“Più o meno 10 pagine al giorno”
Diario russo di John Steinbeck

«Nel pomeriggio il VOKS mandò una macchina perché potessimo recarci negli uffici della direzione per uno scambio di idee. La nostra impressione fu che ci fosse stato un certo disaccordo su chi dovesse assumersi la responsabilità della nostra presenza, se l’Unione Scrittori o il VOKS. E il VOKS aveva perduto e ora doveva tenerci. /
VOKS o società per le Relazioni Culturali con l’Unione Sovietica, era un’ entità creata dal governo dell’Unione Sovietica nel 1925 per promuovere il contatto culturale internazionale tra scrittori. Wikipedia (inglese)
Gli uffici del VOKS sono in una bella palazzina, che era stata un tempo la residenza di un principe mercante. Fummo ricevuti dal signor Karaganov nel suo ufficio, che era rivestito da pannelli di quercia fino a un soffitto in cui si apriva un lucernario di vetro opaco, ed era una stanza da lavoro quanto mai gradevole.
Il signor Karaganov, giovane, biondo, attento, e dall’inglese lento e preciso, era seduto dietro la scrivania e ci fece molte domande. Scribacchiava su un taccuino con una matita, rossa a un’estremità e blu all’altra. E noi spiegammo il nostro progetto, che escludeva la politica, ma comprendeva il tentativo da parte nostra di parlare e di intenderci coi contadini russi, gli operai, i commercianti, di vedere come vivessero, per cercare poi di raccontare tutto ciò al nostro popolo, di modo che una specie di mutua comprensione potesse venire raggiunta.
Ci ascoltava quieto e faceva segni angolari con la matita. Infine disse: “Ci sono state altre persone che volevano fare questo.” E fece il nome di parecchi americani che hanno poi scritto libri sull’Unione Sovietica.
“Si sono seduti in questo ufficio,” disse, “e hanno parlato in un modo e poi, tornati in patria, hanno scritto in un altro. E se noi abbiamo l’aria di essere un po’ diffidenti, è proprio per questo.”
“Non dovete pensare che noi siamo venuti con idee già favorevoli o sfavorevoli,” rispondemmo. “Siamo qui per un servizio giornalistico, se sarà possibile farlo. Intendiamo scrivere e fotografare esattamente quello che vediamo e sentiamo, senza nessun commento editoriale. Se c’è qualcosa che non ci piace, o non comprendiamo, diremo anche quello. Ma siamo venuti per scrivere qualche cosa. Se non potremo, avremo sempre da scrivere qualche cosa a questo proposito.”
Annui, lento e pensoso. “Questo possiamo crederlo,” disse. “Ma siamo veramente stanchi di quelli che vengono qui, si proclamano totalmente roussofili e poi, tornati negli Stati Uniti, si rivelano russofobi arrabbiati. Ormai la sappiamo lunga su questa specie di persone.”
“Questo ufficio, il VOKS,” continuò, “non ha molta autorità o influenza. Ma noi faremo il possibile perché possiate portare a termine ciò che vi sta a cuore.”
Quindi ci fece molte domande sull’America: “Molti vostri giornalisti”, disse, “parlano di guerra con l’Unione Sovietica. Il popolo americano vuole la guerra con l’Unione Sovietica?”
“Crediamo di no,” rispondemmo. “Crediamo che nessun popolo voglia la guerra, ma non lo sappiamo.”
Disse: “A quanto sembra, la sola voce che parla con veemenza contro la guerra, in America, e quella di Henry Wallace. Potete dirmi quale sia il suo seguito nel paese? Wallace ha un vero appoggio nel popolo americano?”
“Non sappiamo”, rispondemmo. “Sappiamo che in un giro di conferenze, Henry Wallace ha raccolto in ingressi a pagamento una quantità di denaro senza precedenti. A quel che sappiamo è la prima volta in cui la gente abbia sborsato sei soldi per partecipare a un raduno politico. E sappiamo che molte persone hanno dovuto allontanarsi, da questi comizi, perché non c’era più posto né a sedere né in piedi. Non abbiamo la minima idea se questo possa avere un peso per le prossime elezioni. Sappiamo solo che noi, che abbiamo visto un po’ di guerra, non siamo a favore. E sentiamo in cuor nostro che moltissima gente la pensa come noi. Sentiamo che se la guerra è la sola risposta che i nostri capi possono darci, vuol proprio dire che viviamo in un’epoca davvero miserabile.” Poi domandammo: “Il popolo russo, o una parte di esso, o una parte del governo russo, vuole la guerra?”
E qui egli si eresse sulla persona, depose la matita e disse: “A questo posso rispondere categoricamente. Né il popolo russo, né una sua parte, né una parte del governo russo vogliono la guerra. Posso dire ancora di più: il popolo russo farebbe quasi qualunque cosa, pur di evitare la guerra. Di questo sono certo.”
Poi, ripresa la matita, si diede di nuovo a fare i suoi ghirigori sul blocco di carta.
“Parliamo di letteratura americana,” disse, “A noi sembra che i vostri romanzieri non credano più a nulla. È vero?”
“Non so,” dissi.
“La sua opera più recente ci sembra cinica,” disse.
“Non è cinica,” risposi .“Credo che sia compito di uno scrittore esprimere il suo tempo così come può comprenderlo, o quasi. Ed è appunto questo ciò che io faccio.”
Quindi ci fece domande su alcuni scrittori americani, su Caldwell, su Faulkner, e su quando Hemingway avrebbe pubblicato un nuovo libro. E ci chiese quali fossero i giovani scrittori che si annunciavano, quali i nuovi uomini. Rispondemmo che qualche giovane scrittore cominciava a emergere, ma che era ancora troppo presto. I giovani che avrebbero dovuto sottostare a loro tirocinio di scrittori avevano passato gli ultimi quattro anni in guerra. Una simile esperienza non poteva non averli scossi profondamente e bisognava dar loro il tempo di rivedere le loro esperienze la loro vita, prima che potessero rimettersi a scrivere. Parve un po’ sorpreso che gli scrittori in America non si uniscono di più, non si associno l’un l’altro più strettamente. In Unione Sovietica gli scrittori sono persone importantissime. Stalin ha detto che gli scrittori sono gli ingegneri dell’animo umano.
Gli spiegammo che gli scrittori in America occupano una posizione ben diversa, sono considerati un po’ meno degli acrobati e un po’ più delle foche.
E secondo noi questa è una cosa eccellente. Uno scrittore troppo apprezzato, soprattutto se giovane, rischia di diventare presuntuoso come una stella del cinema lanciata su tutti i giornali commerciali. Riteniamo che la vita dura e piena di incertezze cui è sottoposto uno scrittore americano alla lunga gli giovi.
Ci sembra che una delle differenze più profonde tra i russi e gli americani, o gli inglesi, stia nel loro modo di sentire verso i rispettivi governi. I russi vengono cresciuti, formati, incoraggiati a credere che il loro governo è buono, che ogni suo elemento costitutivo è buono, che il loro compito è di spingerlo innanzi, di sostenerlo in ogni modo punto dall’altra, il profondo sentimento emotivo diffuso tra americani e britannici e che ogni governo è in un certo senso pericoloso, che dovrebbe esserci meno governo possibile, che ogni momento di potere del governo è un male, e che il governo in funzione deve essere costantemente tenuto d’occhio, sorvegliato e criticato perché resti sempre vivo e sul chi vive.
E in seguito, quando, le fattorie, seduti a tavola coi contadini, questi ci chiedevano come operasse il nostro governo, noi cercammo di spiegare che la nostra paura del potere investito in un solo uomo, o in un gruppo di uomini, in realtà è che il vostro governo era fatto di tutta una serie di freni e contrappesi, studiati per impedire che il potere cadesse nelle mani di una sola persona.
Cercammo di spiegare che coloro che avevano creato il nostro governo, e quelli che lo continuano, avevano un tale timore di ciò a cui può arrivare il potere da essere disposti a eliminare anche un leader capace piuttosto di permettere un precedente autoritario. Non credo che ci abbiano capito completamente, dato che al popolo sovietico viene insegnato che avere un capo è un bene e che un capo autoritario è una buona cosa. Qualsiasi discussione a questo proposito non può arrivare a nulla, per l’incapacità dei due sistemi di comunicare tra loro.
Il blocchetto del signor Karaganov era ricoperto di simboli rossi e blu. Alla fine disse: “Se scrivete una lista delle cose che volete fare e vedere, e vorrete mandarmela, cercherò di accontentarvi.” Karaganov ci piacque moltissimo. Era un uomo che parlava con lealtà e chiarezza. Dovevamo udire in seguito molti discorsi fioriti e molte cose convenzionali. Ma da Karaganov non udimmo mai nulla di ciò, con lui non fingemmo mai di essere quello che non eravamo».

