“Racconti africani” Doris Lessing
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Io ero abituata alla nostra tenuta, a quelle centinaia d’acri di terra scabra e corrosa dove gli alberi erano stati tagliati per alimentare le fornaci delle miniere ed erano ricresciuti stenti e contorti, e dove il bestiame pascolando appiattiva l’erba e lasciava sul terreno fila irregolari d’orme pesanti che nella stagione delle piogge diventavano solchi profondi. Qui invece la natura era stata rispettata: qualche prospettore errabondo aveva forse sferrato qua e là un colpo di piccone contro le rocce, facendone scaturire auree scintille, e forse gli indigeni in transito avevano bruciacchiato qualche tronco d’albero, là dove avevano acceso il fuoco per la notte.
Il silenzio era solenne; si udiva solo il roco tubare delle colombelle; la giornata era calda e l’ombra fitta e profonda, interrotta ogni tanto da una gialla macchia di sole, e in tutta quella vasta e lussureggiante vallata simile a un parco non c’era un essere umano all’infuori di me.
Mentre ascoltavo il battito rapido e regolare di un picchio sentii ad un tratto uno strano brivido salirmi lungo la schiena e una sorta di formicolio diffondersi per tutto il corpo e poco dopo mi ritrovai completamente gelata e con la pelle d’oca, e al tempo stesso madida di sudore. Ho la febbre?, mi chiesi. Poi mi voltai e mi guardai preoccupata alle spalle e mi resi conto all’improvviso che non era febbre ma paura. Era una sensazione nuova per me, nuova e umiliante. Da tanti anni ormai vagabondavo tutta sola nel bush e mai, neppure per un attimo, avevo avuto paura; dapprima perché mi sentivo protetta dal fucile e dai cani, in seguito perché avevo imparato a non temere gli indigeni e anzi a considerarli amici.

Avevo tuttavia letto di come spesso succeda che l’immensità e il silenzio dell’Africa, sotto il suo antico sole, appaiano opprimenti e minacciosi, al punto che persino il canto degli uccelli acquista un suono lugubre e gli alberi e le rocce sembrano emanare messaggi di morte. E infatti, quasi senza rendermene conto, cominciai ad avanzare con cautela, come se temessi di disturbare con i miei passi qualche antico sinistro spirito, qualche cupo spettro, enorme e ostile, che avrebbe potuto risvegliarsi all’improvviso e colpirmi alle spalle.
Guardavo i cespugli fitti e intricati e immaginavo che vi si nascondesse qualche belva in agguato. Guardavo il fiume placido che scendeva a cascatelle lungo il vlei e si allargava in grandi pozze dove la notte venivano ad abbeverarsi le antilopi e vedevo i coccodrilli emergere all’improvviso, afferrarle per il muso morbido e umido e trascinarle con sé nelle loro oscure grotte subacquee. Ero prigioniera della paura. Mi resi conto che per timore di quella misteriosa e minacciosa entità della quale percepivo la presenza alle mie spalle, e che avrebbe potuto in qualsiasi momento raggiungermi e portarmi via, continuavo a girare in tondo.

La catena di kopje, che ora vedevo da un angolo diverso, sembrava mutare aspetto ad ogni passo, e così pure l’alta montagna che aveva sempre dominato come una sentinella il paesaggio a me noto e della quale m’ero sempre servita come punto di riferimento: ora alle sue pendici s’apriva un’ignota valle assolata. Non sapevo più dove fossi. M’ero smarrita. Mi lasciai vincere dal panico e mi affrettai a ritornare sui miei passi cercando di riconoscere questo o quell’albero e di orientarmi secondo la posizione del sole, che sembrava essersi abbassato sull’orizzonte e diffondeva una luce gialla e malinconica, come se stesse per tramontare. Da quanto tempo ero lì? Consultai l’orologio e scopersi che il mio insensato terrore non durava da più di dieci minuti.
Il fatto è che era davvero insensato. Non ero neanche a dieci miglia da casa: non avevo che da ripercorrere il sentiero lungo la valle e avrei subito ritrovato il recinto del nostro confine; laggiù, ai piedi delle kopje, scintillava il tetto della casa d’un vicino, che avrei potuto raggiungere in un paio d’ore. La mia era la stessa paura che la notte aggriccia la pelle ai cani e li induce ad ululare contro la luna piena. Non aveva alcun rapporto con i miei pensieri o i miei sentimenti; e più che il malessere fisico in sé mi disturbava l’idea d’essermene lasciata sopraffare.
Cercai perciò di calmarmi e ripresi a camminare con passo sicuro, ridendo di me stessa ogni volta che mi sorprendevo a trattenere il respiro o a gettare all’intorno occhiate guardinghe. Mi imposi di pensare al villaggio che stavo cercando e a quel che avrei fatto quando vi fossi giunta – sempre che lo trovassi, il che era alquanto dubbio, poiché intorno a me si estendevano centinaia di migliaia d’acri di bush ed io non sapevo quale direzione prendere.
E mentre pensavo al villaggio mi resi conto che alla paura s’era aggiunta una nuova sensazione: la consapevolezza della mia solitudine. Mi sentii tutt’a un tratto perduta, abbandonata, e fui invasa da un’angoscia profonda, che quasi mi impediva di camminare; e se in quel momento non fossi giunta su una piccola altura e non avessi scorto sotto di me un villaggio avrei fatto immediatamente ritorno a casa. Il gruppo di capanne dal tetto d’erba e fango sorgeva al centro d’una radura circondata da ben ordinati campi di mais, di zucche e di miglio.
Bush: boscaglia con fitto sottobosco. Veld: termine con il quale si designa una caratteristica pianura coperta di erba, di cespugli o di rado sottobosco. Vlei: piccola valle o conca acquitrinosa. Kopje: colline rocciose prive di vegetazione. Kraal: villaggio di capanne di fango.
Da: il vecchio capo Mishlanga

