19 luglio

“Più o meno 10 pagine al giorno”

La scoperta dell’Olanda di Jan Brokken

Lo Zuiderzee (tradotto in italiano, mare del sud) fu un golfo dei Paesi Bassi lungo le coste del mare del nord.

Il Porto di Volendam, 1896 – Paul Signac

La scoperta dello Zuiderzee da parte di Henry Havard con il suo La Hollande pittoresque non fu un evento isolato. Nella seconda metà del XIX secolo, in Francia si era sviluppato un grande e profondo interesse per la pittura olandese.

È difficile da credere oggi, ma Vermeer fu riconosciuto come uno dei più grandi maestri del Secolo d’Oro olandese solo nel 1866, quando il critico francese Théophile Thoré-Bürger affermò in una monografia che Vermeer elevava le scene di vita quotidiana a sogni di perfezione.

Nessuno aveva mai guardato le sue opere in questo modo. Insieme alla riscoperta di Vermeer si rinnovò l’interesse per Rembrandt e Frans Hals; quasi tutti i pittori stranieri che si stabilirono a Volendam visitarono il Frans Hals Museum di Haarlem e il Rijksmuseum di Amsterdam, e molti ci tornavano cinque, sei, sette volte.


Frans Hals, The Laughing Cavalier, 1624, Olio su tela, 83 × 67 cm

Per quei pittori, vedere i Rembrandt dal vivo fu uno choc. Conoscevano le sue opere da piccole riproduzioni in bianco e nero e rimasero sorpresi dalla luce e dal numero ridotto di pigmenti impiegati: solo dodici. Con la terra d’Umbria, l’ocra gialla, il nero d’osso, l’azzurrite e poco altro, Rembrandt ha fatto miracoli.

Nel 1885, nel Rijksmuseum appena inaugurato, Vincent van Gogh rimase per ore seduto su una sedia di legno davanti alla Sposa ebrea. Quando il suo amico Anton Kerssemakers lo trovò ancora davanti al dipinto poco prima della chiusura, Van Gogh disse: «Mi credi adesso, e lo dico sinceramente, che darei dieci anni della mia vita per poter stare qui davanti a questo dipinto per altre due settimane con una crosta di pane secco come cibo?» Mi viene sempre in mente, quando sono al Rijksmuseum.

La sposa ebrea (Isacco e Rebecca) è un dipinto a olio su tela realizzato nel 1666 circa dal pittore Rembrandt Harmenszoon Van Rijn.

In effetti, è impossibile passare di fretta davanti alla Sposa ebrea; bisogna fermarsi e immergersi nella contemplazione. Sono le calde sfumature carminio che conferiscono all’ode all’amore di Rembrandt quella profondità umana che ogni pittore cerca, e raramente trova.

O come scrisse Van Gogh al fratello Theo: «Che dipinto intimo, che quadro infinitamente simpatetico.» Rembrandt creava quel colore rosso intenso sulla tela stendendo il carminio su uno strato di vermiglione. Il carminio è più trasparente, per cui lo strato sottostante, il vermiglione opaco, risalta, creando sia profondità sia un misterioso bagliore rosso. Ecco, è questa la genialità assoluta di Rembrandt: quel bagliore misterioso è l’amore nascente.

Per Rembrandt, Vermeer e Hals incominciò una nuova vita nei musei. La prima grande retrospettiva di Rembrandt nel 1898 al Rijksmuseum contribuì notevolmente alla sua venerazione. Si precipitarono ad Amsterdam artisti da tutta Europa e dagli Stati Uniti; per una volta, i Paesi Bassi riuscirono abilmente a promuoversi come la terra dei grandi pittori. Alla mostra furono esposti 124 dipinti e 350 disegni. Le opere provenivano da tutta Europa; dopo che la regina Vittoria acconsentì al prestito dei suoi Rembrandt, l’imperatore tedesco fece lo stesso e inviò i suoi dipinti ad Amsterdam.

Il testo sulla locandina era in francese. Renoir andò ad Amsterdam solo per la mostra di Rembrandt, come pure Marcel Proust, allora ancora al suo esitante debutto; avrebbe iniziato a lavorare alle tremila pagine di Alla ricerca del tempo perduto solo undici anni dopo. La sua visita ad Amsterdam ebbe una grande influenza sul suo opus magnum. Quattro anni più tardi tornò nei Paesi Bassi, esclusivamente per la pittura, che considerava non solo una fonte di ispirazione ma un modo di guardare, o meglio, di osservare le cose nella giusta luce e nelle giuste proporzioni. Proust passò per Bruges, dove visitò la mostra dei Primitivi fiamminghi. Poi Anversa, Dordrecht, Delft e Amsterdam, dove soggiornò all’Hotel de l’Europe. Da Amsterdam, raggiunse Volendam su una chiatta; trascorse la serata e la notte all’Hotel Spaander e tornò ad Amsterdam l’indomani. Si riposò per un giorno e poi andò al Mauritshuis dell’Aia, dove la Veduta di Delft di Vermeer lo colpì profondamente.

La Veduta di Delft è un dipinto olio su tela (96,5×115,7 cm) di Jan Vermeer, databile al 1660-1661 circa e conservato nella Mauritshuis dell’Aia.

In uno scritto postumo raccontò di essere letteralmente impazzito di gioia nel vedere il dipinto – che conosceva solo da una fotografia in bianco e nero – in tutti i suoi colori. Una sensazione ancora più intensa di quella provata davanti ai ritratti di Frans Hals che aveva visto nel museo di Haarlem. Proust riteneva che un dipinto acquistasse significato se lo si vedeva nel contesto in cui era stato dipinto. E aveva ragione: si prova ciò che Johan Huizinga chiamava «la sensazione storica». La Veduta di Delft gli ispirò una scena chiave per La recherche…”

12 luglio | La scoperta dell’Olanda

La scoperta dell’Olanda di Jan Brokken

“Più o meno 10 pagine al giorno”

Comincia oggi la lettura di un nuovo libro che ci farà compagnia in questi due mesi estivi: luglio e agosto.

A Volendam la luce è speciale. Un pittoresco villaggio di pescatori a soli venti chilometri da Amsterdam. La sua posizione geografica è unica perché racchiuso tra il mare del nord, a non più di trenta chilometri da quello che comunemente chiamiamo mare del sud. Volendam è adagiato su una lingua di terra di confine. Il mare riflette la luce, il villaggio risulta piatto, poi c’è il vento che sbarazza le nuvole e le sparpaglia creando buchi, così la luce si riflette nello specchio del mare dando vita a un gioco cromatico che piace tanto agli artisti e ai pittori.

Il villaggio di Volendam era isolato e non aveva una strada, si poteva raggiungere via mare oppure attraverso un canale con un’ imbarcazione trainata dai cavalli ma servivano sei ore di viaggio. Sembrava un villaggio di pescatori del sedicesimo o diciassettesimo secolo, usavano imbarcazioni con vele specialissime di colore rosso scuro, soprannominato poi rosso magenta. L’aria era pura, non c’erano industrie e si riviveva l’età d’oro della pittura olandese.

Avevo deciso di scrivere dell’Hotel Spaander perché, molto prima che si creasse l’Europa economica o politica, esisteva già un’Europa artistica. Gli artisti sono molto più avanti in tutto e sono mille volte più creativi dei politici o degli economisti. Hanno inventato il mondo, gli hanno dato forma. Come disse Einstein: è l’immaginazione che fa progredire il mondo, non la conoscenza. E certamente non la politica. (Jan Brokken)

George Clausen, Messa solenne in un villaggio di pescatori sullo Zuiderzee (1876)
È un’opera straordinaria: donne e bambini in costume tradizionale si inginocchiano sul portale della chiesa e anche davanti al campanile, perché in chiesa non c’è più posto. C’è qualcosa di slavo nella scena, una devozione di cui potrebbero dar prova le donne russe, e immagino che fu proprio questo ad attrarre gli artisti stranieri: non così lontano da loro si trovava un luogo straordinariamente esotico. Il bello è che qui George Clausen commise un errore. Gli abitanti di Volendam sono effettivamente cattolici, quindi «messa solenne» è la definizione corretta, ma i pescatori e le loro mogli e figli si inginocchiano davanti al portale della chiesa protestante di Monnickendam, otto chilometri più in là, sotto il campanile della chiesa riformata olandese, molto più imponente di quella cattolica di Volendam. Il problema è che i protestanti non si inginocchiano per pregare! Di contro, i costumi tradizionali sono quelli di Volendam.

Jan Brokken è uno scrittore, giornalista e viaggiatore olandese in questo libro racconta la storia dell’Hotel Spaander che per oltre un secolo ha ospitato moltissimi artisti e artiste provenienti da tutto il mondo. Un luogo di studio e di confronto, una narrazione adornata di arte e poesia.

Segnalo un articolo che racconta la genesi di La scoperta dell’Olanda.

Incipit

La morte di Thaulow

L’Hotel Spaander è fallito. Colpa del Covid: i turisti asiatici – cinesi, giapponesi, coreani – non sono più arrivati. Quando anche il ristorante caffetteria ha dovuto chiudere i battenti, non c’è stato più niente da fare. Tutte le tende delle camere sono state tirate, e sull’albergo vicino al porto di Volendam è calato il sipario. Quando ho letto la notizia sul giornale, mi sono chiesto che fine avrebbero fatto i quadri. Allo Spaander non c’era una sola parete vuota, neanche quella sotto la scala. Centinaia e centinaia di schizzi preparatori, acquerelli, gouache e dipinti a olio, molti dei quali di pittori rinomati. Nel 1980 ho visitato quell’albergo in compagnia del poeta Hans Tentije. Pavimenti scricchiolanti, luce chiara che dall’acqua entrava nell’hotel diffondendosi sulle pareti coperte di dipinti. Bevemmo un caffè col latte; il poeta si accese la pipa e si mise a raccontare pensieroso…

5 luglio

“Più o meno 10 pagine al giorno”

Diario Russo di John Steinbeck

“Non ci sentimmo estranei a Tbilisi, perché è una città che riceve molti visitatori ed è abituata agli stranieri”.

Questo libro mi è piaciuto molto, mi ha fatto pensare senza sorridere. Però mi ha fatto anche sorridere quando Robert Capa e John Steinbeck si presentano, l’uno con gli occhi dell’altro.

«Fu qui che scoprii un lato odioso nella natura di Capa, e ritengo semplicemente doveroso dirlo, nel caso qualche giovane donna dovesse mai prestare orecchio a una sua proposta di matrimonio. Nella stanza da bagno è un ingordo che prende tutto per sè, ed è un ingordo piuttosto strano. Il suo metodo funziona così: si leva dal letto, scompare nel bagno e riempie d’ acqua la vasca. Si distende poi nella vasca e legge finchè non gli viene sonno, dopo di che si addormenta. Tutto ciò può durare ogni mattina due o tre ore, e si capisce facilmente come la stanza da bagno possa restare neutralizzata per più seri scopi dalla sua presenza in quel posto. Offro questa informazione su Robert Capa come un pubblico servigio. Con due stanze da bagno, Capa sarebbe un compagno delizioso, intelligente e gradevolissimo. Con una sola stanza da bagno è un vero…

“Capa di mattina si sveglia lentamente e dolcemente, come una farfalla che esca dalla crisalide. Per quasi un’ora dopo essersi svegliato sta seduto sul letto con faccia attonita, né sveglio né addormentato. La mia preoccupazione era quella di impedirgli di prendere un libro o un giornale quando andava in bagno, altrimenti ci sarebbe rimasto senza dubbio almeno un’ora.
Cominciai a preparare per lui, ogni mattina, tre difficili domande, di sociologia, di storia, di filosofia o di biologia, che dovevano scuotergli la mente e fargli capire che il giorno era arrivato.
Il primo giorno del mio esperimento gli feci le seguenti domande: Quale tragico greco prese parte alla battaglia di Salamina? Quante zampe ha un insetto? E, infine, qual è il nome del papa che aveva raccolto e ordinato i canti gregoriani? Capa balzò dal letto con un’espressione di dolore sul viso e sedette per un istante davanti alla finestra: poi si precipitò in bagno con una copia di un giornale russo che non era in grado di leggere. Per un’ora e mezzo non si fece più vedere.

[…]

Non sono per niente contento. Dieci anni fa, quando cominciai a guadagnarmi la vita vendendo fotografie di gente bombardata dagli aeroplani con la svastica, vidi alcuni piccoli aeroplani con la stella rossa abbattere quelli con la svastica. Accadde a Madrid, durante la guerra civile, e la cosa mi rese molto felice. Decisi che desideravo vedere e conoscere il luogo da dove provenivano questi aeroplani e questi piloti. Desideravo visitare e fotografare l’Unione Sovietica. Volli tentare l’esperimento. Allora feci la mia prima richiesta. Durante questi ultimi dieci anni, però, i miei amici russi furono spesso irritanti e impossibili, ma quando la situazione divenne seria, finirono dalla mia parte. E allora feci molte altre richieste. Non ebbi alcuna risposta.

L’estate scorsa i russi finirono col diventare particolarmente invisi da questa parte e c’era il rischio che si cominciasse a sparare. Dischi volanti e bombe atomiche sono davvero poco fotogenici, così decisi di fare l’ultima richiesta prima che fosse troppo tardi. Questa volta trovai un certo appoggio da parte di un uomo di grande fama, e abbastanza comprensivo per quanto riguardava i miei desideri. Il suo nome è John Steinbeck, e il suo modo di propiziare il nostro viaggio è stato davvero originale. Per prima cosa tentò di fare capire ai russi che era un grande errore ritenere lui un pilastro del proletariato mondiale, in quanto avrebbe potuto essere meglio definito come un tipico rappresentante del decadimento dell’Occidente, un decadimento profondo quanto le acque sulla costa della California. Inoltre disse di avere intenzione di scrivere solo la verità, e quando gli chiesero gentilmente che cosa fosse la verità, rispose:

“Non lo so.”

I giorni non passano mai, e le mattinate cominciano con il primo Steinbeck. Quando mi sveglio apro piano piano gli occhi e lo vedo seduto davanti al tavolo. Il suo grande quaderno di appunti è aperto e lui finge di lavorare. In realtà, sta solo aspettando e sorveglia i miei movimenti: è terribilmente affamato. Ma lo Steinbeck diurno è un uomo molto timido, assolutamente incapace di alzare il telefono e di fare il minimo tentativo per articolare una conversazione con le cameriere russe. Così mi alzo, prendo il telefono e ordino la colazione in inglese, francese e russo. Questo lo tira su di morale e lo rende più spigliato. Assume l’espressione di un filosofo di villaggio e dice:
“Ho alcune domande per te questa mattina.”

Naturalmente ha passato le tre ore di fame pensando alle cose più disparate, dalle abitudini a tavola degli antichi greci alla vita sessuale dei pesci. Io mi comporto da buon americano: anche se potrei rispondere a queste domande in modo semplice e chiaro, esigo l’osservanza dei miei diritti civili, rifiuto di rispondere e passo le questioni alla corte suprema. Lui non si dà facilmente per vinto. Comincia a vantarsi della sua cultura universale, cerca di provocarmi tirando in ballo l’istruzione, e mi tocca andare in esilio. Mi rifugio nel bagno, luogo che detesto. Sono costretto a rimanere nella vasca da bagno rivestita di carta vetrata e riempita d’acqua fredda finché non arriva la colazione. A volte bisogna aspettare molto. Dopo colazione ho bisogno di aiuto. Arriva Chmarskij. Non ci sono fasi diverse per quanto riguarda la sua personalità, una fase del mattino e una fase della sera: è sempre perfido.»

Capa fotografa Steinbeck attraverso lo specchio

28 giugno

“Più o meno 10 pagine al giorno”

Diario russo di John Steinbeck

«Appoggiata a una parete c’era una vecchia macchina per cucire Singer, coperta da un telo, e contro un’altra parete uno stretto letto con una coperta bianca. Nel centro della stanza, una lunga tavola con panche su ogni lato. In casa faceva molto caldo. Le finestre erano chiuse e noi decidemmo che se avessimo potuto farlo, senza parere scortesi, avremmo dormito nel granaio. Le notti infatti erano fresche e deliziose all’aperto, mentre in casa si soffocava. Andammo nel cortile a lavarci mentre veniva preparata la cena.

Mamuska è una cuoca famosa in tutto il villaggio ed è veramente brava. I suoi pranzi risultarono indimenticabili. Quella sera la cena cominciò con bicchieri di vodka, sottaceti, pane nero casalingo e minestra ucraina, che Mamuska cucinava benissimo. C’era un grande cesto di pomodori, di cipolle e di cetrioli; c’erano focacce ripiene di ciliegie fermentate e spalmate di miele, un delizioso piatto nazionale. Latte fresco, tè e ancora vodka. Mangiammo veramente molto. Mangiammo le focacce con le ciliegie e il miele finché per poco gli occhi non ci uscirono dalle orbite. Iniziava a fare buio, e pensavamo fosse l’ultimo pasto della giornata.

Di sera attraversammo il villaggio e ci recammo al circolo. Mentre costeggiavamo il laghetto, scorgemmo una barca dalla quale proveniva una musica curiosa. Gli strumenti erano una balalaika, un piccolo tamburo, un cembalo e una concertina. I suonatori attraversarono il laghetto e approdarono di fronte al circolo. Il circolo era un edificio piuttosto grande. Aveva un piccolo palco di fronte al quale erano disposti tavoli con scacchiere per dama e scacchi, e infine una pista da ballo e lunghe file di panche per gli spettatori. Quando entrammo c’era poca gente, solo alcuni giocatori di scacchi. Ci dissero che i giovani, quando tornano dai campi mangiano, riposano per un’ora e magari dormono anche un po’, prima di venire al circolo. Il palcoscenico quella sera era pronto per una piccola rappresentazione. C’erano grandi vasi di fiori sul tavolo, due sedie e, sullo sfondo, una grande ritratto del presidente della Repubblica ucraina. L’orchestrina entrò, tirò fuori gli strumenti e cominciò a suonare. A mano a mano arrivarono i giovani: robuste ragazze dal viso pulito e splendente, e pochi ragazzi.

Le ragazze danzavano tra di loro e indossavano grandi abiti stampati e fazzoletti di seta colorata o di lana. Tutte erano a piedi nudi e danzavano con foga. La musica andava accelerando il ritmo, scandito dal tamburo e dal cembalo, mentre i piedi nudi battevano il pavimento. I giovanotti stavano intorno e guardavano. Chiedemmo a una ragazza perché non danzasse con i giovanotti. Ci disse: ” Sono tutti celibi, ma ce ne sono pochi da quando è finita la guerra, che una ragazza si mette nei pasticci se danza con loro. Inoltre sono molto timidi.” Rise e continuò a ballare.

Gli uomini in età di matrimonio erano veramente pochi. I ragazzini erano numerosi, ma gli uomini che avrebbero dovuto ballare con le ragazze erano morti.

L’energia di queste giovani donne era incredibile. Per tutta la giornata, fin dall’alba, avevano lavorato nei campi e, dopo una sola ora di sonno, erano pronte a ballare per tutta la notte. Gli uomini giocavano a scacchi e non si curavano minimamente del baccano che li circondava.”

[…] La nostra visita a Kiev era ormai al termine e ci preparavamo per tornare a Mosca. La gente qui era stata davvero ospitale, generosa e molto simpatica, cosa che avevamo apprezzato moltissimo. Gente intelligente, allegra, con un vivo senso dell’umorismo e grande energia. Tra le rovine della loro città costruivano senza sosta nuove case, nuove fabbriche, nuove macchine e una nuova vita. Cento volte ci dissero: “Tornate tra qualche anno, vedrete quello che avremo fatto.”»

21 giugno

“Più o meno 10 pagine al giorno”

Diario russo di John Steinbeck

Ogni giorno leggo una porzione di pagine e ripenso alla determinazione che mi ha investito quando ho scelto di leggere questo libro piuttosto che un altro. È stata una spinta, il desiderio di conoscere attraverso altri occhi come si muovono le persone di un Paese che non conosco e che da poco ha fatto la guerra, l’ha subita e inciampa tutti i giorni nelle macerie e nel ricordo terribile, recente e vivo. Tra queste pagine è la Germania nazista che distrugge e annienta il territorio russo, l’Ucraina, la Georgia… E i morti non si contano. Dopo circa settant’anni oggi è la Russia che invade e attacca l’Ucraina. Ma nel mondo, di guerre e genocidi  di cui siamo responsabili senza riuscire a fare niente, ce n’è troppi. Le ragioni non mi sembrano mai sufficienti per giustificare il disastro, la tragedia. Non vince nessuno, la guerra è sempre e solo morte e distruzione. È una dannata, potente e infima minoranza che la decide, che sposta, come pedine sulla scacchiera arroventata la vita di milioni e milioni di esseri umani innocenti che la ripudiano davvero la guerra. Ormai gli opinionisti sembrano essere l’unica voce di questo mondo e di parole ne sentiamo già abbastanza. Siamo storditi da tanto male, addolorati e stanchi.

«Parlammo per un istante prima di addormentarci. Se fosse scoppiata una guerra tra la Russia e gli Stati Uniti, questa gente ci avrebbe creduto colpevoli. Che fosse per la propaganda o per la paura o per qualche altra ragione, ci avrebbero maledetto.

Parlavano solo in termini di invasione della loro patria e ne erano spaventati perché ne avevano già avuto una terribile prova. Ci chiedevano continuamente: “Gli Stati Uniti ci invaderanno? Manderete i vostri bombardieri a distruggerci un’altra volta?”

Non dicevano mai “Manderemo i nostri bombardieri” oppure “Vi aggrediremo”.

Mi svegliai di buon’ora e mi alzai per riordinare i miei appunti. La mia gamba era così tesa che mi ci potevo appena appoggiare. Sedetti davanti alla scrivania, rivolta verso la strada, e guardai la gente di passaggio. C’era una ragazza poliziotto che dirigeva il traffico nella via e indossava stivali, una gonna azzurra, una tunica bianca con una cintura militare e un piccolo berretto impertinente. Era molto graziosa.

Vedevo le donne camminare per la via, muovendosi come danzatrici. Procedevano con leggerezza e con una bellissima andatura. Molte sono splendide. La maggior parte delle distruzioni inflitte a questo popolo sono dovute alla ricchezza e alla prosperità della sua terra, agognata da molti conquistatori. Se gli Stati Uniti fossero completamente distrutti da New York al Kansas, i nostri territori distrutti sarebbero grandi come quelli dell’Ucraina. Per avere un’idea dei danni subiti da questo paese bisogna pensare a sei milioni di persone uccise, senza contare i soldati: il quindici per cento della popolazione. Contando i soldati, sarebbero molti di più. Ad ogni modo sono stati uccisi sei milioni di civili su quarantacinque milioni di abitanti.

Ci sono miniere che non potranno più essere aperte perché i tedeschi le hanno riempite con migliaia di cadaveri. Ogni macchinario industriale è stato distrutto o portato via, così ché, fino a quando non sarà rimpiazzato, ogni cosa deve essere fatta a mano. Ogni pietra ogni mattone della città distrutta devono essere sollevati e trasportati a mano, perché non ci sono ruspe. Inoltre gli ucraini, mentre sono impegnati nella ricostruzione, devono continuare a produrre viveri, perché sono il grande granaio della nazione.

Si dice che durante il raccolto non ci sono giornate festive e ora questo tempo è venuto. Nelle fattorie non ci sono domeniche, non ci sono giorni di sosta. Il lavoro che li attende è impressionante. Gli edifici da ricostruire devono prima essere demoliti. Un lavoro che le ruspe potrebbero compiere in pochi giorni richiede settimane per essere compiuto a mano, perché i mezzi non ci sono ancora. Ogni cosa deve essere rimessa a posto rapidamente.

Attraversammo il centro della città devastato e distrutto, al di là dell’angolo dove furono impiccate le belve tedesche dopo la guerra. Nel museo c’erano i progetti della nuova città. Una volta di più ci fu chiaro quanto il popolo russo viva di speranza, la speranza che il domani sarà migliore dell’oggi. Nel museo c’era un modello della nuova città in gesso bianco, con le linee classiche, le immense costruzioni, le colonne, le cupole e gli archi e i giganteschi monumenti, tutto di marmo bianco. Questo modello in gesso della città futura occupava quasi tutta una stanza. Il direttore del museo ci indicò vari edifici: questo sarebbe stato il palazzo dei Soviet, quello è il museo, qui un altro museo.

Capa dice che il museo è la chiesa dei russi. Amano le grandi costruzioni con vistosi ornamenti. Amano la grandiosità.

A Mosca dove non c’è nessuna ragione di costruire grattacieli perché lo spazio è illimitato e pianeggiante, li si sta già progettando alla maniera di New York, anche se non esiste una pari necessità. Con una calma, ordinata energia, costruiranno questa città. Per ora il popolo, attraverso le distruzioni, attraverso gli edifici crollati e rovinati, viene al museo – uomini, donne e anche bambini – per osservare i modelli in gesso delle città del futuro. In Russia si pensa sempre al futuro. E il racconto del prossimo anno, sono le comodità che verranno tra dieci anni, sono i vestiti che si fabbricheranno quanto prima. Se mai un popolo ha tratto energia dalla speranza, questo è il popolo russo.

Dalla piccola città di gesso, così nuova che ancora non era stata costruita, andammo all’antico monastero sulla collina. Un tempo era stato il centro della chiesa russa. Una delle primissime costruzioni religiose. Era stato maestoso, con edifici e dipinti che risalivano al XII secolo. Questo monastero, quando arrivarono i tedeschi, era il deposito di molti tesori di fama mondiale. Dopo aver portato via la maggior parte dei tesori, i tedeschi lasciarono la città e distrussero gli edifici con bombe incendiare per nascondere i loro furti. Ora il monastero non è altro che un gran mucchio di mattoni e di muri sgretolati da cui occhieggiano piccoli lembi di affreschi. Non sarà ricostruito perché non è possibile. Ci sono voluti secoli per edificarlo e ora non c’è più. Le erbacce che seguono la distruzione hanno invaso il cortile. In una cappella semi diroccata di fronte all’altare distrutto, vedemmo una misera figura di donna prostrata al suolo. Era al di là di un cancello aperto, attraverso il quale un tempo potevano passare solo lo zar e la sua famiglia, una donna dall’aspetto spiritato è scomposto andava avanti e indietro facendosi monotonamente il segno della croce e mormorando.

Una sola parte del monastero è ancora in piedi. Una cappella dove per secoli avevano pregato solo lo zar e i nobili. È un luogo sicuro e funereo, con dipinti cupi.»

La grande Cattedrale della Dormizione, costruita nell’XI secolo, fu quasi completamente distrutta nel 1941 durante l’occupazione nazista di Kiev. Il Monastero possiede un vasto sistema di catacombe costruite nel Medioevo, dove sono sepolti i principali santi della Chiesa ortodossa.

14 giugno

“Più o meno 10 pagine al giorno”

Diario russo di John Steinbeck

«Nel pomeriggio il VOKS mandò una macchina perché potessimo recarci negli uffici della direzione per uno scambio di idee. La nostra impressione fu che ci fosse stato un certo disaccordo su chi dovesse assumersi la responsabilità della nostra presenza, se l’Unione  Scrittori o il VOKS. E il VOKS aveva perduto e ora doveva tenerci. /

VOKS o società per le Relazioni Culturali con l’Unione Sovietica, era un’ entità creata dal governo dell’Unione Sovietica nel 1925 per promuovere il contatto culturale internazionale tra scrittori. Wikipedia (inglese)

Gli uffici del VOKS sono in una bella palazzina, che era stata un tempo la residenza di un principe mercante. Fummo ricevuti dal signor Karaganov nel suo ufficio, che era rivestito da pannelli di quercia fino a un soffitto in cui si apriva un lucernario di vetro opaco, ed era una stanza da lavoro quanto mai gradevole.

Il signor Karaganov, giovane, biondo, attento, e dall’inglese lento e preciso, era seduto dietro la scrivania e ci fece molte domande. Scribacchiava su un taccuino con una matita, rossa a un’estremità e blu all’altra. E noi spiegammo il nostro progetto, che escludeva la politica, ma comprendeva il tentativo da parte nostra di parlare e di intenderci coi contadini russi, gli operai, i commercianti, di vedere come vivessero, per cercare poi di raccontare tutto ciò al nostro popolo, di modo che una specie di mutua comprensione potesse venire raggiunta.

Ci ascoltava quieto e faceva segni angolari con la matita. Infine disse: “Ci sono state altre persone che volevano fare questo.” E fece il nome di parecchi americani che hanno poi scritto libri sull’Unione Sovietica.

“Si sono seduti in questo ufficio,” disse, “e hanno parlato in un modo e poi, tornati in patria, hanno scritto in un altro. E se noi abbiamo l’aria di essere un po’ diffidenti, è proprio per questo.”

“Non dovete pensare che noi siamo venuti con idee già favorevoli o sfavorevoli,” rispondemmo. “Siamo qui per un servizio giornalistico, se sarà possibile farlo. Intendiamo scrivere e fotografare esattamente quello che vediamo e sentiamo, senza nessun commento editoriale. Se c’è qualcosa che non ci piace, o non comprendiamo, diremo anche quello. Ma siamo venuti per scrivere qualche cosa. Se non potremo, avremo sempre da scrivere qualche cosa a questo proposito.”

Annui, lento e pensoso. “Questo possiamo crederlo,” disse. “Ma siamo veramente stanchi di quelli che vengono qui, si proclamano totalmente roussofili e poi, tornati negli Stati Uniti, si rivelano russofobi arrabbiati. Ormai la sappiamo lunga su questa specie di persone.”

“Questo ufficio, il VOKS,” continuò, “non ha molta autorità o influenza. Ma noi faremo il possibile perché possiate portare a termine ciò che vi sta a cuore.”

Quindi ci fece molte domande sull’America: “Molti vostri giornalisti”, disse, “parlano di guerra con l’Unione Sovietica. Il popolo americano vuole la guerra con l’Unione Sovietica?”

“Crediamo di no,” rispondemmo. “Crediamo che nessun popolo voglia la guerra, ma non lo sappiamo.”

Disse: “A quanto sembra, la sola voce che parla con veemenza contro la guerra, in America, e quella di Henry Wallace. Potete dirmi quale sia il suo seguito nel paese? Wallace ha un vero appoggio nel popolo americano?”

“Non sappiamo”, rispondemmo. “Sappiamo che in un giro di conferenze, Henry Wallace ha raccolto in ingressi a pagamento una quantità di denaro senza precedenti. A quel che sappiamo è la prima volta in cui la gente abbia sborsato sei soldi per partecipare a un raduno politico. E sappiamo che molte persone hanno dovuto allontanarsi, da questi comizi, perché non c’era più posto né a sedere né in piedi. Non abbiamo la minima idea se questo possa avere un peso per le prossime elezioni. Sappiamo solo che noi, che abbiamo visto un po’ di guerra, non siamo a favore. E sentiamo in cuor nostro che moltissima gente la pensa come noi. Sentiamo che se la guerra è la sola risposta che i nostri capi possono darci, vuol proprio dire che viviamo in un’epoca davvero miserabile.” Poi domandammo: “Il popolo russo, o una parte di esso, o una parte del governo russo, vuole la guerra?”

E qui egli si eresse sulla persona, depose la matita e disse: “A questo posso rispondere categoricamente. Né il popolo russo, né una sua parte, né una parte del governo russo vogliono la guerra. Posso dire ancora di più: il popolo russo farebbe quasi qualunque cosa, pur di evitare la guerra. Di questo sono certo.”

Poi, ripresa la matita, si diede di nuovo a fare i suoi ghirigori sul blocco di carta.

“Parliamo di letteratura americana,” disse, “A noi sembra che i vostri romanzieri non credano più a nulla. È vero?”

“Non so,” dissi.

“La sua opera più recente ci sembra cinica,” disse.

“Non è cinica,” risposi .“Credo che sia compito di uno scrittore esprimere il suo tempo così come può comprenderlo, o quasi. Ed è appunto questo ciò che io faccio.”

Quindi ci fece domande su alcuni scrittori americani, su Caldwell, su Faulkner, e su quando Hemingway avrebbe pubblicato un nuovo libro. E ci chiese quali fossero i giovani scrittori che si annunciavano, quali i nuovi uomini. Rispondemmo che qualche giovane scrittore cominciava a emergere, ma che era ancora troppo presto. I giovani che avrebbero dovuto sottostare a loro tirocinio di scrittori avevano passato gli ultimi quattro anni in guerra. Una simile esperienza non poteva non averli scossi profondamente e bisognava dar loro il tempo di rivedere le loro esperienze la loro vita, prima che potessero rimettersi a scrivere. Parve un po’ sorpreso che gli scrittori in America non si uniscono di più, non si associno l’un l’altro più strettamente. In Unione Sovietica gli scrittori sono persone importantissime. Stalin ha detto che gli scrittori sono gli ingegneri dell’animo umano.

Gli spiegammo che gli scrittori in America occupano una posizione ben diversa, sono considerati un po’ meno degli acrobati e un po’ più delle foche.

E secondo noi questa è una cosa eccellente. Uno scrittore troppo apprezzato, soprattutto se giovane, rischia di diventare presuntuoso come una stella del cinema lanciata su tutti i giornali commerciali. Riteniamo che la vita dura e piena di incertezze cui è sottoposto uno scrittore americano alla lunga gli giovi.

Ci sembra che una delle differenze più profonde tra i russi e gli americani, o gli inglesi, stia nel loro modo di sentire verso i rispettivi governi. I russi vengono cresciuti, formati, incoraggiati a credere che il loro governo è buono, che ogni suo elemento costitutivo è buono, che il loro compito è di spingerlo innanzi, di sostenerlo in ogni modo punto dall’altra, il profondo sentimento emotivo diffuso tra americani e britannici e che ogni governo è in un certo senso pericoloso, che dovrebbe esserci meno governo possibile, che ogni momento di potere del governo è un male, e che il governo in funzione deve essere costantemente tenuto d’occhio, sorvegliato e criticato perché resti sempre vivo e sul chi vive.

E in seguito, quando, le fattorie, seduti a tavola coi contadini, questi ci chiedevano come operasse il nostro governo, noi cercammo di spiegare che la nostra paura del potere investito in un solo uomo, o in un gruppo di uomini, in realtà è che il vostro governo era fatto di tutta una serie di freni e contrappesi, studiati per impedire che il potere cadesse nelle mani di una sola persona.

Cercammo di spiegare che coloro che avevano creato il nostro governo, e quelli che lo continuano, avevano un tale timore di ciò a cui può arrivare il potere da essere disposti a eliminare anche un leader capace piuttosto di permettere un precedente autoritario. Non credo che ci abbiano capito completamente, dato che al popolo sovietico viene insegnato che avere un capo è un bene e che un capo autoritario è una buona cosa. Qualsiasi discussione a questo proposito non può arrivare a nulla, per l’incapacità dei due sistemi di comunicare tra loro.

Il blocchetto del signor Karaganov era ricoperto di simboli rossi e blu. Alla fine disse: “Se scrivete una lista delle cose che volete fare e vedere, e vorrete mandarmela, cercherò di accontentarvi.” Karaganov ci piacque moltissimo. Era un uomo che parlava con lealtà e chiarezza. Dovevamo udire in seguito molti discorsi fioriti e molte cose convenzionali. Ma da Karaganov non udimmo mai nulla di ciò, con lui non fingemmo mai di essere quello che non eravamo».

Giugno25 | Diario russo

di John Steinbeck

Più o meno 10 pagine al giorno

Da quasi un anno ogni mese ci regaliamo la lettura di un libro che giorno dopo giorno introduce noi, semplici lettori, in territori e atmosfere nuove.

Questa volta ho scelto un diario accompagnato da fotografie che raccontano la vita delle persone, degli abitanti della Russia, dell’Ucraina, della Georgia nel secondo dopoguerra.

La guerra ha segnato tutti e, in questo clima di insoddisfazioni sia personali che professionali, uno scrittore giornalista americano (John Steinbeck) e un fotografo ungherese (Robert Capa, fondatore della agenzia fotografica Magnum) partono alla volta della Russia di Stalin, chiusa e sospettosa verso il mondo occidentale, che non è meno dubbioso e diffidente nei confronti della gente e dei luoghi in cui ha avuto origine il comunismo.

I due ecclettici, sensibili e ironici professionisti scopriranno per poi raccontare quello che i media ignorano: la vita quotidiana dei russi. La modernità non può garantire la costante ricerca dei valori morali e da questa riflessione scaturiranno centinaia di annotazioni e appunti.
Un viaggio, anzi un libro magnifico.

R. M.

«Sarà necessario innanzitutto udire come questo libro e questo viaggio abbiano avuto inizio e quale sia stato il loro scopo punto era la fine di marzo e io (il pronome viene usato in virtù di accordi speciali con John Gunther) sedeva al bar del Bedford hotel 40 Strada Est. Una commedia che avevo scritto quattro volte mi si era sciolta e dispersa tra le dita. Sedevo su uno sgabello del bar chiedendomi che cosa dovessi fare. In quel momento Robert Capa entrò nel bar con un’area lievemente sconsolata. La partita a poker che giocava da parecchi mesi era finita. Il libro era in macchina ed egli si trovava senz’altro da fare. Willy, il barista, che è sempre pieno di comprensione, propose una Suissesse, un drink che sa preparare meglio di chiunque altro al mondo. Eravamo depressi non tanto dalle notizie quanto dal modo di darle. Perché le notizie non sono più notizie, almeno quella parte di esse che attira di più l’attenzione. Le notizie sono diventate una specie di scienza per iniziati. Un uomo seduto a una scrivania a Washington o a New York legge i cablogrammi e li rielabora secondo la sua forma mentale e il titolo del suo articolo firmato. Quelle che spesso ormai leggiamo come notizie non lo sono assolutamente più. Si tratta al massimo dell’opinione di un sapientone, tra una mezza dozzina da altri, su ciò che quella notizia significa.

Willy ci pose dinnanzi le due Suissesse color verde pallido e Noi cominciamo a discutere su che cosa fosse rimasto da fare al mondo per un uomo onesto e di idee aperte punto sui giornali quotidianamente si leggevano migliaia di parole sulla Russia. E su ciò che Stalin andava pensando, sui piani dello stato maggiore Russo, sulla disposizione delle truppe, sugli esperimenti con le armi atomiche e i missili telecomandati, e tutto ciò veniva scritto da gente che non era mai stata laggiù e le cui fonti non erano affatto a prova di smentita punto e ci accorgemmo che c’erano cose che nessuno scriveva mai sulla Russia cose che ci interessavano più di ogni altra…»

7 giugno

“ Più  o meno 10 pagine al giorno ”

Lezioni americane di Italo Calvino

Scacchiere, scacchi e giocatori al Balón di Torino

Lezioni americane mi è parso un libro completamente diverso da come lo ricordavo. Forse perché quando ero una giovane lettrice, guardavo il mondo dal finestrino di un treno in corsa senza neanche sentire il vento tra i capelli. Oggi mi è sembrato di cogliere una complessità nella scrittura che mi obbliga a sostare tra le parole e a pensare. Tuttavia riscopro che leggere è camminare con lo sguardo nel tempo presente apprezzando i regali che mi offre la memoria con il ricordo del tempo vissuto.

Da qualche mese lavoro in un asilo nido dove quotidianamente osservo divertita le trasformazioni e il perfezionamento di crescita dei bambini, ma anche il movimento, lo spostamento degli adulti. Torno a casa stanca e piena di meraviglia in cerca delle mie Più o meno 10 pagine al giorno. Leggere accorda una forma alle mie esperienze, una forma libera, per questo la lezione preferita che mi lascia Calvino è racchiusa nel più o meno, meravigliosi disturbatori della frustrante e limitante tensione che pretende l’esattezza.

R.M.

Lezioni americane di Italo Calvino

«Nelle Città invisibili ogni concetto e ogni valore si rivela duplice: anche l’esattezza. Kublai Khan a un certo momento impersona la tendenza razionalizzatrice, geometrizzante o algebrizzante dell’intelletto e riduce la conoscenza del suo impero alla combinatoria dei pezzi di scacchi di una scacchiera: le città che Marco Polo gli descrive con grande abbondanza di particolari, egli le rappresenta con una o un’altra disposizione di torri, alfieri, cavalli, re, regina, sui quadrati bianchi e neri.

La conclusione a cui lo porta questa operazione è che il soggetto delle sue conquiste non è altro che il tassello di legno sul quale ciascun pezzo si posa: un emblema del nulla… Ma in quel momento avviene un colpo di scena: Marco Polo invita il Gran Kan a osservare meglio quello che gli sembra il nulla.

… Il Gran Kan cercava di immedesimarsi nel gioco: ma adesso era il perché del gioco a sfuggirgli. Il fine di ogni partita è una vincita o una perdita: ma di cosa? Qual era la vera posta? Allo scacco matto, sotto il piede del re sbalzato via dalla mano del vincitore, resta il nulla: un quadrato nero o bianco. A forza di scorporare le sue conquiste per ridurle all’essenza, Kublai era arrivato all’operazione estrema: la conquista definitiva, di cui i multiformi tesori dell’impero non erano che involucri illusori, si riduceva a un tassello di legno piallato.

Allora Marco Polo parlò: La tua scacchiera, sire, è un intarsio di due legni: ebano e acero.

Il tassello sul quale si fissa il tuo sguardo illuminato fu tagliato in uno strato del tronco che crebbe in un anno di siccità: vedi come si dispongono le fibre? Qui si scorge un nodo appena accennato: una gemma tentò di spuntare in un giorno di primavera precoce, ma la brina della notte l’obbligò a desistere. Il Gran Kan non s’era fin’allora reso conto che lo straniero sapesse esprimersi fluentemente nella sua lingua ma non era questo a stupirlo. Ecco un poro più grosso: forse è stato il nido di una larva; di un tarlo, perché appena nato avrebbe continuato a scavare, ma d’un bruco che rosicchiò le foglie fu la causa per cui l’albero fu scelto per essere abbattuto… Questo margine fu inciso dall’ebanista con la sgorbia perché aderisse al quadrato vicino, più sporgente… La quantità di cose che si potevano leggere in un pezzetto di legno liscio e vuoto sommergeva Kublai; già Polo era venuto a parlare dei boschi d’ebano, delle zattere di tronchi che discendono i fiumi, degli approdi, delle donne alle finestre…

Dal momento in cui ho scritto quella pagina mi è stato chiaro che la mia ricerca dell’esattezza si biforcava in due direzioni. Da una parte la riduzione degli avvenimenti contingenti a schemi astratti con cui si possono compiere operazioni e dimostrare teoremi; e dall’altra parte lo sforzo delle parole per render conto con la maggiore precisione possibile dell’aspetto sensibile delle cose. In realtà sempre la mia scrittura si è trovata di fronte due strade divergenti che corrispondono a due diversi tipi di conoscenza: una che si muove nello spazio mentale di una razionalità scorporata, dove si possono tracciare linee che congiungono punti, proiezioni,  forme astratte, vettori di forze; l’altra che si muove in uno spazio gremito d’oggetti e cerca di creare un equivalente verbale di quello spazio riempiendo la pagina di parole con uno sforzo di adeguamento minuzioso dello scritto al non scritto alla totalità del dicibile e del non dicibile. 

Sono due diverse pulsioni verso l’esattezza che non arriveranno mai alla soddisfazione assoluta: l’una perché le lingue naturali dicono sempre qualcosa in più rispetto ai linguaggi formalizzati, comportano sempre una certa quantità di rumore che disturba l’essenzialità dell’informazione; l’altra perché nel render conto alla densità e continuità del mondo che ci circonda il linguaggio si rivela lacunoso, frammentario, dice sempre qualcosa in meno rispetto alla totalità dell’esperibile».

Frammento da L’esattezza

Perché Diario russo

Più o meno 10 pagine al giorno

La mia scelta del libro per questo mese di giugno non prevede sondaggio, non vi inviterò quindi, a votare un libro tra quattro esposti in vetrina.

Forse per il grande desiderio che ho di leggere insieme a voi e con uno sguardo e uno stato d’animo diversi, un libro che ho acquistato e scoperto per la prima volta in occasione della mostra fotografica Capa in color presentata ai Musei Reali Torino – Sale Chiablese dal 26 Settembre 2020 al 30 Maggio 2021, poi prorogata fino a fine maggio.

Più di 150 immagini a colori di Robert Capa, lettere personali e appunti sulle riviste su cui furono pubblicate tra il 1941 e il 1954.

Robert Capa è un fotografo ungherese noto soprattutto per i reportage di guerra, è stato il fondatore del Magnum Photos ed è uno dei fotografi più apprezzati al mondo.

Al bookshop del museo tra i tanti libri esposti sono stata attratta da Diario russo di John Steinbeck con le fotografie di Robert Capa, un reportage culturale sulla Russia della guerra fredda.

La scrittura di Steinbeck, come scrive Luigi Sampietro nella prefazione del libro, “raggiunge il  grande pubblico con un linguaggio semplice e chiaro e con la capacità di comprimere in un dettaglio pensieri e stati d’animo, anche complessi come sanno fare solo i narratori e i poeti di razza”.

Scrive ancora Sampietro: Steinbeck è uno scrittore laico, ma la sua è una visione delle cose e dell’uomo espressa in un linguaggio che imita il parlato della gente comune e lontana mille miglia dalla experentia rivoluzionaria di Lenin e di Marx, che fa della stessa letteratura un ambito non gestito da alcuna istituzione e avente per scopo l’edificazione dell’ uomo e la riconquista di quella pienezza dell’ essere, o sintonia con il cosmo, perduta al momento della mitica cacciata dal Paradiso pochissimo interessato alle dottrine e alle teorie della politica, Steinbeck si trovava a suo agio soprattutto tra la gente comune.

John Steinbeck nel 1947, chiede il visto per fare un viaggio in Unione Sovietica insieme al fotografo Robert Capa, nasce così una rielaborazione in forma narrativa, un diario scritto da un magistrale scrittore mentre i commenti sono affidati alle immagini del fotografo.

Dalla quarta di copertina:

31 maggio

“Più o meno 10 pagine al giorno”

Lezioni americane di Italo Calvino

Ciliege innamorate della digressione

«Dato che in ognuna di queste mie conferenze mi sono proposto di raccomandare al prossimo millennio un valore che mi sta a cuore, oggi il valore che voglio raccomandare è proprio questo: in un’epoca in cui altri media velocissimi e di estesissimo raggio trionfano, e rischiano d’ appiattire ogni comunicazione in una crosta uniforme e omogenea, la funzione della letteratura è la comunicazione tra ciò che è diverso in quanto è diverso, non ottundendone bensì esaltandone la differenza, secondo la vocazione propria del linguaggio scritto.

Il secolo della motorizzazione ha imposto la velocità come un valore misurabile, i cui records segnano la storia del progresso delle macchine e degli uomini. Ma la velocità mentale non può essere misurata e non permette confronti o gare, né può disporre i propri risultati in una prospettiva storica. La velocità mentale vale per sé, per il piacere che provoca in chi è sensibile a questo piacere, non per l’utilità pratica che si possa ricavarne. Un ragionamento veloce non è necessariamente migliore d’un ragionamento ponderato; tutt’altro; ma comunica qualcosa di speciale che sta proprio nella sua sveltezza.

Ogni valore che scelgo come tema delle mie conferenze, l’ho detto in principio, non pretende d’escludere il valore contrario: come nel mio elogio della leggerezza era implicito il mio rispetto per il peso, così questa apologia della rapidità non pretende di negare i piaceri dell’indugio. La letteratura ha elaborato varie tecniche per ritardare la corsa del tempo: ho già ricordato l’iterazione; mi resta da accennare alla digressione.

Nella vita pratica il tempo è una ricchezza di cui siamo avari; in letteratura, il tempo è una ricchezza di cui si può disporre con agio e distacco: non si tratta di arrivare prima a un traguardo stabilito; al contrario l’economia di tempo è una buona cosa perché più tempo risparmiamo, più tempo potremo perdere. La rapidità dello stile e del pensiero vuol dire soprattutto agilità, mobilità, disinvoltura; tutte qualità che si accordano con una scrittura pronta alle divagazioni, a saltare da un argomento all’altro, a perdere il filo cento volte e a ritrovarlo dopo cento giravolte.

La grande invenzione di Laurence Sterne è stato il romanzo tutto fatto di digressioni; un esempio che sarà subito seguito da Diderot. La divagazione o digressione è una strategia per rinviare la conclusione, una moltiplicazione del tempo all’interno dell’opera, una fuga perpetua; da che cosa? Dalla morte, certamente, dice in una sua introduzione al Tristam Shandy uno scrittore italiano, Carlo Levi, che pochi immaginerebbero come un ammiratore di Sterne, mentre invece il suo segreto era proprio quello di portare uno spirito divagante e il senso d’un tempo illimitato anche nell’osservazione dei problemi sociali.

L’orologio è il primo simbolo di Shandy, scriveva Carlo Levi, sotto il suo flusso egli viene generato, ed iniziano le sue disgrazie, che sono tutt’uno con questo segno del tempo. La morte sta nascosta negli orologi, come diceva il Belli; e l’infelicità della vita individuale, di questo frammento, di questa cosa scissa e disgregata , e priva di totalità: la morte, che è il tempo, il tempo dell’individuazione, della separazione, l’astratto tempo che rotola verso la sua fine. Tristam Shandy non vuole nascere, perché non vuole morire. Tutti i mezzi, tutte le armi sono buone per salvarsi dalla morte e dal tempo. Se la linea retta è la più breve tra due punti fatali e inevitabili, le digressioni la allungheranno: e se queste digressioni diventeranno così complesse, aggrovigliate , tortuose, così rapide da far perdere le proprie tracce, chissà che la morte non ci trovi più, che il tempo si smarrisca, e che possiamo restare celati nei mutevoli nascondigli.

Parole che mi fanno riflettere perché io non sono un cultore della divagazione; potrei dire che preferisco affidarmi alla linea retta, nella speranza che continui all’infinito e mi renda irraggiungibile. Preferisco calcolare lungamente la mia traiettoria di fuga, aspettando di potermi lanciare come una freccia e scomparire all’orizzonte. Oppure, se troppi ostacoli mi sbarrano il cammino, calcolare la serie di segmenti rettilinei che mi portino fuori dal labirinto nel più breve tempo possibile. Già dalla mia giovinezza ho scelto come mio motto l’antica massima latina Festina Lente, affrettati lentamente».

Frammenti da (Rapidità)