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24 maggio

“Più o meno 10 pagine al giorno”

Lezioni americane di Italo Calvino

«Poi piovve dentro a l’alta fantasia»

Si tratta, beninteso, dell’«alta fantasia», come sarà specificato poco più avanti, cioè della parte più elevata dell’immaginazione, distinta dall’immaginazione corporea, quale quella che si manifesta nel caos dei sogni. Stabilito questo punto, cerchiamo di seguire il ragionamento di Dante, ci riproduce fedelmente quello della filosofia del suo tempo.

O immaginazione, che hai il potere di importi alle nostre facoltà e alla nostra volontà e di rapirci in un mondo interiore strappandoci al mondo esterno, tanto che anche se suonassero mille trombe non ce ne accorgeremmo, da dove provengono i messaggi visivi che tu ricevi, quando essi non sono formati da sensazioni depositate nella memoria?

… Possiamo distinguere due tipi di processi immaginativi: quello che parte dalla parola e arriva all’immagine visiva e quello che parte dall’immagine visiva e arriva all’espressione verbale. Il primo processo è quello che avviene normalmente nella lettura: leggiamo per esempio una scena di romanzo o il reportage di un avvenimento sul giornale, e a seconda della maggiore o minore efficacia del testo siamo portati a vedere la scena come se si svolgesse davanti ai nostri occhi, o almeno frammenti e dettagli della scena che affiorano dall’indistinto.

Nel cinema l’immagine che vediamo sullo schermo era passata anche essa attraverso un testo scritto, poi era stata «vista» mentalmente dal regista, poi riconosciuta nella sua fisicità sul set, per essere definitivamente fissata nei fotogrammi del film. Un film è dunque il risultato di una successione di fasi immateriali e materiali, in cui le immagini prendono forma; in questo processo il «cinema mentale» dell’immaginazione ha una funzione non meno importante di quella delle fasi di realizzazione effettiva delle sequenze come verranno registrate dalla camera e poi montate in moviola.

Questo «cinema mentale» è sempre in funzione in tutti noi, e lo è sempre stato, anche prima dell’invenzione del cinema e non cessa mai di proiettare immagini alla nostra vista interiore.

… Se ho incluso la visibilità nel mio elenco di valori da salvare è per avvertire del pericolo che stiamo correndo di perdere una facoltà umana fondamentale: il potere di mettere a fuoco visioni A occhi chiusi, di far scaturire colori e forme dall’allineamento di caratteri alfabetici neri su una pagina bianca, di pensare per immagini. Penso a una possibile pedagogia dell’immaginazione che abitui a controllare la propria visione interiore senza soffocarla e senza d’altra parte lasciarla cadere in confuso, labile fantasticare, ma permettendo che le immagini si cristallizzino in una forma ben definita, memorabile, autosufficiente, «icastica».

… Quando imparai a leggere, il vantaggio che ricavai fu minimo: quei versi sempliciotti a rime baciate non fornivano informazioni illuminanti; spesso erano interpretazioni della storia fatti a lume di naso, tali e quali come le mie; era chiaro che il versificatore non aveva la minima idea di quel che poteva essere scritto nei balloons dell’originale, perché non capiva l’inglese o perché lavorava su cartoons già ridisegnati e resi muti.

Comunque io preferivo ignorare le righe scritte e continuare nella mia occupazione favorita di fantasticare dentro le figure e nella loro successione. Questa abitudine ha portato certamente un ritardo nella mia capacità di concentrarmi sulla parola scritta (l’attenzione necessaria per la lettura l’ho ottenuta solo più tardi e con sforzo), ma la lettura delle figure senza parole è stata certo per me una scuola di fabulazione, di stilizzazione, di composizione dell’immagine.

(frammenti da Visibilità)

17 maggio

“Più o meno 10 pagine al giorno”

Lezioni americane di Italo Calvino

«Quando ho iniziato la mia attività, il dovere di rappresentare il nostro tempo era l’ imperativo categorico d’ogni giovane scrittore. Pieno di buona volontà, cercavo d’immedesimarmi nell’energia spietata che muove la storia del nostro secolo, nelle sue vicende collettive e individuali. Cercavo di cogliere una sintonia tra il movimentato spettacolo del mondo, ora drammatico,ora grottesco, e il ritmo interiore  picaresco e avventuroso che mi spinge a a scrivere. Presto mi sono accorto che  tra i fatti della vita che avrebbero dovuto essere la mia materia prima e l’agilità scattante e tagliente che volevo animasse la mia scrittura, c’era un divario che mi costava sempre più sforzo superare. Forse stavo scoprendo solo allora la pesantezza, l’inerzia, l’opacità del mondo: qualità che si attaccano subito alla scrittura, se non si trova modo per sfuggirle.  In certi momenti mi sembrava che il mondo stesse diventando tutto di pietra: una lenta pietrificazione più o meno avanzata a seconda delle persone e dei luoghi ma che non risparmiava alcun aspetto della vita».

«Ecco che per riuscire a parlare della nostra epoca, ho dovuto fare un lungo giro evocare la fragile Medusa di Ovidio e il bituminoso Lucifero di Montale. È difficile per un romanziere rappresentare la sua idea di leggerezza, esemplificata sui casi della vita contemporanea, se non facendone l’oggetto irraggiungibile di una quête senza fine.

È quanto ha fatto con evidenza e immediatezza Milan Kundera. Il suo romanzo L’insostenibile leggerezza dell’essere è in realtà un’ amara constatazione dell’Ineluttabile Pesantezza del Vivere: non solo della condizione di oppressione disperata e all- pervaiding che è toccata in sorte al suo sventurato paese, ma ad una condizione umana comune anche a noi, pur infinitamente più fortunati. Il peso del vivere per Kundera sta in ogni forma di costrizione: la fitta rete di costrizioni pubbliche è private che finisce per avvolgere ogni esistenza con nodi sempre più stretti. Il suo romanzo ci dimostra come nella vita tutto quello che scegliamo e apprezziamo come leggero non tarda a rivelare il proprio peso insostenibile. Forse solo la vivacità è la mobilità dell’intelligenza sfuggono a questa condanna: le qualità con cui è scritto il romanzo, che appartengono a un altro universo da quello del vivere. Nei momenti in cui il regno dell’umano mi sembra condannato alla pesantezza, penso che dovrei volare come Perseo in un altro spazio. Non sto parlando di fughe nel sogno o nell’irrazionale. Voglio dire che devo cambiare il mio approccio, devo guardare il mondo con un’altra ottica, un’altra logica, altri metodi di conoscenza e di verifica. Le immagini di leggerezza che io cerco non devono lasciarsi dissolvere come sogni dalla realtà del presente e del futuro…

Nell’universo infinito della letteratura s’aprono sempre altre vie da esplorare, nuovissime o antichissime, stili e forme che possono cambiare la nostra immagine del mondo… Ma se la letteratura non basta ad assicurarmi che non sto solo inseguendo dei sogni, cerco nella scienza alimento per le mie visioni in cui ogni pesantezza viene dissolta…

Oggi ogni ramo della scienza sembra ci voglia dimostrare che il mondo si regge su entità sottilissime: come i messaggi del DNA, gli impulsi dei neuroni, i quarks, i neutrini vaganti nello spazio dall’inizio dei tempi…

Poi, l’informatica. È vero che il software non potrebbe esercitare i poteri della sua leggerezza se non mediante la pesantezza dell’hardware; ma è il software che comanda, che agisce sul mondo esterno e sulle macchine, le quali esistono solo in funzione del software, si evolvono in modo da elaborare programmi sempre più complessi. La seconda rivoluzione industriale non si presenta come la prima con immagini schiaccianti quali presse di laminatoi o colate d’acciaio, ma con i bits un flusso di informazione che corre sui circuiti sotto forma di impulsi elettronici. Le macchine di ferro ci sono sempre, ma obbediscono ai bits senza peso».

Maggio25 | “Lezioni americane” di Italo Calvino

“Più o meno 10 pagine al giorno”

Comincia il 10 maggio la lettura del libro che abbiamo scelto in questo mese.

La prima edizione di “Lezioni americane” uscì postuma proprio a maggio del 1988 presso l’editore Garzanti.

Italo Calvino era stato invitato dall’Università Harvard, Cambridge nel Massachussets per tenere un ciclo di sei conferenze. Molto interessante da leggere è la nota introduttiva di Esther Calvino, la moglie di Italo, perché spiega con quanta ossessione egli abbia raccolto idee e materiali per formulare addirittura otto lezioni anche se quelle previste erano sei.

Il tema da trattare – alcuni  valori letterari da conservare nel prossimo millennio –.

Il nuovo millennio è cominciato ormai da 25 anni, era il 1985.

“Dedicherò  la prima conferenza all’opposizione leggerezza- peso, e sosterrò le ragioni della leggerezza…

Buona lettura!

10 maggio

“Più o meno 10 pagine al giorno”

“Cristo si è fermato a Eboli” di Carlo Levi

La rilettura di questo romanzo autobiografico ha risvegliato in me tanti ricordi. Ho cercato le fotografie dei momenti trascorsi ad Aliano in compagnia di amici ma il bello è che spesso ci andavo da sola per sostare nei silenzi assolati e ascoltare le storie che mi raccontava il passante gentile, distratto e curioso.

«Un mattino verso mezzogiorno, passavo sulla piazza. Il sole batteva lucente e nitido, il vento alzava mulinelli di polvere e don Cosimino, sull’uscio dell’ ufficio postale, mi fece da lontano dei grandi gesti con la mano. Mi avvicinai, e vidi che mi guardava con affettuosi occhi allegri.

– Buone notizie, don Carlo, – mi disse. – Non vorrei darle delle speranze che non si dovessero realizzare; ma è arrivato ora un telegramma da Matera, che dispone la liberazione del confinato genovese. Ho mandato ora a chiamarlo. Dice anche di rimanere in ascolto nel pomeriggio, che mi telegraferanno i nomi di altri confinati da liberare. Spero ci sarà anche il suo. Pare che sia per la presa di Addis Abeba –.

Rimanemmo sulla porta dell’ufficio tutto il giorno. Ogni tanto si sentiva il ticchettio del telegrafo, e poi la testa di don Cosimino si affacciava allo sportello, con un sorriso raggiante, e l’angelo gobbo gridava un nome. Il mio fu l’ultimo: era già quasi sera. Tutti erano stati liberati, tranne i due comunisti, lo studente di Pisa e l’operaio di Ancona. Tutti i signori della piazza mi si fecero attorno per congratularsi con me della libertà che mi era stata elargita senza che la sollecitassi. Quella gioia inattesa mi si volse in tristezza, e mi avviai, con Barone, verso casa.

Tutti i confinati partirono l’indomani mattina. Io non mi affrettai. Mi dispiaceva partire, e trovai tutti i pretesti per trattenermi. Avevo dei malati che non potevo lasciare d’un tratto, delle pitture da finire; e poi un mucchio di cose da spedire, una infinità di quadri da imballare. Dovevo far fare delle casse, e una gabbia per Barone, troppo abile nello sciogliersi dal guinzaglio e troppo selvatico perché si potesse affidarlo così semplicemente a un treno. Rimasi ancora una decina di giorni. I contadini venivano a trovarmi e mi dicevano:– Non partire. Resta con noi. Sposa Concetta. Ti faranno podestà. Devi restare sempre con noi.

Quando si avvicinò il giorno della mia partenza, mi dissero che avrebbero bucato le gomme dell’automobile che doveva portarmi via. –Tornerò, dissi. – Ma scuotevano il capo. – Se parti non torni più. Tu sei un cristiano buono. Resta con noi contadini – . Dovetti promettere solennemente che sarei tornato; e lo promisi con tutta sincerità: ma non potei, finora, mantenere la promessa.

Infine mi congedai da tutti. Salutai la vedova, il becchino banditore, donna Caterina, la Giulia, Don Luigino, la Parroccola, il dottor Milillo, il dottor Gibilisco, l’arciprete, i signori, i contadini, le donne, i ragazzi, le capre, i monachicchi e gli spiriti, lasciai un quadro in ricordo al comune di Gagliano, feci caricare le mie casse, chiusi con la grossa chiave la porta di casa, diedi un ultimo sguardo ai monti di Calabria, al cimitero, al pantano e alle argille; e una mattina all’alba, mentre i contadini si avviavano con i loro asini nei campi, salii con Barone in gabbia, nella macchina dell’americano, e partì. Dopo la svolta, sotto il campo sportivo, Gagliano scomparve, e non l’ho più riveduto. Avevo un foglio di via, e dovevo viaggiare con i treni accelerati: perciò il viaggio fu lungo. Rividi Matera e i suoi Sassi, e il suo museo.

Traversai la pianura di Puglia, sparsa di pietre bianche, come un cimitero, e Bari, e Foggia misteriosa nella notte, e risalii, a piccole tappe, verso il nord. Salii alla cattedrale di Ancona, e mi affacciai, per la prima volta dopo tanto tempo, sul mare. Era una giornata serena, e, da quella altezza, le acque si stendevano amplissime. Una brezza fresca veniva dalla Dalmazia, e increspava di onde minute il calmo dorso del mare. Pensavo a cose vaghe: la vita di quel mare era come le sorti infinite degli uomini, eternamente ferme in onde uguali, mosse in un tempo senza mutamento.

E pensai con affettuosa angoscia a quel tempo immobile, e a quella nera civiltà che avevo abbandonato. Ma già il treno mi portava lontano, attraverso le campagne matematiche di Romagna, verso i vigneti del Piemonte, e quel futuro misterioso di esili, di guerre di morti, che allora mi appariva appena, come una nuvola incerta nel cielo sterminato».

Firenze, dicembre 1943 – luglio 1944

3 maggio

Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi

“Piu o meno 10 pagine al giorno”

«I monachicchi sono esseri piccolissimi, allegri, aerei: corrono veloci qua e là e il loro maggior piacere e di fare ai cristiani ogni sorta di dispetti.

Fanno il solletico sotto i piedi agli uomini addormentati, tirano via le lenzuola dei letti, buttano sabbia negli occhi, rovesciano bicchieri pieni di vino, si nascondono nelle correnti d’aria e fanno volare le carte, e cadere i panni stesi in modo che si insudicino, tolgono la sedia di sotto le donne sedute, Nascondono gli oggetti nei luoghi più impensati, fanno cagliare il latte, danno pizzicotti, tirano i capelli, pungono e fischiano come zanzare.

Ma sono innocenti: i loro malanni non sono mai seri, hanno sempre l’aspetto di un gioco, e, per quanto fastidiosi, non ne nasce mai nulla di grave. Il loro carattere è una saltellante e giocosa bizzarria, e sono quasi inafferrabili. Portano in capo un cappuccio rosso, più grande di loro, e guai se lo perdono: tutta la loro allegria sparisce ed essi non cessano di piangere e di desolarsi finché non l’abbiano ritrovato.

Il solo modo di difendersi dai loro scherzi è appunto di cercare di afferrarli per il cappuccio: se tu riesci a prenderglielo, il povero monachicchio scappucciati ti si butterà ai piedi, in lacrime, scongiurandoti di restituirglielo. 

Ora, i monachicchi, sotto i loro estri e la loro giocondità infantile, nascondono una grande sapienza: essi conoscono tutto quello che c’è sotterra, sanno il luogo nascosto dei tesori. Per riavere il suo cappuccio rosso, senza cui non può vivere, il monachicchio ti prometterà di svelarti il nascondiglio di un tesoro. Ma tu non devi accontentarlo fino a che non ti abbia accompagnato; finché il cappuccio è nelle tue mani, il monachicchio ti servirà, ma appena riavrà il suo prezioso copricapo, fuggirà con un gran balzo, facendo sberleffi e folli salti di gioia, e non manterrà la sua promessa.

Questa specie di gnomi o di folletti si vedono frequentemente, ma acchiapparli è difficilissimo. La Giulia ne aveva visti, e la sua amica la Parrocola anche, e molti contadini di Gagliano: ma nessuno di loro aveva potuto afferrare il cappuccio e obbligare il monachicchio ad accompagnarli al tesoro».

Figlio della Parrocola, Carlo Levi, 1936

26 aprile

Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi

“Piu o meno 10 pagine al giorno”

Tavolozza di colori e pennelli di Carlo Levi

«Molto diverso, per mia fortuna, dal povero Trajella, doveva essere stato il suo predecessore, un prete grasso, ricco, allegro e gaudente, famoso in paese per la buona tavola e i numerosi figliuoli, e morto, a quel che si diceva, di una solenne indigestione.

La casa dove finalmente pochi giorni dopo, appena partite le parenti del confinato pisano, andai ad abitare, era stata costruita da lui, ed era, si può dire, l’unica casa civile del paese. Se l’era fatta vicino alla vecchia chiesa della Madonna degli Angeli; e ora che la chiesa era crollata nel burrone, la casa si era trovata a essere l’ultima sul ciglio del precipizio. Era composta di tre stanze, una in fila all’ altra. Dalla strada, un vicoletto laterale sulla destra della via principale, si entrava in cucina, dalla cucina nella seconda camera, dove io misi il letto; e di qui si passava a una stanza grande, con cinque finestrelle, che fu la mia stanza di soggiorno e il mio studio di pittura. Dalla porta dello studio si scendeva per quattro scalini di pietra in un piccolo orticello, chiuso, in fondo, da un cancelletto di ferro con un albero di fico nel mezzo. La camera da letto dava su un balconcino, da cui una scaletta saliva, sul fianco della casa, alla terrazza che la copriva tutta: di qui la vista spaziava sui più lontani orizzonti.

Vista dalla terrazza della casa di Levi

La casa era modesta, costruita in modo economico e non bella, perché non aveva carattere, non era né signorile né contadina, non aveva né la nobiltà rovinata del palazzo, né la miseria dei tuguri, ma soltanto la mediocrità stantía del gusto pretesco.

Lo studio e la terrazza avevano un pavimento a scacchi colorati, come in certe sagrestie di campagna: non ho mai amato queste geometrie, su cui l’occhio si posa continuamente e che mi sono fastidiose quando dipingo.  Le piastrelle di poco prezzo stingevano, quand’erano bagnate, e Barone, che amava rotolarsi per terra follemente, diventava allora, di bianco che era, un cane rosa.

In occasione di una gita a Aliano. Terrazza della casa di Carlo Levi in una giornata di pioggia (2014)

Ma i muri erano puliti, imbiancati a calce, le porte verniciate di azzurro, le persiane verdi. E soprattutto, a compenso di qualunque difetto, lo spirito epicureo del defunto prete aveva dotato la mia casa di un bene inestimabile. C’era un gabinetto, senz’acqua naturalmente, ma un vero gabinetto, col sedile di porcellana. Era il solo esistente a Gagliano, e probabilmente non se ne sarebbe trovato un altro a più di cento chilometri tutt’attorno.

[…] E soprattutto era una casa, un luogo dove avrei potuto esser solo e lavorare. Mi affrettai dunque a salutare la vedova, e a cominciare la mia nuova vita, nella mia residenza definitiva. La casa apparteneva all’erede del prete, don Rocco Macioppi, un modesto proprietario di mezza età, gentile, cerimonioso, chiesastico e occhialuto, e ad una sua nipote, donna Maria Maddalena, una zitella sui venticinque anni, d’un biondo slavato, allevata dalle monache di Potenza, anemica, sospirosa e linfatica. Fu inteso che essi avrebbero tenuto, per coltivare l’insalata, l’uso dell’orto, nel quale sarebbero entrati dal cancello: ma io vi potevo passeggiare a mio piacere. L’alloggio era quasi vuoto: il padrone e lo zoppo suo amico, mi fornirono le suppellettili necessarie. Io ci portai le cose che mi ero fatto arrivare in quei giorni: il mio cavalletto grande e la poltrona, suo necessario complemento: l’uno per dipingere e l’altro per guardare i quadri a mano a mano che li faccio: mi sono entrambi indispensabili, e ci sono affezionato: mi hanno sempre seguito in tutti i miei viaggi qua e là per il mondo.

E una cassa di libri, che mi era giunta allora allora, e per la quale dovetti ricevere una visita speciale del podestà e del brigadiere. Don Luigino mi mandò a dire che doveva assistere alla sua apertura, per controllare che non ci fossero libri proibiti, e, con l’assistenza del suo braccio secolare, esaminò ad uno ad uno, i mei volumi.  Lo fece, naturalmente, da uomo di studi, che non si stupisce di nulla, con molti sorrisi d’ intesa, felice della sua sapienza e della sua autorità.

[…] La casa era in ordine, la roba era a posto, e ora dovevo risolvere il problema di trovare una donna che mi facesse le pulizie, e che andasse a prendermi l’acqua alla fontana e mi preparasse da mangiare. Il padrone, l’ammazzacapre, donna Caterina e le sue nipoti furono concordi: –  Ce n’è una sola che fa per lei. Non può prendere che quella! E donna Caterina mi disse: – Le parlerò io, la farò venire. A me dà retta; e non dirà di no –.

Il problema era più difficile di quanto non credessi: e non perché mancassero le donne a Gagliano, che anzi, a decine si sarebbero contese quel lavoro e quel guadagno. Ma io vivevo solo, non avevo con me né madre, né moglie, né sorella; e nessuna donna poteva perciò entrare, da sola, in casa mia.  Lo impediva il costume antichissimo e assoluto, che è fondamento del rapporto tra o sessi. L’amore o l’attrattiva sessuale, è considerata dai contadini come una forza della natura, potentissima, e tale che nessuna volontà è in grado di opporvisi. Se un uomo e una donna si trovano insieme al riparo e senza testimoni, nulla può impedire che essi si abbraccino: né propositi contrari, né castità, né alcun’altra difficoltà può vietarlo; e se per caso effettivamente essi non lo fanno, è tuttavia come se lo avessero fatto: trovarsi insieme è fare all’ amore. L’onnipotenza di questo dio è tale, e così semplice è l’impulso naturale che non può esistere una vera morale sessuale e neanche una vera riprovazione sociale per gli amori illeciti.

Moltissime sono le ragazze madri,  ed esse non sono affatto messe al bando o additate al disprezzo pubblico: tutt’al più troveranno qualche maggiore difficoltà a sposarsi in paese e dovranno accasarsi nei paesi circostanti, o accontentarsi di un marito un po’ zoppo o con qualche altro difetto corporale.  Se però non può esistere un freno morale contro la libera violenza del desiderio, interviene il costume a rendere difficile l’occasione. Nessuna donna può frequentare un uomo se non in presenza d’altri, soprattutto se l’uomo non ha moglie: e il divieto è rigidissimo: infrangerlo anche nel modo più innocente equivale ad aver peccato. La regola riguarda tutte le donne, perché l’amore non conosce età.

Giulia la Santarcangelese

[…] Giulia era una donna alta e formosa, con un vitino sottile come quello di un’anfora, tra il petto e o fianchi robusti. Doveva aver avuto, nella sua gioventù, una specie di barbara e solenne bellezza. Il viso era ormai rugoso per gli anni e giallo per la malaria, ma restavano i segni dell’antica venustà della sua struttura severa, come i muri di un tempio classico, che ha perso i marmi che l’ adornavano, ma conserva intatta la forma e le proporzioni. Sul grande corpo imponente, diritto, spirante una forza animalesca, si ergeva, coperta dal velo, una testa piccola dall’ ovale allungato. La fronte era alta e dritta, mezza coperta da una ciocca di capelli nerissimi, lisci e unti; gli occhi a mandorla, neri e opachi, avevano il bianco venato di azzurro e di bruno, come quelli dei cani.  Il naso era lungo e sottile, un po’ arcuato: la bocca larga, dalle labbra sottili e pallide, con una piega amara, si apriva per un riso cattivo a mostrare due file di denti bianchissimi, potenti come quelli di un lupo. Questo viso aveva un fortissimo carattere arcaico, non nel senso del classico greco, né del romano, ma di un’ antichità più misteriosa e crudele, cresciuta sempre sulla stessa terra, senza rapporti e mistioni con gli uomini, ma legata alla zolla e alle eterne divinità animali. Vi si vedevano una fredda sensualità, un’ oscura ironia, una crudeltà naturale, una protervia impenetrabile e una passività piena di potenza, che si legavano in un’espressione insieme severa, intelligente e malvagia. Nell’ondeggiare dei veli e della larga gonnella corta, nelle lunghe gambe robuste come tronchi d’albero, quel grande corpo si muoveva con gesti lenti, equilibrati, pieni di forza armonica, e portava, erta e fiera, su quella base monumentale e materna, la piccola, nera testa di serpente».

19 aprile

Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi

“Più o meno 10 pagine al giorno”

«Scaricato e consegnato al segretario comunale, un uomo magro e secco, duro d’orecchio, con dei baffi neri a punta sul viso giallo, la giacca da cacciatore, presentato al podestà e al brigadiere dei carabinieri, salutati i miei custodi che si affrettavano a ripartire, rimasi solo in mezzo alla strada. […]

Mi accorsi che il paese non si vedeva arrivando, perché scendeva e si snodava come un verme attorno a un’ unica strada in forte discesa, sullo stretto ciglione di due burroni, e terminava sul vuoto. La campagna che mi pareva di aver visto arrivando, non si vedeva più; e da ogni parte non c’erano che precipizi ai argilla bianca, su cui le case stavano come librate nell’aria…

Aliano (Basilicata)

Le porte di quasi tutte le case, che parevano in bilico sull’abisso, pronte a crollare e piene di fenditure, erano curiosamente incorniciate di stendardi neri, altri stinti dal sole e dalla pioggia, sì che tutto il paese sembrava a lutto, o imbandierato per una festa della Morte.

Seppi poi che è usanza porre questi stendardi sulle porte delle case dove qualcuno muore, e che non si usa toglierli fino a che il tempo non li abbia sbiancati”.

[…] Stavano là, col cappello in capo, neri e diffidenti, e i discorsi passavano su di loro senza lasciar traccia.
I signori erano tutti iscritti al Partito, anche quei pochi, come il dottor Milillo, che la pensavano diversamente, soltanto perché il Partito era il Governo, era lo Stato, era il Potere, ed essi si sentivano naturalmente partecipi di questo potere. Nessuno dei contadini, per la ragione opposta, era iscritto, come del resto non sarebbero stati iscritti a nessun altro partito politico che potesse, per avventura,
esistere.

Non erano fascisti, come non sarebbero stati liberali o socialisti o che so io, perché queste faccende non li riguardavano, appartenevano a un altro mondo, e non avevano senso. Che cosa avevano essi a che fare con il Governo, con il Potere, con lo Stato?

Lo Stato, qualunque sia, sono quelli di Roma », e quelli di Roma, si sa, non vogliono che noi si viva da cristiani. C’è la grandine, le frane, la siccità, la malaria, e c’è lo Stato. Sono dei mali inevitabili, ci sono sempre stati e ci saranno sempre.

Ci fanno ammazzare le capre, ci portano via i mobili di casa, e adesso ci manderanno a fare la guerra. Pazienza!
Per i contadini, lo Stato è piú lontano del cielo, e piú maligno, perché sta sempre dall’altra parte. Non importa quali siano le sue formule politiche, la sua struttura, i suoi programmi.

I contadini non li capiscono, perché è un altro linguaggio dal loro, e non c’è davvero nessuna ragione perché li vogliano capire. La sola possibile difesa, contro lo Stato e contro la propaganda, è la rassegnazione, la stessa cupa rassegnazione, senza speranza di paradiso, che curva le loro schiene sotto i mali della natura.
Perciò essi, com’è giusto, non si rendono affatto conto di che cosa sia la lotta politica: è una questione personale di quelli di Roma. Non importa ad essi di sapere quali siano le opinioni dei confinati, e perché siano venuti quaggiú: ma li guardano benigni, e li considerano come propri fratelli, perché sono anch’essi, per motivi misteriosi, vittime del loro stesso destino.

Carlo Levi, Lucania 61 (particolare), Matera, Palazzo Lanfranchi

Quando, nei primi giorni, mi capitava d’incontrare sul sentiero, fuori del paese, qualche vecchio contadino che non mi conosceva ancora, egli si fermava, sul suo asino, per salutarmi, e mi chiedeva: – Chi sei? Addò vades? (Chi sei? Dove vai?) – Passeggio, – rispondevo, – sono un confinato. – Un esiliato? (I contadini
di qui non dicono confinato, ma esiliato). Un esiliato?
Peccato! Qualcuno a Roma ti ha voluto male – . E non aggiungeva altro, ma rimetteva in moto la sua cavalcatura, guardandomi con un sorriso di compassione fraterna.
Questa fraternità passiva, questo patire insieme, questa rassegnata, solidale, secolare pazienza è il profondo sentimento comune dei contadini, legame non religioso, ma naturale. Essi non hanno, né possono avere, quella che si usa
chiamare coscienza politica, perché sono, in tutti i sensi del termine, pagani, non cittadini: gli dèi dello Stato e della città non possono aver culto fra queste argille, dove regna il lupo e l’antico, nero cinghiale, né alcun muro separa il mondo degli uomini da quello degli animali e degli spiriti, né le fronde degli alberi visibili dalle oscure radici sotterranee. Non possono avere neppure una vera coscienza individuale, dove tutto è legato da influenze reciproche, dove ogni cosa è un potere che agisce insensibilmente, dove non esistono limiti che non siano rotti da un influsso magico. Essi vivono immersi in un mondo che si continua senza determinazioni, dove l’uomo non si distingue dal suo sole, dalla sua bestia, dalla sua malaria: dove non possono esistere la felicità, vagheggiata dai letterati paganeggianti,
né la speranza, che sono pur sempre dei sentimenti individuali, ma la cupa passività di una natura dolorosa.

Ma in essi è vivo il senso umano di un comune destino, e di una comune accettazione. E un senso, non un atto di coscienza; non si esprime in discorsi o in parole, ma si porta con sé in tutti i momenti, in tutti i gesti della vita, in tutti
i giorni uguali che si stendono su questi deserti.

Peccato! Qualcuno ti ha voluto male. Anche tu dunque sei soggetto al destino. Anche tu sei qui per il potere di una mala volontà, per un influsso malvagio, portato qua e là per opera ostile di magía. Anche tu dunque sei un uomo, anche tu sei dei nostri. Non importano i motivi che ti hanno spinto, né la politica, né le leggi, né le illusioni della ragione.

Non c’è ragione né cause ed effetti, ma sol-
tanto un cattivo Destino, una Volontà che vuole il male, che è il potere magico delle cose. Lo Stato è una delle forme di questo destino, come il vento che brucia i raccolti e la febbre che ci rode il sangue.

La vita non può essere, verso la sorte, che pazienza e silenzio. A che cosa valgono
le parole? E che cosa si può fare? Niente.
Corazzati dunque di silenzio e di pazienza, taciturni e impenetrabili, quei pochi contadini che non erano riusciti a fuggire nei campi stavano sulla piazza, all’adunata; ed era come se non udissero le fanfare ottimistiche della radio, che venivano di troppo lontano, da un paese di attiva facilità e di progresso, che aveva dimenticato la morte, al punto di evocarla per scherzo, con la leggerezza di chi non ci crede».

12 aprile

Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi

“Più o meno 10 pagine al giorno”

Perché ho scelto l’incipit di Cristo si è fermato a Eboli

Perché forse speravo di leggere insieme a voi un altro libro di Carlo Levi, Le parole sono pietre per esempio. Invece questa è la quarta volta che rileggo Cristo si è fermato a Eboli e ogni  volta mi sconquassa.

Spesso mi chiedo quale parte di me abbia già vissuto in quella terra, fra quella gente. Cosa io davvero sia riuscita a sentire, ascoltare, guardare o spiare. Oppure quando è successo che mi sono intenerita, ho rabbrividito di paura e tremato per la fatica.

Una domenica, quasi  trent’anni anni fa, quando si andava in macchina senza sapere dove andare, percorrendo la strada statale Fondo Valle D’Agri, incontrai un cartello stradale: ALIANO.

Ne avevo sentito parlare ma non abbastanza per metterci insieme due parole che avessero un senso. Ricordai però che il nome Aliano mi risuonava nella testa… Il film proiettato nel cinema Quinto di Matera e io troppo piccola che  mi rigiravo sulle dure, lucide e basculanti sedie di legno. Che noia. Chi è Carlo Levi?

Il tempo sembrava sospeso, fermo, immobile. Arrivata a Aliano mi guardavo intorno circondata da un paesaggio surreale: pinnacoli argillosi, casupole arroccate e il silenzio. 

Carlo Levi dice di Aliano: “… e ogni intorno altra argilla bianca senz’alberi e senz’erba, scavata dalle acque in buche, in coni, piagge di aspetto maligno; come un paesaggio lunare… e da ogni parte non c’erano che precipizi di argilla bianca, su cui le case stavano come librate nell’aria”.

Ero impreparata, sorpresa. Non conoscevo niente e nessuno. Pochissime persone mute mi facevano un cenno con la testa come per salutare. Rispondevo imitandole, ripetendo un rituale che a me pareva necessario, quasi obbligatorio. Sguardo quieto, occhi  negli occhi e poi un lieve cenno della testa.

Nel cielo azzurro sembrava attendermi immobile un falco e sotto c’era il burrone. Ovunque vedevo targhe, mattonelle di terracotta affisse ai muri. La casa della vedova, Il pisciatoio, Lo Zoppo ammazza capre, La Scuola elementare, La Caserma, La fossa del bersagliere.

Il giorno dopo ho comprato il libro e mi sono messa a leggere. Sono tornata tante volte ad Aliano perché lì c’era qualcosa, un pezzo di me che ancora non ho trovato. Cristo si è fermato a Eboli mi pervade come un profumo, come una tristezza fino a perturbarmi. Una sensazione che ho riconosciuto più volte nei personaggi del romanzo, camminando per le stradine, abbracciando con lo sguardo i calanchi, prim’ancora che i calanchi di Aliano divenissero un parco poetico molto famoso e suggestivo da celebrare. Questa magia Carlo Levi l’ha sentita nell’aria, forse mettendo gli occhi negli occhi della sua gente.

Sono state date tante interpretazioni e significati politici o antropologici al romanzo autobiografico di Carlo Levi, resta però una verità inconfutabile: l’autentica vibrazione dei luoghi che ha ispirato l’autore e poeti sensibili, come per esempio Franco Arminio che da qualche tempo ha valorizzato e portato alla ribalta la potenza incantatrice dei Calanchi di Aliano. Penso che tra gli intenti di Carlo Levi ci fosse quello di far emergere il pensiero contadino quale essenza preminente di una cultura misteriosa, superiore e ancestrale.

(Rosanna)

Calanchi di Aliano

«Sono passati molti anni, pieni di guerra, e di quello che si usa chiamare Storia. Spinto qua e là alla ventura, non ho potuto finora mantenere la promessa fatta, lasciandoli, ai miei contadini, di tornare fra loro, e non so davvero se e quando potrò mai mantenerla. Ma, chiuso in una stanza, e in un mondo chiuso, mi è grato riandare con la memoria a quell’altro mondo, serrato dal dolore negli usi, negato alla Storia e allo Stato, eternamente paziente; a quella mia terra senza conforto e dolcezza, dove il contadino vive, nella miseria e nella lontananza, la sua immobile civiltà, su un suolo arido, nella presenza della morte.

– Noi non siamo cristiani, – essi dicono, – Cristo si è fermato a Eboli–. Cristiano vuol dire, nel loro linguaggio, uomo: e la frase proverbiale che ho sentito tante volte ripetere, nelle loro bocche non è forse nulla più che l’espressione di uno sconsolato complesso di inferiorità. Noi non siamo cristiani, non siamo uomini, ma bestie, i freschi, i frusculicchi che vivono la loro libera vita diabolica o angelica, perché noi dobbiamo invece subire il mondo dei cristiani, che sono al di là dell’orizzonte, e sopportarne il peso e il confronto.

Ma la frase ha un senso molto più profondo, che, come sempre, nei modi simbolici, è quello letterale. Cristo si è davvero fermato a Eboli, dove la strada e il treno abbandonano la costa di Salerno e il mare, e si addentrano nelle desolate terre di Lucania. Cristo non è mai arrivato qui, né vi è arrivato il tempo, né l’anima individuale, né la speranza, né il legame tra le cause e gli effetti, la ragione è la Storia. Cristo non è arrivato, come non erano arrivati i romani, che presidiavano le grandi strade e non entravano fra i monti e nelle foreste, né i greci, che fiorivano sul mare di Metaponto e di Sibari: nessuno degli arditi uomini di occidente ha portato quaggiù il suo senso del tempo che si muove né la sua teocrazia statale, né la sua perenne attività che cresce su sé stessa. Nessuno ha toccato questa terra se non come un conquistatore o un nemico o un visitatore incomprensivo. Le stagioni scorrono sulla fatica contadina, oggi come tremila anni prima di Cristo: nessun messaggio umano e divino si è rivolto a questa povertà refrattaria. Parliamo un diverso linguaggio: la nostra lingua è qui incomprensibile. I grandi viaggiatori non sono andati al di là dai confini del proprio mondo; e hanno percorso i sentieri della propria anima e quelli del bene e del male, della moralità e della redenzione. Cristo è sceso nell’inferno sotterraneo del moralismo ebraico per romperne le porte nel tempo e sigillarle nell’eternità. Ma in questa terra oscura senza peccato e senza redenzione, dove il male non è morale, ma è un dolore terrestre, che sta per sempre nelle cose, Cristo non è disceso. Cristo si è fermato a Eboli».

5 aprile

“Più o meno 10 pagine al giorno”

Racconti Africani, Doris Lessing

https://tessituraeoltre.wordpress.com/ @marilenaterzuolo

Alba sul Veld “Aveva percorso senza arrestarsi almeno due miglia fra arbusti, e cespugli alti fino al petto, e ora respirava con affanno e non aveva più voce. Si sedette su un masso e contemplò l’acqua scintillante del fiume che intravedeva fra gli alberi contorti e piegati dal vento e all’improvviso si disse: Ho quindici anni! Quindici anni! Quelle parole avevano un suono nuovo per lui, e perciò le ripete più volte sorpreso, e sempre più emozionato; a un tratto gli parve di tenerli in mano, quei suoi quindici anni, e di contarli come se fossero altrettante biglie dure, levigate, lucenti ciascuna a suo modo inimitabilmente stupenda. Ecco cos’era lui: quindici anni di questa terra ferace, e quest’acqua dal lento fluire, e quest’aria dal profumo eccitante sia nell’afa pomeridiana sia nelle albe fresche e ventose.

Non c’era nulla che non potesse fare nulla! E a un tratto ebbe una specie di visione come quando un bimbo ode pronunciare la parola «eternità» e tenta di afferrarne il significato e la sua mente cerca di concepire un tempo senza confini. Vide la propria vita futura come uno spazio luminoso e indeterminato, di cui era l’unico e assoluto proprietario; senti il sangue pulsargli nelle tempie e disse ad alta voce: tutti i grandi uomini sono stati  ragazzi come me, e io posso diventare come loro, non c’è nulla che possa impedirmelo; e non c’è Paese al mondo che io non possa considerare mio, se lo desidero. Il mondo è dentro di me. Posso farne ciò che voglio. Se voglio, posso mutare il futuro; dipende solo da me, da ciò che decido in questo momento.

La fermezza e la convinzione con cui aveva pronunciato quelle parole, dettategli da un incontenibile impulso, lo resero a tal punto esultante che cominciò a cantare a voce spiegata, e la sua voce scese via via smorzandosi verso l’alveo del fiume. Tacque e attese l’eco, poi riprese a cantare: tacque di nuovo e cantò di nuovo. Ecco cos’era lui! Se voleva, cantava, e il mondo era costretto a rispondergli.

Per qualche minuto rimase fermo dov’era, gridando e cantando e ascoltando la propria voce che dopo essersi spenta nella valle gli veniva rimandata limpida e forte dall’eco; come se qualcuno, udite le sue parole, gli stesse rispondendo e lo stesso incoraggiando: finché la valle fu invasa da grida attutite che rimbalzavano da una roccia all’altra fino al fiume. Ma ad un tratto gli parve di udire una voce diversa dalla sua. Rimase in ascolto, immobile, con i muscoli tesi, pronto a scattare: non era il canto gioioso di un uccello, né il gorgoglio argentino di una piccola cascata, né il sordo scalpiccìo di una mandria; ed era molto vicino”.

Aprile25 | Carlo Levi

In questo mese di aprile, la selezione di Leggere Controvento presenta quattro opere che portano la firma di Carlo Levi.

Quale preferisci leggere?

“Più o meno 10 pagine al giorno”

Libri cercati, scelti e acquistati al Balon di Torino

Carlo Levi (1902-1975) è  uno dei più rappresentativi narratori del Novecento italiano. Proveniente da un’agiata famiglia ebraica torinese, fin da piccolo sì è dedicato alla pittura, sua grande espressione di libertà. Si iscrive alla facoltà di medicina all’Universita degli Studi di Torino ed è proprio durante gli studi universitari che tramite lo zio l’onorevole Claudio Treves, esponente di rilievo del Partito Socialista Italiano, conosce Pietro Gobetti che lo invita a partecipare alla rivista La Rivoluzione Liberale. Comincia a fare parte del gruppo di Felice Casorati entrando in contatto con l’avanguardia pittorica torinese. Conosce Luigi Einaudi, Antonio Gramsci, Cesare Pavese.

Nel 1923 a Parigi entra in contatto con l’ambiente dei Fauves e conosce Modigliani. Si laurea in medicina restando alla Clinica medica dell’Università di Torino, come assistente, fino al 1928 ma non eserciterà mai la professione di medico preferendo la carriera di pittore.

Nel 1931 si unisce al movimento antifascista di “Giustizia e libertà”; nel marzo 1934 Levi viene arrestato per sospetta attività antifascista. Il 15 maggio 1935, su segnalazione dello scrittore fascista Dino Segre è colpito da un secondo arresto e condannato al confino nel paese lucano di Grassano. Successivamente viene trasferito nel piccolo centro di Aliano in provincia di Matera. Da questa esperienza nasce il suo romanzo più famoso, Cristo si è fermato a Eboli (nel racconto il paese viene chiamato Gagliano, imitando la pronuncia locale) e che lo rese uno dei maggiori portavoce della questione meridionale  nel secondo dopoguerra.

Nel 1936 il regime fascista, sull’onda dell’entusiasmo collettivo per la conquista etiopica, gli concede la grazia; Levi si trasferisce per alcuni anni in Francia, dove continua la sua attività politica.

Ecco quattro opere di Carlo Levi tra le quali scegliere il libro del mese di aprile.

Cristo si è fermato a Eboli è un romanzo autobiografico di Carlo Levi scritto tra il dicembre del 1943 e il luglio del 1944 a Firenze e pubblicato da Einaudi nel 1945.

L’Orologio pubblicato nel 1950, è uno dei migliori esempi di narrativa politica del dopoguerra, un’appassionata testimonianza sullo sfaldamento delle forze politiche antifasciste. La fine del governo resistenziale di Ferruccio Parri, l’avvento al potere di Alcide De Gasperi e della Democrazia cristiana che durerà per un quarantennio.

Dopo la Lucania del Cristo si è fermato a Eboli Le parole sono pietre, pubblicato nel 1955, è lo sguardo di Carlo Levi sulla Sicilia. Ne scruta il segreto, per  coglierne, al di là di tutti i travagli, la verità e la speranza. Sono pietre scagliate nell’aula del Tribunale di Palermo da una madre siciliana che racconta e sfida cosa nostra, la legge del feudo e le complicità del potere istituzionale.

Il futuro ha un cuore antico, secondo libro di viaggi di Carlo Levi pubblicato nel 1956, è il resoconto giornalistico del viaggio effettuato tra il 17 ottobre e il 19 novembre del 1955 nella capitale sovietica, a Leningrado, a Kiev, in Armenia e in Georgia.

Buona lettura!