“Più o meno 10 pagine al giorno”
“Un amore di Swann”

Berthe Morisot con il ventaglio, Edouard Manet
“Improvvisamente fu come se fosse entrata, e quell’apparizione gli inflisse una sofferenza così straziante che dovette portarsi la mano al cuore.
Il violino, difatti, era salito a note alte e lì restava come in attesa, un’attesa che si prolungava senza smettere di tenerle, nell’esaltazione in cui era di scorgere già l’oggetto della propria attesa che si avvicinava, e sforzandosi disperatamente di resistere fino al suo arrivo, di accoglierlo prima di spirare, di mantenergli ancora un momento aperto, con tutte le sue forze, la via o il varco attraverso cui poter passare, come chi regga una porta che altrimenti ricadrebbe.
E prima che Swann avesse il tempo di capire e di dirsi: «È la piccola frase della sonata di Vinteuil, non ascoltiamo!», tutti i ricordi del tempo in cui Odette era innamorata di lui, i ricordi che fino a quel giorno era riuscito a custodire, invisibili, nelle profondità del suo essere, ingannati da quel raggio improvviso del tempo d’amore che credettero ritornato, si erano risvegliati, e, in un batter d’ali, erano risaliti a cantargli perdutamente, senza pietà per la sua presente sventura, i ritornelli dimenticati della felicità.
Invece delle espressioni astratte come, «il tempo in cui ero felice», «il tempo in cui ero amato», che fino ad allora aveva pronunciate spesso e senza troppo soffrire, perché la sua intelligenza vi aveva racchiuso, del passato, solo estratti ipotetici che non ne conservavano alcuna traccia, ritrovò tutto ciò che di quella felicità perduta aveva fissato per sempre la specifica e volatile essenza; rivide tutto, i petali nivei e ondulati del crisantemo che lei gli aveva gettato nella carrozza e che lui aveva premuto contro le labbra, — l’indirizzo in rilievo della «Maison Dorée» sulla lettera in cui aveva letto: «La mano mi trema così forte mentre vi scrivo», — l’accostarsi delle sopracciglia di lei quando gli aveva detto con aria supplichevole: «Non sarà fra troppo tempo che mi chiamerete?»; sentì l’odore del ferro del parrucchiere da cui si faceva tagliare a spazzola i capelli mentre Loredan andava a prendere la piccola operaia, gli scrosci di pioggia che caddero così spesso quella primavera, il ritorno gelido nella sua Victoria, al chiaro di luna; tutte le maglie di abitudini mentali, di impressioni stagionali, di reazioni cutanee, che, sul succedersi di quelle settimane, avevano steso una rete uniforme in cui il suo corpo si trovava di nuovo intrappolato.

In quel periodo, imparando a conoscere i godimenti di chi vive d’amore, egli soddisfaceva una curiosità voluttuosa. Aveva creduto di potersi limitare a quelli e che non sarebbe stato costretto a impararne i dolori; che piccola cosa gli pareva, adesso, la grazia di Odette se paragonata al terrore incredibile che la prolungava come un torbido alone, all’immensa angoscia di non sapere in ogni momento ciò che lei aveva fatto, di non possederla dappertutto e sempre! Ahimè, si ricordò il tono con cui lei aveva esclamato: «Ma io potrò sempre vedervi, sono sempre libera!», lei che adesso non lo era più! l’interesse, la curiosità che provava per la vita di lui, il desiderio appassionato che le concedesse il favore — da lui invece temuto a quel tempo come causa di mutamenti sgradevoli — di lasciarvela penetrare; come aveva dovuto pregarlo perché si lasciasse condurre dai Verdurin; e quando la faceva venire a casa sua una volta al mese, quanto spesso aveva dovuto ripetergli, prima di riuscire a piegarlo, che delizia sarebbe stata l’abitudine di vedersi ogni giorno, che lei allora sognava mentre a lui sembrava solo una seccatura piccola e fastidiosa, che poi lei aveva preso a odiare e rotto definitivamente, mentre era diventata per lui un bisogno così invincibile e così doloroso.
Non sapeva di aver detto la verità fino in fondo quando, la terza volta che l’aveva vista, siccome lei ripeteva: «Ma perché non mi lasciate venire più spesso?», le aveva detto ridendo con galanteria: «Per paura di soffrire».”

