“Più o meno 10 pagine al giorno”
Racconti Africani, Doris Lessing

“Dopo aver ingollato un paio di whisky il vecchio Stephen tornò sul campo di battaglia, aprendosi la strada fra bruni e scintillanti nugoli di insetti.
Le cinque. Fra un’ora il sole sarebbe tramontato e sarebbe svanita ogni speranza che lo sciame si allontanasse. Lo sciame adesso era più fitto che mai e gli alberi erano diventati informi masse brulicanti d’un caldo e lucente color marrone. Margaret si mise a piangere. No, non si poteva andare avanti così quando non erano le piogge erano le locuste, quando non erano le locuste erano i bruchi, oppure gli incendi.
C’era sempre qualche guaio. Il ronzio degli insetti era diventato così intenso che le pareva di trovarsi in mezzo a una foresta sotto la bufera; il tetto sembrava investito da pesanti scrosci di pioggia e sul terreno avanzava una lucente, disgustosa ondata giallo-bruna che fra poco li avrebbe travolti e sommersi sì, sarebbero annegati tutti in un mare di locuste.
Il tetto pareva infatti sul punto di crollare sotto il loro peso e la porta avrebbe presto ceduto sotto la loro pressione dopo di che avrebbero invaso anche la casa. E intanto si stava facendo sera. Margaret guardò fuori. L’aria era diventata più trasparente, le brune mobili nubi degli insetti lasciavano intravedere qualche lembo d’azzurro. Quegli squarci di cielo erano diafani e freddi: il sole stava tramontando. Attraverso la frusciante cortina di insetti vide avanzare due uomini. Prima il vecchio Stephen, che camminava con passo spavaldo, poi suo marito, con il viso stravolto dalla stanchezza. Dietro a loro venivano i domestici, e tutti erano coperti di locuste. Il gong aveva smesso di suonare. Ora non si udiva altro che l’incessante fruscio d’una miriade d’ali.
I due uomini si liberarono con gesti energici dagli insetti ed entrarono.

“Be’,” disse Richard, dandole un bacio sulla guancia, “il grosso dello sciame si è allontanato.”
“Buon Dio,” esclamò irosamente Margaret, con la voce ancora incrinata dal pianto, “ne sono rimaste anche troppe, non ti pare?” Poiché sebbene l’aria vespertina non fosse più grigia e opaca ma di un pallido azzurro, solcato qua e là da qualche piccolo sciame vagante, tutto il resto gli alberi, gli arbusti, la terra, gli altri edifici della fattoria – era sepolto sotto una bruna e fitta coltre di insetti in movimento.
“Se stanotte la pioggia non le trattiene qui se non avranno le ali appesantite dalla pioggia domattina all’alba se ne andranno tutte.”
“Certo, avranno avuto il tempo di deporre delle uova, ma non molte, e questo è già un vantaggio.”
Margaret si alzò, si asciugò gli occhi, cercò di calmarsi e preparò loro qualcosa da mangiare. I domestici infatti erano esausti e li aveva rimandati nel loro quartiere a riposarsi.
Servì la cena ai due uomini e sedette a tavola con loro. “Non è rimasta una sola pianta di mais,” li udi dire. Neanche una. Appena le locuste se ne fossero andate avrebbero dovuto piantarlo di nuovo. Bisognava ricominciare tutto daccapo.
Ma a che scopo?, si chiese Margaret, se fra poco le uova avrebbero liberato un esercito di giovani locuste? Tuttavia non disse nulla e li ascoltò discutere l’opuscolo inviato dal governo che con le istruzioni per difendersi dalle nuove nate. A quanto pareva bisognava tenere di continuo nei campi degli uomini di guardia che dessero l’allarme appena notavano qualche movimento fra l’erba. Le locuste giovani non volano ma saltano come grilli e appena ne veniva individuato un gruppo si doveva scavargli attorno una trincea o spruzzarlo con del veleno, con le pompe fornite dal governo. Il governo chiedeva a tutti i coltivatori di collaborare a un programma internazionale per la totale eliminazione del flagello delle locuste, che andavano distrutte appena nate. I due uomini discutevano animatamente, come se stessero preparando i piani per una battaglia, e Margaret li ascoltava esterrefatta.
La notte passò tranquilla; gli invasori addormentati non diedero segno di vita. Ogni tanto si udiva però lo schianto di un ramo che si spezzava, il tonfo d’un albero che cadeva al suolo.
Margaret riposò male, mentre accanto a lei Richard dormiva come un sasso. Al mattino la sveglio un giallo raggio di sole che batteva come un sasso, sfinito dalla lunga battaglia del pomeriggio precedente. Al mattino la svegliò un giallo raggio di sole che batteva sul letto, un sole limpido, offuscato solo a tratti da qualche ombra vagante. Si alzò e andò alla finestra. Il vecchio Stephen si era levato prima di lei ed ora era fuori. davanti alla casa, e bush. Anche Margaret guardò in quella direzione e ciò che vide la lasciò senza fiato, sbalordita e al tempo stesso, suo malgrado,affascinata. Pareva infatti che su ogni albero, su ogni arbusto e su tutta la distesa dei campi si fossero accese migliaia di tenui fiammelle. Le locuste stavano sbattendo le ali per liberarle dalla rugiada notturna e quel movimento produceva un diffuso luccichio rossastro con barbagli dorati.

Margaret usci di casa e badando a non calpestare gli insetti sparsi sul terreno e raggiunse il suocero. Entrambi rimasero fermi in silenzio guardandosi attorno. Il cielo sopra il loro era azzurro, azzurro e terso”.
Dal racconto: “Una modica invasione di locuste”.

