2 agosto

“Più o meno 10 pagine al giorno”

La scoperta dell’ Olanda di Jan Brokken

Maurice Sijs, Botter che rientrano in porto per sfuggire alla tempesta (1911-1918)
Non è stata la chiusura dello Zuiderzee, ma la bonifica dell’IJsselmeer a dare il colpo di grazia alla pittura olandese. Questo sosteneva l’artista concettuale tedesco Joseph Beuys nel 1979.

Durante la Seconda guerra mondiale, l’Hotel Spaander ospitava nel fine settimana ufficiali tedeschi che venivano da ogni parte dei Paesi Bassi e consideravano la guerra come una piacevole escursione. L’Olanda era particolarmente popolare nella Wehrmacht, ed era comunque mille volte meglio del fronte orientale. Durante la settimana, i pittori o i parenti dei pittori si nascondevano nell’albergo; la maggior parte di loro aveva ricevuto una convocazione per lavorare in Germania nell’ambito dell’Arbeitseinsatz, ma non ne avevano la minima intenzione.

La situazione divenne pericolosa quando quarantacinque membri della polizia militare tedesca furono alloggiati nell’hotel. Alida riuscì a far lavorare il figlio Leendert, che era stato destinato all’Arbeitseinsatz, in un albergo di Berlino, ma non fu una buona idea: Berlino veniva bombardata ogni notte.

  […]

« Nel 1945 Leendert tornò nei Paesi Bassi con una grave nevrosi e dovette essere ricoverato in manicomio. Questo non deve aver giovato alla salute di Alida, che morì nel 1952. I cugini iniziarono una lunga battaglia legale che alla fine portò all’acquisizione dell’hotel da parte dell’imprenditore di Volendam Hein Schilder – nome molto appropriato, dato che schilder significa «pittore» – il quale rilevò la collezione d’arte ma si preoccupò soprattutto di attirare quante più star americane possibili a fare una visita a Volendam. Walt Disney, Elizabeth Taylor e Muhammad Ali aprirono la fila, poi fu la volta dei turisti dall’Asia; l’hotel degli artisti era ormai diventato così famoso che un giapponese inviò per quarant’anni ogni settimana una lettera per posta aerea allo Spaander, chiedendo informazioni e ripetendo sempre la stessa frase: How is the weather in Volendam? In paese è ancora vivo il ricordo dell’arrivo di Johan Cruijff all’Hotel Spaander.

[…]

Hille Butter, irraggiungibilmente vicina.

Maggio 2022, una nuova primavera, un nuovo inizio. L’Hotel Spaander è di nuovo aperto. Un uomo d’affari di Volendam ha visto delle possibilità di guadagno e ha affiliato l’hotel a una catena alberghiera internazionale. Ancor prima che la pandemia di coronavirus raggiungesse il suo apice, le tendine bianche erano state rimosse dalle finestre e le porte dello Spaander riaperte. Esattamente 141 anni dopo che Leendert e Aaltje Spaander accolsero i primi artisti. Anche se ci vuole un po’ per abituarsi al nome decisamente pomposo – Hotel Spaander Best Western Signature Collection – mi avventuro a Volendam senza prenotazione. Sì, posso trascorrere una notte in una stanza rinnovata con vista sul Gouwzee e una riproduzione fotografica di Hille Butter alla parete. La sento vicina mentre fissa con distacco l’orizzonte. La riproduzione del ritratto di Willy Sluiter è migliore dell’originale;

Hille Butter è stata una modella olandese, considerata dagli artisti del suo tempo la più bella modella di Volendam. Era la figlia del pescatore Cornelis Butter e di Geertje Schilder. Sposa il marinaio Evert Veerman nel 1911, dal quale ebbe una figlia e un figlio. La coppia divorzio nel 1925, forse il primo divorzio ufficiale nel villaggio di Volendam. Era considerata na donna indipendente e colta, leggeva tre giornali al giorno e aveva una sua biblioteca. Butter lavorava presso l’ hotel Spaander, di Leendert Spaander.

nella foto a grana grossa, il pastello del 1921 acquista un tocco puntinista. Hille appare quasi moderna con i suoi occhi grigioazzurri, la cuffia bianca con le punte rialzate e la collana di corallo rosso. E piuttosto sensuale, anche se credo che lo sia sempre stata. Sexy e intrigante come una vera star.

Ho sentito dire a Volendam che era eccezionalmente colta, e che fin da piccola «divorava i libri», sospirava sua madre. La sua passione erano i diari di viaggio, tanto che era in grado di disegnare una mappa di Londra pur non avendo mai messo piede fuori da Volendam. Leggendo molto,imparò l’inglese; scambiava lettere con Winston Churchill, nonostante avesse un’istruzione minima e avesse iniziato a lavorare come cameriera allo Spaander all’età di quattordici anni. Churchill era un appassionato pittore dilettante che lasciò più di cinquecento opere; Hille entrò in contatto con lui inviandogli la foto di un proprio ritratto, forse proprio quello che è appeso alla parete della mia stanza. Frederik van Eeden non faceva che parlare di lei. «Sabato siamo andati a Volendam passando per Marken. E sono andato a trovare le mie amiche Hille Baap e Hille Butter. È stato tutto meraviglioso. È sorprendente quanto quel paesino mi affascini, con la razza olandese primordiale, che lì è ancora in pieno vigore.» Van Eeden scrisse queste parole nel suo diario nel 1915, quando forse un’espressione come «razza primordiale» si poteva ancora accettare. Per tutta la vita subì il fascino delle giovani donne di umili origini che rifiutavano di conformarsi ai rigidi vincoli della società borghese. Erano materiale per i suoi romanzi, e lui voleva indirizzarle o mantenerle sulla retta via.

Van Eeden si considerava prima di tutto un medico e uno psichiatra il cui compito era salvare vite; quando ebbe una relazione con una prostituta morfinomane, a Parigi, fu perché lei aveva «occhi buoni». Anche se si sentiva attratto da lei «come uomo», evitava ogni contatto fisico: voleva tirarla fuori dal baratro, non approfittare di lei. A dire il vero, non era del tutto disinteressato: usò persino il suo nome – si chiamava Jeanne Fontaine – per il personaggio di Hedwig Marga de Fontayne, la protagonista del suo Dai gelidi laghi della morte. Con Hille Butter però aveva sbagliato indirizzo: la vita che conduceva per lei era più interessante che deplorevole, e non aveva bisogno di essere salvata. «Ho cominciato a collezionare persone come altri collezionano souvenir.

Non dimenticare che amo molto le persone», disse in un’intervista rilasciata a cinquantotto anni, in cui rifletteva sul suo percorso di vita eccezionale, che in realtà lei trovava del tutto normale; era solo questione di guardare oltre il proprio naso. «Se vedevo qualcuno tra i forestieri sulla diga che era diverso dagli altri, facevo due chiacchiere e gli dicevo: “vieni da me a prendere un caffè.” Parlando spesso nasceva un contatto, e più spesso ancora una buona amicizia.» L’unica condizione era che fosse qualcuno diverso dagli altri. Per Van Eeden la questione principale era dimostrare costantemente di essere in grado di subordinare le sue passioni alla sua volontà. È chiaro che si sentiva attratto, anzi, fortemente attratto da Hille; al loro secondo incontro, nel 1915, lei aveva ventiquattro anni e nessun uomo le passava davanti senza girarsi a guardarla. Il cinquantacinquenne Van Eeden doveva ritenersi fortunato che lei volesse ancora incontrarlo, anche se le sue avances probabilmente si limitavano a lunghe, piacevoli e aperte conversazioni;

Hille Butter

Hille non aveva peli sulla lingua, cosa che Van Eeden deve aver trovato piacevole, un po’ come una carezza, una carezza per l’orecchio. Non le importava cosa pensasse la gente, per lei quello che contava era trovare qualcuno che avesse qualcosa da dire, qualcuno con cui dialogare seriamente, con tutta onestà. I due potevano conversare per ore. Van Eeden disprezzava l’Hotel Spaander come se fosse un bordello, dove tutto ruotava intorno «al denaro e ai flirt». Lo considerava «spregevole, ben al di sotto dell’atmosfera sana dei paesani». Al contrario, Hille era il massimo, così come Volendam. Durante una visita estiva, annotò nel suo diario: E meravigliose erano le casette e i quartieri, dai colori vivaci, blu e verdi, con i fossati e i canali bordati di verde e i ponticelli mobili blu. E ovunque i graziosi bambini con i loro zoccoli e berretti. Ora capisco l’ammirazione degli americani per quel luogo. È davvero uno spaccato di vita primordiale olandese. Tutti passeggiano e chiacchierano, accovacciati sulla diga o davanti alle casette. Il pesce viene portato e venduto all’asta. Nel mezzo si aggirano stranieri, artisti e sportivi, tollerati dagli indigeni senza soggezione ma anche senza disprezzo, una strana mescolanza.

Sto alla finestra e osservo il profilo di Marken in lontananza. Van Eeden era arrivato a Volendam da Enkhuizen con una chiatta. Aveva pregato il capitano di rimandare la partenza di un giorno, c’era tempesta e la rotta era nota per le sue insidiose onde di fondo, ma il capitano disse che si poteva navigare e Van Eeden arrivò a Volendam con il mal di mare. Confessò di aver recitato più di una preghiera e di aver temuto per la sua vita. Non riesco quasi a immaginarlo: sull’acqua si vede solo qualche increspatura, e non sembra che possa mai diventare pericolosa. Nuvole cariche di pioggia ne sfiorano la superficie, mentre nella mia testa risuonano due colonne sonore: la voce – per così dire – del narratore che cerca di tradurre in parole ciò che vede, e la musica di accompagnamento che mi sembra adatta. A volte si crea una perfetta armonia, come adesso: sento la voce di Jacques Brel, che per una volta canta in fiammingo, con un forte accento francese ma soprattutto con quella sua folle passione:

Quando il cielo basso sfiora l’acqua

Quando il cielo ci insegna l’umiltà

Quando il cielo basso è grigio come l’ardesia

Quando il cielo basso è pallido come l’argilla

Quando il vento del nord celebra la pianura

Quando il vento del nord ci ruba il respiro

Allora scricchiola la mia terra

La mia terra piatta

Devo dar ragione a Van Eeden, questo villaggio suscita molte emozioni.

La mattina dopo, a colazione, ripenso al pomeriggio d’inverno in cui Hans Tentije mi parlò di Frits Thaulow nella sala comune. È stato molto tempo fa, ma allo stesso tempo lo sento vicino, perché ho riallacciato i rapporti con il poeta e di tanto in tanto ci scriviamo. Hans Tentije esprime la stessa meraviglia di allora, lo stesso tipo di freschezza, anche se sempre più spesso scrive poesie sul senso di scomparsa: e furtivamente scompaiono tutti i paesaggi labirintici in molti modi, villaggi sonnolenti, volti da tempo in gran parte dimenticati, gradualmente nell’incertezzadove il passato sonnecchia, irraggiungibilmente vicino Thaulow ammirava la luce del porto, ma osservava anche che a Volendam il sole tramonta sulla terraferma e non sull’acqua, rendendo impossibile dipingere tramonti suggestivi sul mare. Tuttavia, tornò a Volendam e non a Katwijk, per esempio, dove il sole affonda nel mare.

Dopo una seconda tazza di caffè vedo il Gouwzee illuminarsi e mi chiedo perché Volendam sia rimasta per così tanto tempo un luogo d’ispirazione per tanti pittori, una sorta di Eldorado, anche se il sole non tramontava sul mare. Nel registro degli ospiti dell’Hotel Spaander hanno lasciato la loro firma circa millequattrocento artisti provenienti da quasi tutti i paesi d’Europa e da Stati Uniti, Canada, Russia, Giappone, Nuova Zelanda – e sicuramente ne dimentico qualcuno. È un numero sessanta volte superiore a quello dei pittori che andavano a Barbizon o a Pont-Aven. Cosa cercavano a Volendam? Cosa cercavano nei Paesi Bassi? La cosa continua a stupirmi, e decido di riprendere le mie ricerche».

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