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La scoperta dell’ Olanda di Jan Brokken

«Dopo la Prima guerra mondiale l’interesse per Volendam, e più in generale per le colonie di artisti o gli alberghi per artisti, si affievolì. Nella nuova realtà i pittori si ritiravano nei loro atelier.
[…] Nel 1927 Jacques soggiorna per qualche settimana all’Hotel Spaander. Per quanto ne so, da solo. Realizza un magnifico dipinto del ponte blu di Volendam, che verrà poi venduto con un titolo sbagliato, Amsterdam, e che mostra alcune somiglianze con Il Meerzijde e il Brijkje di Reino Partanen. Realizza un altro dipinto, un po’ meno riuscito ma correttamente intitolato Volendam, il ponte blu, ora nella collezione dello Zuiderzeemuseum. Poi sparisce di nuovo e riappare solo occasionalmente tra gli esuli russi all’Aia o in un annuncio di una galleria che cerca di vendere opere di alcuni di loro. Nel 1937 ottiene la cittadinanza olandese, un processo che dura quindi dodici anni.
Suo figlio George frequenta il Deutsches Realgymnasium all’Aia, parla solo russo e tedesco, ma diventerà comunque un chirurgo ortopedico molto rinomato nei Paesi Bassi e professore di ortopedia alle università di Saarbrücken, Basilea e Nimega. In età avanzata si mette a studiare storia dell’arte a Zurigo e incomincia a dipingere. Di lui rimangono più opere che dei suoi genitori, perché la sfortuna colpisce duramente Jacques Chapchal e sua moglie: gran parte delle loro opere dipinte nei Paesi Bassi finisce distrutta nel bombardamento del quartiere Bezuidenhout all’Aia il 3 marzo 1945.
Jacques muore esattamente due anni dopo quel bombardamento; per il dolore, verrebbe quasi da pensare, ma anche questo, ovviamente, non è certo. Margarita vive molto più a lungo e continua a dipingere, ma non ho trovato nessuna delle sue opere.
Di Jacques rimangono almeno i due dipinti di Volendam; quello più misterioso viene messo in vendita nel 2010 per poi sparire nella collezione di un anonimo acquirente che lo ha pagato tra i diecimila e i quindicimila euro. C’è ancora una notizia, alla fine di questa storia nebulosa: il figlio George, che una volta andato in pensione si è stabilito definitivamente in Svizzera, dona tutte le opere rimaste dei suoi genitori al Museo Puškin di Mosca tramite l’ambasciata sovietica a Berna; nel 1989, prima della fine dell’URSS, quando Gorbaciov sta disperatamente cercando di tenere unito il paese e di salvare il sistema comunista dal collasso. Perché una donazione?
Forse George non ha figli? Sì invece, ne ha sei, e una moglie olandese. Probabilmente ha voluto fare un ultimo tentativo di dare a suo padre e sua madre un posto nella storia dell’arte europea. E ha scelto il posto giusto: il Museo Puškin non ha nulla a che fare con il grande poeta, ma ospita la più vasta collezione di arte europea a Mosca, soprattutto di impressionisti francesi e maestri olandesi: Avercamp, Rembrandt, De Hooch, Ter Borch fino a Van Gogh e alla Scuola dell’Aia – tutte opere confiscate dai sovietici a grandi collezionisti.
Un Chapchal dipinto all’Aia o a Volendam, insomma, non sarebbe fuori posto, anche se io non ne ho visti mentre vagavo per il museo il 17 ottobre 2019, in quello che probabilmente è stato il mio ultimo viaggio a Mosca.
Devo ammettere che però non li ho cercati davvero. Ho visitato il museo perché sospettavo che ci fosse una storia interessante nella figura del suo primo direttore, il classicista Ivan Vladimirovič Cvetaev, padre della poetessa Marina Cvetaeva; una mente brillante, l’incarnazione della Mosca artistica.
Ma non se n’è fatto più nulla: prima c’è stata la pandemia, poi quella sporca guerra. Ho cercato rifugio a Volendam. Ma all’Hotel Spaander non finì tutto di colpo, no. Kokei Kobayashi, uno dei fondatori della pittura giapponese moderna, soggiornò allo Spaander nel 1923. E il suo connazionale Shintarō Suzuki, fortemente influenzato da Picasso e autore di opere fresche e vibranti, con colori intensi e vivaci – e moltissimo rosso – lo seguì nel 1929.
Il greco Georg Papasoglus conservò bei ricordi del suo soggiorno del 1913 e tornò allo Spaander nel 1926. L’artista ungherese Ernö Barta viaggiò perfino nel 1939, attraversando la Germania nazista, per arrivare a Volendam. Alida cercò di mantenere vivo lo spirito dell’hotel.
Leendert, prima cederle la gestione nel 1920, aveva fatto mettere per iscritto da un notaio che tutte le opere d’arte erano indissolubilmente legate all’arredamento, così come i registri degli ospiti, per evitare che Alida potesse vendere qualcosa in caso di bisogno. Una diffidenza fuori luogo: Alida, che come mostra il ritratto di Willem van Nieuwenhoven assomigliava molto a suo padre, condivideva con Leendert e Aaltje la stessa grande passione per l’arte.
Oltre alle centinaia di opere esposte che adornavano le pareti dello Spaander, negli anni Venti e Trenta creò una propria collezione, acquistando decine di dipinti dei cognati Georg Hering, Wilm Wouters e Augustin Hanicotte, di Anthonie Pieter Schotel, Piet van der Hem, a cui per anni aveva assicurato gratuitamente vitto, alloggio e abiti, e del pittore scozzese James McBay, con cui tenne una regolare corrispondenza fino alla sua morte nel 1952, in un inglese fluente e con una calligrafia inclinata, regolare ed estremamente curata – molto simile a quella di mia madre.
Alida aveva sicuramente una vera passione per l’arte, ma doveva comunque mandare avanti l’albergo. Per compensare il calo degli artisti Alida cercò, molto più di suo padre, di attrarre a Volendam turisti facoltosi, e ci riuscì brillantemente: Douglas Fairbanks, Clark Gable, Kirk Douglas, Walt Disney, Maurice Chevalier, la ballerina Anna Pavlova e il sultano di Yogyakarta non solo spendevano generosamente, ma servivano anche da richiamo per l’hotel.
Negli anni Venti, chi prenotava un tavolo al ristorante dello Spaander poteva essere certo di incontrare una celebrità.
La diga di sbarramento dello Zuiderzee era quasi completata, ma Alida non si rassegnò subito alla nuova realtà. Nel 1920 sposò Willem Hoekstra, figlio di un albergatore di Urk, un tipo in gamba, in grado di servire senza problemi un centinaio di coperti. Alida, tuttavia, rimase responsabile della gestione quotidiana dell’hotel. Nel 1932 mandò Willem a Breezanddijk, sull’Afsluitdijk appena completata, per aprire un hotel ristorante di legno vicino al porto artificiale: era fermamente convinta che la diga sarebbe diventata un’attrazione turistica e, chissà, un richiamo per giovani artisti e fotografi. Le opportunità c’erano davvero, ma aveva sopravvalutato le capacità di suo marito. Willem non prese sul serio il proprio compito e poi rifiutò categoricamente ogni responsabilità. Riuscì a far partire l’hotel, ma non a crearsi una clientela. L’Hotel de Vlieter costò ad Alida il matrimonio, anche se a Volendam si diceva che Willem non si fosse mai sentito a suo agio accanto a una donna forte come lei. Si separarono nel 1934. Alida continuò a gestire l’attività da sola. Gli ultimi botter avevano ormai lasciato il porto, ma lei continuò a provarci. Il fascino era ormai svanito: il porto dei pescatori non era più un trionfo di colori e scene pittoresche, non era più fonte di ispirazione. Volendam diventò una normale località turistica. L’ultima grande artista internazionale a visitare lo Spaander, decenni dopo la morte di Alida, fu l’indonesiana Kartika Affandi.
Come suo padre, il pittore Kusuma Affandi, dipingeva con le dita.
Suo padre cominciò a usare quella tecnica per caso: un giorno non riusciva a trovare un pennello e spruzzò il colore direttamente dal tubo sulla tela, poi usò le dita come pennello, sfumando e spalmando fino a far emergere le figure, danzando davanti alla tela come in una performance. Stiamo parlando dei primi anni Cinquanta, lo stesso periodo in cui Jackson Pollock iniziava con i suoi dripping. I lavori di Affandi, quindi, ebbero subito successo negli Stati Uniti, anche se lui si sentiva più vicino alla tradizione europea dell’espressionismo, con Edvard Munch come grande modello. Nato a Giava occidentale, Affandi fece delle paure esistenziali il suo soggetto, come Munch. Il lato oscuro della vita lo interessava più della bellezza: se dipingeva un fiore, era un fiore appassito.

Kartika, unica figlia del suo matrimonio con la pittrice Maryati, lo osservava. Nata nel 1934, era quindi ancora una bambina dell’epoca coloniale; cominciò fin dall’età di sette anni a pasticciare con i colori sulla tela, proprio come suo padre. Dalla madre, che dipingeva solo fiori, fiori esotici nei colori più sgargianti, ereditò la gioia di vivere e l’allegria. Kartika si sposò a Giacarta nel 1952, divenne madre di otto figli e divorziò nel 1972a causa della poligamia del marito. Si ribellò alla società islamica anche sotto un altro aspetto: raffigurava persone, cosa che l’Islam proibisce, e non nascondeva i genitali né delle donne né degli uomini. In Indonesia la sua opera era considerata quindi decisamente sovversiva. Ebbe successo in Australia e negli Stati Uniti ma non in patria, a eccezione di Bali, dove espose più volte. Kartika Affandi prese alloggio all’Hotel Spaander nel 2009 – all’epoca aveva settantacinque anni – e decise di realizzare un autoritratto.

Anche nella vita quotidiana si abbigliava come Limbuk, uno dei personaggi delle classiche rappresentazioni di marionette wajang. Limbuk è ben consapevole della propria avvenenza, veste abiti stravaganti e coloratissimi e porta sempre con sé un pettine, simbolo supremo di vanità per un giavanese. La sua voce è bassa, forte e allegra, ma può improvvisamente diventare dolce e misteriosa. Nell’autoritratto Kartika, che indossa una veste rossa, un turbante rosso e una sciarpa blu, sta davanti all’Hotel Spaander: si vede un’auto parcheggiata sulla destra, due abitanti di Volendam che sembrano discutere animatamente, un ciclista che lotta contro il vento, un albero senza foglie, il Gouwzee e sopra un cielo tempestoso, blu, giallo, grigio, rosa. È un dipinto vivace e simpatico che ti fa venire voglia di conoscere la sua autrice, quella vecchia signora sprizza vitalità, come se nella vita ci fosse ancora molto da scoprire. Era andata a Volendam per via di una canzone, «One Way Wind». Come villaggio di pittori aveva ormai perso lentamente il suo splendore, ma era rimasto un marchio artistico grazie a una serie di canzoni orecchiabili. Con la loro musica melodiosa e malinconica, i Cats gettarono le basi per quello che all’inizio fu chiamato in modo un po’ ironico «il sound dell’anguilla».

