Leggere Daniela Grassi

Questa primavera irriverente, antipatica e ombrosa ha un suo piano segreto: far alzare gli occhi al cielo.

E mentre tutto sembra scorrere come al solito, il giorno segue la notte, le porte e le finestre si aprono e chiudono con insistenza, le tende svolazzano sospinte dalle stesse folate di vento, io mi affido alla memoria e al sordo rumore del battipanni.

«Lentamente l’anta di una persiana veniva accostata al muro del palazzo dai muri gialli e poco dopo anche l’altra. Il vetro della finestra con un taglio di luce fischiato dal sole scivolava indietro e una donnina portava in avanti il corpo, sul piccolo balcone della casa dirimpetto.

Io la vedevo sempre, più o meno alla stessa ora mentre andavo a scuola. La cartella di cartone pesante era l’ingombro che mi copriva le spalle ma io non ci pensavo. Camminando agile guardavo il cielo, i tetti e le case.

I balconi, le chiome verde polvere degli alberi di città e poi le ghiande ammucchiate sul marciapiede ritagliato ai piedi dei tronchi.

La donnina aveva braccia svelte. Con lo sguardo immobile, le labbra chiuse di chi compie uno sforzo disponeva sulla ringhiera, uno accanto all’altro, tre tappeti arabescati: uno più grande, gli altri due piccoli, rettangolari e stretti quanto un letto di quelli che servono per dormire; escluso lo spazio che prende il cuscino.

Era un momento magico quello: vedere spuntare dal nulla, in aria, la faccia intrecciata di un battipanni di vimini. Ce n’erano di varie forme: a forma di cuore, di spirale, rotondo e sacro come il rosone fiorato di una cattedrale gotica. Rigorosamente flessibile, flessuoso, danzante, determinato, intransigente.

Lo vedevo salire verso il cielo guidato dal braccio scolpito della donnina e ridiscendere gaudente sul tappeto con un tonfo, due, tre… sempre uguali. Il corpo di lei seguiva il ritmo, la danza, un vortice leggero, la spirale di un movimento aggraziato. E il tappeto scosso, si liberava così di centinaia di micro-particelle di polvere che si tuffavano sbuffanti nell’aria.

Vedevo, sentivo viaggiare e propagarsi onde sonore incapsulate in un’eco.

Un’eco musicale e amica. Il rumore, la musica, cercavano insieme alle mie gambe snelle, il passo uguale tra le geometrie del marciapiede fino al grande portone della scuola.

Il bidello con la pancia grossa e il baffone nero e lucido aspettava noi bambini e bambine, per suonare la prima campanella. Il trillo inconfondibile lasciava che l’eco del battipanni svanisse piano senza scomparire del tutto, ero certa che sarebbe ritornato a trovarmi».

Leggere i racconti di Daniela grassi fa nascere suggestioni che insieme al ricordo tengono viva la memoria del tempo che passa. Di quel rotore che trasforma il movimento in energia dove niente accade per caso. È il disegno della nostra esistenza, delle occasioni vissute e perse.

Un ordito senza il quale la trama non può sperare di diventare un bel tessuto.
(Trame e orditi di Maria Maddalena Terzuolo)

Daniela è una cara amica, una scrittrice che sa intessere parole come si fa con il vimini. Disegna emozioni quando racconta di incontri amorosi, di forti mancanze, di voli, di abbracci, di lentezza e del profumo dei boschi. Di acqua che scende impetuosa, lava, rinfresca, rinnova.

Qualche settimana fa è venuta a trovarci a Matera e abbiamo letto insieme alcuni suoi racconti che ha pubblicato Ellin Selae.

Il posto dell’angelo racchiude in circa duecento pagine fatti, riflessioni, storie reali e immaginifiche capaci di regalare al lettore una dimensione dell’esistenza che, attraverso un percorso di luce, spiritualità, bellezza, arte, poesia e creatività svelano con forza sorprendente il segreto per vivere con una coscienza nuova. Quel filo sottile che si dipana dal racconto per avvicinare le persone, far comprendere le differenze che sono sempre occasione di crescita interiore e fonte di ricchezza. Celebrare l’amore per ogni essere vivente, la natura, gli animali. E di quanto straordinario ed essenziale sia sentirci sempre più parte dell’ambiente naturale in cui viviamo e di cui siamo parte integrante.

Non so dire qual è il mio preferito. Anche se da La foresta degli armadi aperti e altri racconti sono stata rapita da: La donna dell’eco.

«Nella mattina fresca, estiva, mia madre batteva i tappeti sporgendosi dalla finestra e il suono secco balzava, onda su onda, alle pareti delle case e rotolava di qualche cortile, finché non incontrava la finestra diafana della donna dell’eco.

Era una donna ben più sottile di lei e, sebbene mia madre fosse di carnagione bianchissima, ben più pallida.

Per queste ragioni, e poichè la sua essenza era di fantasma o di creatura d’ampolla, anche il rumore che faceva smuovendo, battendo i suoi setosi tappeti carichi di polvere sospirosa e notturna, era flemmatico e prolungato, un rumore di sogno».

Alzare gli occhi al cielo dunque, non esprime soltanto sofferenza, rassegnazione o fastidio. Guardare il cielo è un esercizio fascinoso. Oltre l’azzurro, le nuvole, le costellazioni, le nebulose, i pianeti lucenti all’alba o al crepuscolo. Oltre il vento che scoperchia, minaccia, oltre i temporali, i tuoni e le stagioni dispettose che sembrano ignorare i nostri desideri, c’è un piccolo e inaspettato gesto che ci regala una scintilla di luce per essere felici tutto il giorno. Ed è sempre così, una magia che si ripete anche in questo momento.

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