“ Più o meno 10 pagine al giorno ”
Lezioni americane di Italo Calvino

Lezioni americane mi è parso un libro completamente diverso da come lo ricordavo. Forse perché quando ero una giovane lettrice, guardavo il mondo dal finestrino di un treno in corsa senza neanche sentire il vento tra i capelli. Oggi mi è sembrato di cogliere una complessità nella scrittura che mi obbliga a sostare tra le parole e a pensare. Tuttavia riscopro che leggere è camminare con lo sguardo nel tempo presente apprezzando i regali che mi offre la memoria con il ricordo del tempo vissuto.
Da qualche mese lavoro in un asilo nido dove quotidianamente osservo divertita le trasformazioni e il perfezionamento di crescita dei bambini, ma anche il movimento, lo spostamento degli adulti. Torno a casa stanca e piena di meraviglia in cerca delle mie Più o meno 10 pagine al giorno. Leggere accorda una forma alle mie esperienze, una forma libera, per questo la lezione preferita che mi lascia Calvino è racchiusa nel più o meno, meravigliosi disturbatori della frustrante e limitante tensione che pretende l’esattezza.
R.M.
Lezioni americane di Italo Calvino
«Nelle Città invisibili ogni concetto e ogni valore si rivela duplice: anche l’esattezza. Kublai Khan a un certo momento impersona la tendenza razionalizzatrice, geometrizzante o algebrizzante dell’intelletto e riduce la conoscenza del suo impero alla combinatoria dei pezzi di scacchi di una scacchiera: le città che Marco Polo gli descrive con grande abbondanza di particolari, egli le rappresenta con una o un’altra disposizione di torri, alfieri, cavalli, re, regina, sui quadrati bianchi e neri.
La conclusione a cui lo porta questa operazione è che il soggetto delle sue conquiste non è altro che il tassello di legno sul quale ciascun pezzo si posa: un emblema del nulla… Ma in quel momento avviene un colpo di scena: Marco Polo invita il Gran Kan a osservare meglio quello che gli sembra il nulla.

… Il Gran Kan cercava di immedesimarsi nel gioco: ma adesso era il perché del gioco a sfuggirgli. Il fine di ogni partita è una vincita o una perdita: ma di cosa? Qual era la vera posta? Allo scacco matto, sotto il piede del re sbalzato via dalla mano del vincitore, resta il nulla: un quadrato nero o bianco. A forza di scorporare le sue conquiste per ridurle all’essenza, Kublai era arrivato all’operazione estrema: la conquista definitiva, di cui i multiformi tesori dell’impero non erano che involucri illusori, si riduceva a un tassello di legno piallato.
Allora Marco Polo parlò: La tua scacchiera, sire, è un intarsio di due legni: ebano e acero.
Il tassello sul quale si fissa il tuo sguardo illuminato fu tagliato in uno strato del tronco che crebbe in un anno di siccità: vedi come si dispongono le fibre? Qui si scorge un nodo appena accennato: una gemma tentò di spuntare in un giorno di primavera precoce, ma la brina della notte l’obbligò a desistere. Il Gran Kan non s’era fin’allora reso conto che lo straniero sapesse esprimersi fluentemente nella sua lingua ma non era questo a stupirlo. Ecco un poro più grosso: forse è stato il nido di una larva; di un tarlo, perché appena nato avrebbe continuato a scavare, ma d’un bruco che rosicchiò le foglie fu la causa per cui l’albero fu scelto per essere abbattuto… Questo margine fu inciso dall’ebanista con la sgorbia perché aderisse al quadrato vicino, più sporgente… La quantità di cose che si potevano leggere in un pezzetto di legno liscio e vuoto sommergeva Kublai; già Polo era venuto a parlare dei boschi d’ebano, delle zattere di tronchi che discendono i fiumi, degli approdi, delle donne alle finestre…
Dal momento in cui ho scritto quella pagina mi è stato chiaro che la mia ricerca dell’esattezza si biforcava in due direzioni. Da una parte la riduzione degli avvenimenti contingenti a schemi astratti con cui si possono compiere operazioni e dimostrare teoremi; e dall’altra parte lo sforzo delle parole per render conto con la maggiore precisione possibile dell’aspetto sensibile delle cose. In realtà sempre la mia scrittura si è trovata di fronte due strade divergenti che corrispondono a due diversi tipi di conoscenza: una che si muove nello spazio mentale di una razionalità scorporata, dove si possono tracciare linee che congiungono punti, proiezioni, forme astratte, vettori di forze; l’altra che si muove in uno spazio gremito d’oggetti e cerca di creare un equivalente verbale di quello spazio riempiendo la pagina di parole con uno sforzo di adeguamento minuzioso dello scritto al non scritto alla totalità del dicibile e del non dicibile.
Sono due diverse pulsioni verso l’esattezza che non arriveranno mai alla soddisfazione assoluta: l’una perché le lingue naturali dicono sempre qualcosa in più rispetto ai linguaggi formalizzati, comportano sempre una certa quantità di rumore che disturba l’essenzialità dell’informazione; l’altra perché nel render conto alla densità e continuità del mondo che ci circonda il linguaggio si rivela lacunoso, frammentario, dice sempre qualcosa in meno rispetto alla totalità dell’esperibile».
Frammento da L’esattezza

