Vaticani sul filo della narrazione di Claudio Sagliocco.

Anche adesso, mentre scrivo, provo disagio perché quel giorno mi sono ritrovata immersa completamente in una dimensione minuscola come un puntino e al contempo sconfinata tanto che il cuore che non so bene se batteva al ritmo giusto.

I musei sono luoghi strani poiché le opere sono lì immobili, esposte e inanimate sotto gli occhi di milioni di visitatori.

Sguardi di ogni tipo strusciano su quelle superfici che sembrano subire l’usura di tante ripetute e rapide occhiate. Eppure sono “cose” nate dalla vita, da corpi caldi in cui scorreva sangue, artisti, persone in preda al demone dell’ispirazione mentre era successo o stava per accadere qualcosa di importante e da celebrare.

Penso ai  musei come luoghi eccentrici e non celebrativi. Ecco perché c’è  bisogno di una storia piena di amore che accompagni il visitatore. Una guida strepitosa come Claudio, studioso, esperto storico dell’arte preparato e commosso, capace di fluire e dare attenzione ai personaggi raffigurati sulle volte, a quelli tessuti negli arazzi. Le storie affrescate sulle grandi pareti cominciano a raccontare, il paesaggio pesca nella memoria creando suggestioni indescrivibili. Così ci viene restituita la stessa grandezza e magnificenza che ha dato vita alle opere d’arte.

Mi chiedo spesso cosa accade di inaspettato e magico quando sostiamo davanti a un dipinto, oppure a una scultura di cui conosciamo ben poco se non quello che gli occhi attenti e la personale sensibilità ci restituiscono in quell’istante. I battiti del cuore accelerano, le mani sudano e diventano fredde, la bocca si asciuga. Sono le prime fasi dell’innamoramento.

Marcel Proust, che leggo con piacere  in questi giorni, scrive: «Swann aveva sempre avuto questo gusto speciale, di divertirsi a trovare nella pittura dei maestri non solo i caratteri generali della realtà che ci circonda, ma, al contrario, ciò che sembra meno suscettibile di generalizzazione, come i tratti individuali dei visi che conosciamo». Partiva dalla realtà ma non era uno scrittore realista e per questo forse amava Vermeer che dipingeva scene di vita quotidiana creando atmosfere irreali e oscillanti.

Non trovo ancora le parole giuste, sono troppe, assordanti. In questo viaggio lungo la via del mare ho sperimentato la verità e la bellezza di un tempo che si moltiplica all’infinito.

R.M.

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Torso del Belvedere

Il “Torso del Belvedere” è una  scultura in marmo risalente I sec. a.C. dello scultore Apollonio di Atene che si trova presso il Museo Pio Clementino, all’interno dei celebri Musei Vaticani.

La scala elicoidale a doppia rampa di Giuseppe Momo. La scala fu commissionata da papa Pio XI al vercellese architetto Giuseppe Momo nel 1929, dopo i Patti Lateranensi.
Laocoonte

Venne ritrovato nel 1506 sull’Esquilino a Roma e riconosciuto come il Laocoonte descritto da Plinio. Il gruppo statuario raffigura la morte di Laocoonte e dei suoi due figli Antifate e Timbreo mentre sono stritolati da due serpenti marini, come narrato nel ciclo epico della guerra di Troia, ripreso successivamente nell’Eneide da Virgilio in cui è descritto l’episodio della vendetta di Atena, che desiderava la vittoria degli Achèi, sul sacerdote troiano di Apollo, che cercò di opporsi all’ingresso del cavallo di Troia nella città.

Nel 1513 venne trovata a Campo Marzio, la colossale statua del Nilo.

Il fiume è raffigurato come un vegliardo disteso su di un fianco, con una cornucopia colma di frutti nella mano sinistra e spighe di grano nella mano destra. La terra d’Egitto è evocata dalla presenza di una sfinge, sulla quale la figura si poggia, e da alcuni animali esotici.

Sedici putti alludono ai sedici cubiti d’acqua, cioè il livello raggiunto dal Nilo durante la stagione delle inondazioni.

Putti giocano con un coccodrillo (particolare)

La statua fu rinvenuta nel I secolo d.C., nella villa di Livia, moglie di Augusto, presso Prima Porta lungo la via Flaminia. L’imperatore è raffigurato nell’atto di parlare ai soldati vestito di corazza e di mantello intorno ai fianchi.
Apollo del Belvedere

Statua scoperta a Roma nel 1489 tra le rovine di un’ antica domus sul colle Viminale e presto acquistata dal cardinale Giuliano della Rovere. Divenuto papa, Giulio II fa trasferire la statua in Vaticano. La statua di marmo bianco, alta 224 centimetri, rappresenta il dio greco Apollo, che ha appena ucciso con le frecce del suo arco il serpente Pitone, divinità ctonia originaria di Delfi. La parte inferiore del braccio destro (che in origine tendeva l’arco) e la mano sinistra, mancanti al momento del ritrovamento, vennero ricostruiti tra il 1532 e il 1533 da Giovanni Angelo Montorsoli, scultore e collaboratore di Michelangelo.

Nel 2024, al termine di un progetto di restauro volto a ridurre i problemi di staticità della scultura, si è deciso di sostituire la mano del Montorsoli con un calco ricavato dai frammenti in gesso di epoca romana ritrovati negli anni ’50 durante uno scavo.

“Le Anime del Bernini” ai Musei Vaticani

L’estasi, il terrore, l’angoscia, il grido e lo smarrimento di chi è ormai senza speranza. Sono le espressioni dell’Anima Beata e dell’Anima Dannata di Gian Lorenzo Bernini.

L’autoritratto di Bernini
Le due opere provengono dall’Ambasciata di Spagna presso la Santa Sede e questa è solo la terza occasione in cui vengono esposte al pubblico  in vista dell’ormai prossimo Giubileo. Straordinarie per il trattamento virtuoso del marmo, le due teste, sono testimonianza degli iniziali rapporti del futuro regista della Roma barocca con la comunità spagnola presente nella Città Eterna: la prima ha il volto idealizzato di una donna con lo sguardo rivolto in alto in contemplazione del paradiso.  “Si racconta che lo scultore si ponesse di fronte ad uno specchio lasciandosi bruciare dal fuoco di una candela: l’espressione dell’Anima Dannata è quella sperimentata dallo stesso Bernini”.

Lorenzo Bernini, modello della cattedra di San Pietro

Nella sala XI della Pinacoteca sono esposti i modelli preparatori in creta mista a paglia su armatura in ferro e vimini per le sculture bronzee per la Cattedra di San Pietro.

Sala rotonda con volta emisferica a imitazione del Pantheon di Adriano  completata nel 1779 su progetto di Michelangelo Simonetti.

Circondata da una serie di nicchie per l’allestimento di statue colossali. Il pavimento è un assemblaggio settecentesco di mosaici dei primi decenni  del III secolo di. C. Al centro della sala c’è una grossa vasca in porfido rosso che con le integrazioni moderne raggiunge i 13 metri di circonferenza. La vasca doveva ornaro lo spazio pubblico della Roma imperiale.

Celebre mosaico di Athena incastonato nel pavimento della Sala a Croce Greca del Pio Clementino dei Musei Vaticani
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Il Pantheon dipinto con le orecchie d’asino.

ORECCHIE D’ASINO NEL PANTHEON
Pare che ai Romani non piacquero i due campanili realizzati ai lati del frontone del Pantheon in età barocca, tanto da chiamarli “orecchie d’asino”.

Secondo il loro parere erano in contrasto con l’architettura classica che caratterizzava l’intero edificio.

I campanili furono rimossi con l’Unità d’Italia.

Le grottesche sono una pittura decorativa scoperta intorno al Quattrocento nelle domus romane. Attorno al 1480 alcuni pittori avevano iniziato a calarsi nelle cavità del colle Oppio per ammirare e studiare le decorazioni pittoriche sopravvissute nei secoli, non sapendo ancora di trovarsi tra le rovine dell’immenso palazzo imperiale di Nerone conosciuto come Domus aurea. La diffusione della pittura a grottesca nel Cinquecento fu immensa. Dopo le prime sperimentazioni, le sue forme definitive vennero stabilite da Raffaello in cantieri come le Logge Vaticane e Villa Madama, e si diffusero in Italia con la diaspora dei suoi allievi seguita al Sacco di Roma del 1527.

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15 febbraio

Più o meno 10 pagine al giorno

Un amore di Swann” di Marcel Proust

Quante sfumature ha il tempo?



“L’anno prima, a una serata, aveva ascoltato un’opera musicale eseguita su pianoforte e violino. Da principio aveva gustato solo la qualità materiale dei suoni emessi dagli strumenti.

Ed era stato già un gran piacere quando sotto la piccola linea del violino, esile, resistente, densa e conduttrice, aveva visto d’un tratto tentare di sollevarsi in uno sciabordìo liquido la massa della parte del pianoforte, multiforme, indivisa, piana e internamente contrastata, come l’agitazione violacea dei flutti incantanti e flautati dal lume di luna.

Ma a un certo punto, senza poter distinguere nettamente un contorno né dare un nome a ciò che gli piaceva, affascinato a un tratto, aveva cercato di cogliere la frase o l’armonia, — non sapeva lui stesso, — che passava aprendogli l’anima più largamente, come certi odori di rose vaganti nell’aria umida della sera hanno la proprietà di dilatarci le narici.

Forse è perché non s’intendeva di musica che aveva potuto provare un’impressione così confusa, una di quelle impressioni che sono forse le sole puramente musicali, senza estensione, originali del tutto, irriducibili a ogni altro ordine d’impressioni.

Un’impressione di questo genere, che dura un attimo, è per così dire sine materia. Senza dubbio le note che stiamo ascoltando tendono fin da allora, secondo la loro altezza e quantità, a coprire davanti ai nostri occhi superfici di varie dimensioni, tracciare arabeschi, darci sensazioni di vastità, di tenuità, di stabilità, di capriccio.

Ma le note sono svanite prima che tali sensazioni siano abbastanza formate dentro di noi per non essere sommerse da quelle che già risvegliano le note successive, o anche le simultanee.

E questa impressione continuerebbe ad avvolgere nella sua liquidità e nel suo «sfumato» i motivi che emergono a tratti, appena discernibili, per subito riaffondare e sparire, conosciuti solo al piacere particolare che danno, impossibili a descriversi, a ricordarli, a nominarli, ineffabili, — se la memoria, come un operaio che lavora a costruire fondamenta durevoli in mezzo alle onde, fabbricando per noi facsimili di quelle frasi (sfuggenti) non ci permettesse di confrontarle con le successive, e differenziarle.

Così, non appena si era dissolta la sensazione deliziosa avvertita da Swann, la memoria gliene aveva fornito seduta stante una trascrizione, sia pure sommaria e provvisoria, che lui aveva potuto tenere d’occhio mentre il pezzo continuava, così che, quando la stessa impressione era tornata all’improvviso, non era già più inafferrabile.

Lui se ne rappresentava l’estensione, i raggruppamenti simmetrici, la grafia, il valore espressivo; aveva davanti a sé questa cosa che non è più musica pura, è disegno, architettura, pensiero, e permette di ricordare la musica.

Questa volta aveva distinto nettamente una frase che si alzava per qualche istante sopra le onde sonore.

Subito essa gli aveva proposto voluttà particolari, mai immaginate prima di ascoltarla, e che nient’altro, lo sentiva, avrebbe potuto fargli sentire; e aveva provato per lei come un amore sconosciuto. Con ritmo lento lo guidava prima qua, poi là, poi altrove, verso una felicità nobile, inintelligibile e precisa. E d’un tratto, al punto dove era arrivata, e di dove lui si preparava a seguirla, dopo una pausa d’un attimo cambiava bruscamente direzione, e con un movimento nuovo, più rapido, minuto, malinconico, incessante e dolce, lo trascinava con sé verso prospettive sconosciute. Poi scomparve.

Appassionatamente desiderò di rivederla una terza volta. E ricomparve infatti, ma senza parlargli più chiaro, anzi causandogli una voluttà meno profonda. Ma ritornato a casa ebbe bisogno di lei, era come un uomo nella cui vita una passante appena intravista ha fatto entrare l’immagine di una bellezza nuova che conferisce alla sua propria sensibilità un valore più grande, senza sapere nemmeno se potrà mai rivedere colei che già ama e di cui ignora anche il nome. Questo amore per una frase musicale sembrò per un momento dovere perfino avviare in Swann la possibilità di una specie di ringiovanimento. Da tanto tempo aveva rinunziato a dedicare la vita a uno scopo ideale limitandola al perseguimento di soddisfazioni quotidiane e, senza dirselo esplicitamente, credeva ormai che sarebbe stato sempre così fino alla morte; peggio, non sentendosi più nello spirito idee elevate, aveva smesso di credere alla loro realtà, senza riuscire nemmeno a negarla del tutto. Così aveva preso l’abitudine di rifugiarsi in pensieri senza importanza, che gli permettevano di lasciar da parte l’essenza delle cose”.