Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi
“Piu o meno 10 pagine al giorno”

«Molto diverso, per mia fortuna, dal povero Trajella, doveva essere stato il suo predecessore, un prete grasso, ricco, allegro e gaudente, famoso in paese per la buona tavola e i numerosi figliuoli, e morto, a quel che si diceva, di una solenne indigestione.
La casa dove finalmente pochi giorni dopo, appena partite le parenti del confinato pisano, andai ad abitare, era stata costruita da lui, ed era, si può dire, l’unica casa civile del paese. Se l’era fatta vicino alla vecchia chiesa della Madonna degli Angeli; e ora che la chiesa era crollata nel burrone, la casa si era trovata a essere l’ultima sul ciglio del precipizio. Era composta di tre stanze, una in fila all’ altra. Dalla strada, un vicoletto laterale sulla destra della via principale, si entrava in cucina, dalla cucina nella seconda camera, dove io misi il letto; e di qui si passava a una stanza grande, con cinque finestrelle, che fu la mia stanza di soggiorno e il mio studio di pittura. Dalla porta dello studio si scendeva per quattro scalini di pietra in un piccolo orticello, chiuso, in fondo, da un cancelletto di ferro con un albero di fico nel mezzo. La camera da letto dava su un balconcino, da cui una scaletta saliva, sul fianco della casa, alla terrazza che la copriva tutta: di qui la vista spaziava sui più lontani orizzonti.

La casa era modesta, costruita in modo economico e non bella, perché non aveva carattere, non era né signorile né contadina, non aveva né la nobiltà rovinata del palazzo, né la miseria dei tuguri, ma soltanto la mediocrità stantía del gusto pretesco.
Lo studio e la terrazza avevano un pavimento a scacchi colorati, come in certe sagrestie di campagna: non ho mai amato queste geometrie, su cui l’occhio si posa continuamente e che mi sono fastidiose quando dipingo. Le piastrelle di poco prezzo stingevano, quand’erano bagnate, e Barone, che amava rotolarsi per terra follemente, diventava allora, di bianco che era, un cane rosa.

Ma i muri erano puliti, imbiancati a calce, le porte verniciate di azzurro, le persiane verdi. E soprattutto, a compenso di qualunque difetto, lo spirito epicureo del defunto prete aveva dotato la mia casa di un bene inestimabile. C’era un gabinetto, senz’acqua naturalmente, ma un vero gabinetto, col sedile di porcellana. Era il solo esistente a Gagliano, e probabilmente non se ne sarebbe trovato un altro a più di cento chilometri tutt’attorno.
[…] E soprattutto era una casa, un luogo dove avrei potuto esser solo e lavorare. Mi affrettai dunque a salutare la vedova, e a cominciare la mia nuova vita, nella mia residenza definitiva. La casa apparteneva all’erede del prete, don Rocco Macioppi, un modesto proprietario di mezza età, gentile, cerimonioso, chiesastico e occhialuto, e ad una sua nipote, donna Maria Maddalena, una zitella sui venticinque anni, d’un biondo slavato, allevata dalle monache di Potenza, anemica, sospirosa e linfatica. Fu inteso che essi avrebbero tenuto, per coltivare l’insalata, l’uso dell’orto, nel quale sarebbero entrati dal cancello: ma io vi potevo passeggiare a mio piacere. L’alloggio era quasi vuoto: il padrone e lo zoppo suo amico, mi fornirono le suppellettili necessarie. Io ci portai le cose che mi ero fatto arrivare in quei giorni: il mio cavalletto grande e la poltrona, suo necessario complemento: l’uno per dipingere e l’altro per guardare i quadri a mano a mano che li faccio: mi sono entrambi indispensabili, e ci sono affezionato: mi hanno sempre seguito in tutti i miei viaggi qua e là per il mondo.

E una cassa di libri, che mi era giunta allora allora, e per la quale dovetti ricevere una visita speciale del podestà e del brigadiere. Don Luigino mi mandò a dire che doveva assistere alla sua apertura, per controllare che non ci fossero libri proibiti, e, con l’assistenza del suo braccio secolare, esaminò ad uno ad uno, i mei volumi. Lo fece, naturalmente, da uomo di studi, che non si stupisce di nulla, con molti sorrisi d’ intesa, felice della sua sapienza e della sua autorità.

[…] La casa era in ordine, la roba era a posto, e ora dovevo risolvere il problema di trovare una donna che mi facesse le pulizie, e che andasse a prendermi l’acqua alla fontana e mi preparasse da mangiare. Il padrone, l’ammazzacapre, donna Caterina e le sue nipoti furono concordi: – Ce n’è una sola che fa per lei. Non può prendere che quella! E donna Caterina mi disse: – Le parlerò io, la farò venire. A me dà retta; e non dirà di no –.
Il problema era più difficile di quanto non credessi: e non perché mancassero le donne a Gagliano, che anzi, a decine si sarebbero contese quel lavoro e quel guadagno. Ma io vivevo solo, non avevo con me né madre, né moglie, né sorella; e nessuna donna poteva perciò entrare, da sola, in casa mia. Lo impediva il costume antichissimo e assoluto, che è fondamento del rapporto tra o sessi. L’amore o l’attrattiva sessuale, è considerata dai contadini come una forza della natura, potentissima, e tale che nessuna volontà è in grado di opporvisi. Se un uomo e una donna si trovano insieme al riparo e senza testimoni, nulla può impedire che essi si abbraccino: né propositi contrari, né castità, né alcun’altra difficoltà può vietarlo; e se per caso effettivamente essi non lo fanno, è tuttavia come se lo avessero fatto: trovarsi insieme è fare all’ amore. L’onnipotenza di questo dio è tale, e così semplice è l’impulso naturale che non può esistere una vera morale sessuale e neanche una vera riprovazione sociale per gli amori illeciti.
Moltissime sono le ragazze madri, ed esse non sono affatto messe al bando o additate al disprezzo pubblico: tutt’al più troveranno qualche maggiore difficoltà a sposarsi in paese e dovranno accasarsi nei paesi circostanti, o accontentarsi di un marito un po’ zoppo o con qualche altro difetto corporale. Se però non può esistere un freno morale contro la libera violenza del desiderio, interviene il costume a rendere difficile l’occasione. Nessuna donna può frequentare un uomo se non in presenza d’altri, soprattutto se l’uomo non ha moglie: e il divieto è rigidissimo: infrangerlo anche nel modo più innocente equivale ad aver peccato. La regola riguarda tutte le donne, perché l’amore non conosce età.

[…] Giulia era una donna alta e formosa, con un vitino sottile come quello di un’anfora, tra il petto e o fianchi robusti. Doveva aver avuto, nella sua gioventù, una specie di barbara e solenne bellezza. Il viso era ormai rugoso per gli anni e giallo per la malaria, ma restavano i segni dell’antica venustà della sua struttura severa, come i muri di un tempio classico, che ha perso i marmi che l’ adornavano, ma conserva intatta la forma e le proporzioni. Sul grande corpo imponente, diritto, spirante una forza animalesca, si ergeva, coperta dal velo, una testa piccola dall’ ovale allungato. La fronte era alta e dritta, mezza coperta da una ciocca di capelli nerissimi, lisci e unti; gli occhi a mandorla, neri e opachi, avevano il bianco venato di azzurro e di bruno, come quelli dei cani. Il naso era lungo e sottile, un po’ arcuato: la bocca larga, dalle labbra sottili e pallide, con una piega amara, si apriva per un riso cattivo a mostrare due file di denti bianchissimi, potenti come quelli di un lupo. Questo viso aveva un fortissimo carattere arcaico, non nel senso del classico greco, né del romano, ma di un’ antichità più misteriosa e crudele, cresciuta sempre sulla stessa terra, senza rapporti e mistioni con gli uomini, ma legata alla zolla e alle eterne divinità animali. Vi si vedevano una fredda sensualità, un’ oscura ironia, una crudeltà naturale, una protervia impenetrabile e una passività piena di potenza, che si legavano in un’espressione insieme severa, intelligente e malvagia. Nell’ondeggiare dei veli e della larga gonnella corta, nelle lunghe gambe robuste come tronchi d’albero, quel grande corpo si muoveva con gesti lenti, equilibrati, pieni di forza armonica, e portava, erta e fiera, su quella base monumentale e materna, la piccola, nera testa di serpente».

