22 febbraio

“Più o meno 10 pagine al giorno”

“Un amore di Swann” sullo scaffale della libreria
Busto del doge Loredan
La figlia di Jetro
(part. affresco Cappella Sistina)

“Una seconda visita che le fece ebbe forse importanza maggiore. Recandosi da lei quel giorno, come ogni volta che doveva vederla, se la raffigurava in anticipo; e la necessità in cui era, per trovar bello il suo volto, di limitare ai soli pomelli rosei e freschi le guance che così spesso lei aveva gialle, cascanti, punteggiate talvolta di macchioline rosse, lo affliggeva come una prova che l’ideale è irraggiungibile e la felicità mediocre. Le portava una stampa che desiderava vedere: Lei stava poco bene; lo ricevette in una vestaglia viola di crêpe de Chine, raccogliendo sul petto, come un mantello, la stoffa a ricchi ricami. In piedi accanto a lui, lasciando spiovere lungo le guance i capelli sciolti, piegando una gamba in atto leggermente di danza per potersi curvare senza fatica verso l’incisione che contemplava, inclinando la testa, coi grandi occhi così stanchi e incupiti quando non si animava, lo colpì per la somiglianza con la figura di Sefora, la figlia di Jetro, che si vede in un affresco della cappella Sistina. Swann aveva sempre avuto questo gusto speciale, di divertirsi a trovare nella pittura dei maestri non solo i caratteri generali della realtà che ci circonda, ma, al contrario, ciò che sembra meno suscettibile di generalizzazione, come i tratti individuali dei visi che conosciamo. Così, nella materia di un busto del doge Loredan scolpito da Antonio Rizzo, il risalto degli zigomi, il taglio obliquo delle sopracciglia, insomma la somiglianza lampante col suo cocchiere Rémi; sotto i colori di un Ghirlandaio, il naso del signor de Palancy; in un ritratto del Tintoretto, il grasso della guancia invaso dall’impianto dei primi peli delle fedine, lo sguardo penetrante, le palpebre congestionate del dottor du Boulbon. Forse, avendo sempre nutrito il rimorso di aver limitato la propria esistenza ai rapporti mondani, alla conversazione, credeva di trovare una specie d’indulgente perdono accordatogli dai grandi artisti, nel fatto che anche loro avevano osservato con piacere e accolto nella loro opera, simili volti che le conferiscono un attestato singolare di realtà e di vita, un sapore moderno; forse anche si era lasciato prendere talmente dalla frivolezza della gente di mondo, che sentiva il bisogno di trovare in un’opera antica quelle allusioni anticipate a nomi e cognomi d’oggi, che la ringiovaniscono. Forse invece aveva conservato sufficiente natura d’artista perché quelle caratteristiche individuali gli dessero piacere assumendo un significato più generale, appena le scorgeva sradicate, liberate, nella rassomiglianza di un ritratto più antico con un originale che non era quello raffigurato. Comunque sia, e forse perché la pienezza d’impressioni che provava da qualche tempo, benché gli fosse venuta piuttosto con l’amore della musica, gli aveva arricchito anche il gusto per la pittura, quella volta fu più profondo (e doveva esercitare su Swann un influsso durevole) il piacere che provò in quel momento nel constatare la rassomiglianza di Odette con la Sefora di quel Sandro di Mariano al quale non si dà più volentieri il soprannome di Botticelli da quando, invece della vera opera del pittore, evoca l’idea scipita e falsa che se ne è divulgata. Non stimò più il volto di Odette in base alla migliore o peggiore qualità delle guance e alla dolcezza meramente carnale che supponeva di dover trovare toccandole con le labbra se mai avesse osato baciarla, ma come una matassa di linee sottili e belle che i suoi sguardi dipanarono seguendo la curva del loro avvolgimento, congiungendo la cadenza della nuca all’effusione dei capelli e alla flessione delle palpebre, come in un ritratto di lei nel quale il suo tipo diventava intelligibile e chiaro. La guardava; un frammento dell’affresco le appariva nella faccia e nel corpo, e sempre, da allora, cercò di ritrovarlo, sia che stesse accanto a Odette, sia che soltanto la pensasse; e benché senza dubbio al capolavoro fiorentino ci tenesse solo perché lo ritrovava in lei, tuttavia questa rassomiglianza conferiva bellezza anche a lei, la rendeva più preziosa. Swann si rimproverò di avere misconosciuto il pregio di un essere che al grande Sandro sarebbe parso adorabile, e si compiacque che il piacere che provava a vedere Odette trovasse giustificazione nella propria cultura estetica. Si disse che associando il pensiero di Odette ai propri sogni di felicità non si era rassegnato a un ripiego imperfetto come aveva creduto fin qui, poiché ella accontentava in lui i gusti d’arte più raffinati. Dimenticava che non per questo Odette si conformava di più alla donna secondo il suo desiderio, poiché il desiderio gli si era sempre orientato precisamente in direzione contraria ai gusti estetici. La parola, «opera fiorentina» rese un gran servigio a Swann. Come un titolo abilitante, gli permise di far penetrare l’immagine di Odette in un mondo di sogni dove finora non aveva avuto accesso e dove s’imbevve di nobiltà. E mentre la visione meramente corporea che aveva avuto di quella donna indeboliva il suo amore, rinnovandogli continuamente i dubbi sulla qualità del suo viso, del corpo, di tutta la sua bellezza, i dubbi furono distrutti, l’amore reso sicuro quando invece ebbe per base i dati di un’estetica certa; senza contare che il bacio e il possesso, che sembravano naturali e mediocri se gli erano accordati da una carne sciupata, venendo a coronare l’adorazione per un oggetto da museo gli parvero essere soprannaturali e deliziosi”.

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