“Più o meno 10 pagine al giorno”
Diario russo di John Steinbeck

Ogni giorno leggo una porzione di pagine e ripenso alla determinazione che mi ha investito quando ho scelto di leggere questo libro piuttosto che un altro. È stata una spinta, il desiderio di conoscere attraverso altri occhi come si muovono le persone di un Paese che non conosco e che da poco ha fatto la guerra, l’ha subita e inciampa tutti i giorni nelle macerie e nel ricordo terribile, recente e vivo. Tra queste pagine è la Germania nazista che distrugge e annienta il territorio russo, l’Ucraina, la Georgia… E i morti non si contano. Dopo circa settant’anni oggi è la Russia che invade e attacca l’Ucraina. Ma nel mondo, di guerre e genocidi di cui siamo responsabili senza riuscire a fare niente, ce n’è troppi. Le ragioni non mi sembrano mai sufficienti per giustificare il disastro, la tragedia. Non vince nessuno, la guerra è sempre e solo morte e distruzione. È una dannata, potente e infima minoranza che la decide, che sposta, come pedine sulla scacchiera arroventata la vita di milioni e milioni di esseri umani innocenti che la ripudiano davvero la guerra. Ormai gli opinionisti sembrano essere l’unica voce di questo mondo e di parole ne sentiamo già abbastanza. Siamo storditi da tanto male, addolorati e stanchi.
«Parlammo per un istante prima di addormentarci. Se fosse scoppiata una guerra tra la Russia e gli Stati Uniti, questa gente ci avrebbe creduto colpevoli. Che fosse per la propaganda o per la paura o per qualche altra ragione, ci avrebbero maledetto.
Parlavano solo in termini di invasione della loro patria e ne erano spaventati perché ne avevano già avuto una terribile prova. Ci chiedevano continuamente: “Gli Stati Uniti ci invaderanno? Manderete i vostri bombardieri a distruggerci un’altra volta?”
Non dicevano mai “Manderemo i nostri bombardieri” oppure “Vi aggrediremo”.
Mi svegliai di buon’ora e mi alzai per riordinare i miei appunti. La mia gamba era così tesa che mi ci potevo appena appoggiare. Sedetti davanti alla scrivania, rivolta verso la strada, e guardai la gente di passaggio. C’era una ragazza poliziotto che dirigeva il traffico nella via e indossava stivali, una gonna azzurra, una tunica bianca con una cintura militare e un piccolo berretto impertinente. Era molto graziosa.

Vedevo le donne camminare per la via, muovendosi come danzatrici. Procedevano con leggerezza e con una bellissima andatura. Molte sono splendide. La maggior parte delle distruzioni inflitte a questo popolo sono dovute alla ricchezza e alla prosperità della sua terra, agognata da molti conquistatori. Se gli Stati Uniti fossero completamente distrutti da New York al Kansas, i nostri territori distrutti sarebbero grandi come quelli dell’Ucraina. Per avere un’idea dei danni subiti da questo paese bisogna pensare a sei milioni di persone uccise, senza contare i soldati: il quindici per cento della popolazione. Contando i soldati, sarebbero molti di più. Ad ogni modo sono stati uccisi sei milioni di civili su quarantacinque milioni di abitanti.
Ci sono miniere che non potranno più essere aperte perché i tedeschi le hanno riempite con migliaia di cadaveri. Ogni macchinario industriale è stato distrutto o portato via, così ché, fino a quando non sarà rimpiazzato, ogni cosa deve essere fatta a mano. Ogni pietra ogni mattone della città distrutta devono essere sollevati e trasportati a mano, perché non ci sono ruspe. Inoltre gli ucraini, mentre sono impegnati nella ricostruzione, devono continuare a produrre viveri, perché sono il grande granaio della nazione.
Si dice che durante il raccolto non ci sono giornate festive e ora questo tempo è venuto. Nelle fattorie non ci sono domeniche, non ci sono giorni di sosta. Il lavoro che li attende è impressionante. Gli edifici da ricostruire devono prima essere demoliti. Un lavoro che le ruspe potrebbero compiere in pochi giorni richiede settimane per essere compiuto a mano, perché i mezzi non ci sono ancora. Ogni cosa deve essere rimessa a posto rapidamente.
Attraversammo il centro della città devastato e distrutto, al di là dell’angolo dove furono impiccate le belve tedesche dopo la guerra. Nel museo c’erano i progetti della nuova città. Una volta di più ci fu chiaro quanto il popolo russo viva di speranza, la speranza che il domani sarà migliore dell’oggi. Nel museo c’era un modello della nuova città in gesso bianco, con le linee classiche, le immense costruzioni, le colonne, le cupole e gli archi e i giganteschi monumenti, tutto di marmo bianco. Questo modello in gesso della città futura occupava quasi tutta una stanza. Il direttore del museo ci indicò vari edifici: questo sarebbe stato il palazzo dei Soviet, quello è il museo, qui un altro museo.

Capa dice che il museo è la chiesa dei russi. Amano le grandi costruzioni con vistosi ornamenti. Amano la grandiosità.
A Mosca dove non c’è nessuna ragione di costruire grattacieli perché lo spazio è illimitato e pianeggiante, li si sta già progettando alla maniera di New York, anche se non esiste una pari necessità. Con una calma, ordinata energia, costruiranno questa città. Per ora il popolo, attraverso le distruzioni, attraverso gli edifici crollati e rovinati, viene al museo – uomini, donne e anche bambini – per osservare i modelli in gesso delle città del futuro. In Russia si pensa sempre al futuro. E il racconto del prossimo anno, sono le comodità che verranno tra dieci anni, sono i vestiti che si fabbricheranno quanto prima. Se mai un popolo ha tratto energia dalla speranza, questo è il popolo russo.

Dalla piccola città di gesso, così nuova che ancora non era stata costruita, andammo all’antico monastero sulla collina. Un tempo era stato il centro della chiesa russa. Una delle primissime costruzioni religiose. Era stato maestoso, con edifici e dipinti che risalivano al XII secolo. Questo monastero, quando arrivarono i tedeschi, era il deposito di molti tesori di fama mondiale. Dopo aver portato via la maggior parte dei tesori, i tedeschi lasciarono la città e distrussero gli edifici con bombe incendiare per nascondere i loro furti. Ora il monastero non è altro che un gran mucchio di mattoni e di muri sgretolati da cui occhieggiano piccoli lembi di affreschi. Non sarà ricostruito perché non è possibile. Ci sono voluti secoli per edificarlo e ora non c’è più. Le erbacce che seguono la distruzione hanno invaso il cortile. In una cappella semi diroccata di fronte all’altare distrutto, vedemmo una misera figura di donna prostrata al suolo. Era al di là di un cancello aperto, attraverso il quale un tempo potevano passare solo lo zar e la sua famiglia, una donna dall’aspetto spiritato è scomposto andava avanti e indietro facendosi monotonamente il segno della croce e mormorando.
Una sola parte del monastero è ancora in piedi. Una cappella dove per secoli avevano pregato solo lo zar e i nobili. È un luogo sicuro e funereo, con dipinti cupi.»

La grande Cattedrale della Dormizione, costruita nell’XI secolo, fu quasi completamente distrutta nel 1941 durante l’occupazione nazista di Kiev. Il Monastero possiede un vasto sistema di catacombe costruite nel Medioevo, dove sono sepolti i principali santi della Chiesa ortodossa.

