10 maggio

“Più o meno 10 pagine al giorno”

“Cristo si è fermato a Eboli” di Carlo Levi

La rilettura di questo romanzo autobiografico ha risvegliato in me tanti ricordi. Ho cercato le fotografie dei momenti trascorsi ad Aliano in compagnia di amici ma il bello è che spesso ci andavo da sola per sostare nei silenzi assolati e ascoltare le storie che mi raccontava il passante gentile, distratto e curioso.

«Un mattino verso mezzogiorno, passavo sulla piazza. Il sole batteva lucente e nitido, il vento alzava mulinelli di polvere e don Cosimino, sull’uscio dell’ ufficio postale, mi fece da lontano dei grandi gesti con la mano. Mi avvicinai, e vidi che mi guardava con affettuosi occhi allegri.

– Buone notizie, don Carlo, – mi disse. – Non vorrei darle delle speranze che non si dovessero realizzare; ma è arrivato ora un telegramma da Matera, che dispone la liberazione del confinato genovese. Ho mandato ora a chiamarlo. Dice anche di rimanere in ascolto nel pomeriggio, che mi telegraferanno i nomi di altri confinati da liberare. Spero ci sarà anche il suo. Pare che sia per la presa di Addis Abeba –.

Rimanemmo sulla porta dell’ufficio tutto il giorno. Ogni tanto si sentiva il ticchettio del telegrafo, e poi la testa di don Cosimino si affacciava allo sportello, con un sorriso raggiante, e l’angelo gobbo gridava un nome. Il mio fu l’ultimo: era già quasi sera. Tutti erano stati liberati, tranne i due comunisti, lo studente di Pisa e l’operaio di Ancona. Tutti i signori della piazza mi si fecero attorno per congratularsi con me della libertà che mi era stata elargita senza che la sollecitassi. Quella gioia inattesa mi si volse in tristezza, e mi avviai, con Barone, verso casa.

Tutti i confinati partirono l’indomani mattina. Io non mi affrettai. Mi dispiaceva partire, e trovai tutti i pretesti per trattenermi. Avevo dei malati che non potevo lasciare d’un tratto, delle pitture da finire; e poi un mucchio di cose da spedire, una infinità di quadri da imballare. Dovevo far fare delle casse, e una gabbia per Barone, troppo abile nello sciogliersi dal guinzaglio e troppo selvatico perché si potesse affidarlo così semplicemente a un treno. Rimasi ancora una decina di giorni. I contadini venivano a trovarmi e mi dicevano:– Non partire. Resta con noi. Sposa Concetta. Ti faranno podestà. Devi restare sempre con noi.

Quando si avvicinò il giorno della mia partenza, mi dissero che avrebbero bucato le gomme dell’automobile che doveva portarmi via. –Tornerò, dissi. – Ma scuotevano il capo. – Se parti non torni più. Tu sei un cristiano buono. Resta con noi contadini – . Dovetti promettere solennemente che sarei tornato; e lo promisi con tutta sincerità: ma non potei, finora, mantenere la promessa.

Infine mi congedai da tutti. Salutai la vedova, il becchino banditore, donna Caterina, la Giulia, Don Luigino, la Parroccola, il dottor Milillo, il dottor Gibilisco, l’arciprete, i signori, i contadini, le donne, i ragazzi, le capre, i monachicchi e gli spiriti, lasciai un quadro in ricordo al comune di Gagliano, feci caricare le mie casse, chiusi con la grossa chiave la porta di casa, diedi un ultimo sguardo ai monti di Calabria, al cimitero, al pantano e alle argille; e una mattina all’alba, mentre i contadini si avviavano con i loro asini nei campi, salii con Barone in gabbia, nella macchina dell’americano, e partì. Dopo la svolta, sotto il campo sportivo, Gagliano scomparve, e non l’ho più riveduto. Avevo un foglio di via, e dovevo viaggiare con i treni accelerati: perciò il viaggio fu lungo. Rividi Matera e i suoi Sassi, e il suo museo.

Traversai la pianura di Puglia, sparsa di pietre bianche, come un cimitero, e Bari, e Foggia misteriosa nella notte, e risalii, a piccole tappe, verso il nord. Salii alla cattedrale di Ancona, e mi affacciai, per la prima volta dopo tanto tempo, sul mare. Era una giornata serena, e, da quella altezza, le acque si stendevano amplissime. Una brezza fresca veniva dalla Dalmazia, e increspava di onde minute il calmo dorso del mare. Pensavo a cose vaghe: la vita di quel mare era come le sorti infinite degli uomini, eternamente ferme in onde uguali, mosse in un tempo senza mutamento.

E pensai con affettuosa angoscia a quel tempo immobile, e a quella nera civiltà che avevo abbandonato. Ma già il treno mi portava lontano, attraverso le campagne matematiche di Romagna, verso i vigneti del Piemonte, e quel futuro misterioso di esili, di guerre di morti, che allora mi appariva appena, come una nuvola incerta nel cielo sterminato».

Firenze, dicembre 1943 – luglio 1944

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