
La barca di Pietro è databile all’epoca di Gesù ed è stata ritrovata nel 1986 sul fondo del lago di Tiberiade. La troviamo oggi all’ingresso dei Musei Vaticani ricostruita, una copia perfetta. Come perfetti sono, uno per uno, i nostri sguardi sulle opere esposte imbevute di bellezza traboccante.
Uno di quei momenti in cui le parole sono troppe, assordanti, là dove è il silenzio dello sguardo a riconoscere la misura e l’armonia. Così ho avuto il privilegio di sentire, ammirare e contemplare i capolavori conservati nelle sale, nei cortili, nelle logge dei Musei Vaticani sul filo della narrazione di Claudio Sagliocco.
Anche adesso, mentre scrivo, provo disagio perché quel giorno mi sono ritrovata immersa completamente in una dimensione minuscola come un puntino e al contempo sconfinata tanto che il cuore che non so bene se batteva al ritmo giusto.
I musei sono luoghi strani poiché le opere sono lì immobili, esposte e inanimate sotto gli occhi di milioni di visitatori.
Sguardi di ogni tipo strusciano su quelle superfici che sembrano subire l’usura di tante ripetute e rapide occhiate. Eppure sono “cose” nate dalla vita, da corpi caldi in cui scorreva sangue, artisti, persone in preda al demone dell’ispirazione mentre era successo o stava per accadere qualcosa di importante e da celebrare.
Penso ai musei come luoghi eccentrici e non celebrativi. Ecco perché c’è bisogno di una storia piena di amore che accompagni il visitatore. Una guida strepitosa come Claudio, studioso, esperto storico dell’arte preparato e commosso, capace di fluire e dare attenzione ai personaggi raffigurati sulle volte, a quelli tessuti negli arazzi. Le storie affrescate sulle grandi pareti cominciano a raccontare, il paesaggio pesca nella memoria creando suggestioni indescrivibili. Così ci viene restituita la stessa grandezza e magnificenza che ha dato vita alle opere d’arte.
Mi chiedo spesso cosa accade di inaspettato e magico quando sostiamo davanti a un dipinto, oppure a una scultura di cui conosciamo ben poco se non quello che gli occhi attenti e la personale sensibilità ci restituiscono in quell’istante. I battiti del cuore accelerano, le mani sudano e diventano fredde, la bocca si asciuga. Sono le prime fasi dell’innamoramento.
Marcel Proust, che leggo con piacere in questi giorni, scrive: «Swann aveva sempre avuto questo gusto speciale, di divertirsi a trovare nella pittura dei maestri non solo i caratteri generali della realtà che ci circonda, ma, al contrario, ciò che sembra meno suscettibile di generalizzazione, come i tratti individuali dei visi che conosciamo». Partiva dalla realtà ma non era uno scrittore realista e per questo forse amava Vermeer che dipingeva scene di vita quotidiana creando atmosfere irreali e oscillanti.
Non trovo ancora le parole giuste, sono troppe, assordanti. In questo viaggio lungo la via del mare ho sperimentato la verità e la bellezza di un tempo che si moltiplica all’infinito.
R.M.

Il “Torso del Belvedere” è una scultura in marmo risalente I sec. a.C. dello scultore Apollonio di Atene che si trova presso il Museo Pio Clementino, all’interno dei celebri Musei Vaticani.


Venne ritrovato nel 1506 sull’Esquilino a Roma e riconosciuto come il Laocoonte descritto da Plinio. Il gruppo statuario raffigura la morte di Laocoonte e dei suoi due figli Antifate e Timbreo mentre sono stritolati da due serpenti marini, come narrato nel ciclo epico della guerra di Troia, ripreso successivamente nell’Eneide da Virgilio in cui è descritto l’episodio della vendetta di Atena, che desiderava la vittoria degli Achèi, sul sacerdote troiano di Apollo, che cercò di opporsi all’ingresso del cavallo di Troia nella città.

Il fiume è raffigurato come un vegliardo disteso su di un fianco, con una cornucopia colma di frutti nella mano sinistra e spighe di grano nella mano destra. La terra d’Egitto è evocata dalla presenza di una sfinge, sulla quale la figura si poggia, e da alcuni animali esotici.
Sedici putti alludono ai sedici cubiti d’acqua, cioè il livello raggiunto dal Nilo durante la stagione delle inondazioni.

Putti giocano con un coccodrillo (particolare)


Statua scoperta a Roma nel 1489 tra le rovine di un’ antica domus sul colle Viminale e presto acquistata dal cardinale Giuliano della Rovere. Divenuto papa, Giulio II fa trasferire la statua in Vaticano. La statua di marmo bianco, alta 224 centimetri, rappresenta il dio greco Apollo, che ha appena ucciso con le frecce del suo arco il serpente Pitone, divinità ctonia originaria di Delfi. La parte inferiore del braccio destro (che in origine tendeva l’arco) e la mano sinistra, mancanti al momento del ritrovamento, vennero ricostruiti tra il 1532 e il 1533 da Giovanni Angelo Montorsoli, scultore e collaboratore di Michelangelo.
Nel 2024, al termine di un progetto di restauro volto a ridurre i problemi di staticità della scultura, si è deciso di sostituire la mano del Montorsoli con un calco ricavato dai frammenti in gesso di epoca romana ritrovati negli anni ’50 durante uno scavo.


“Le Anime del Bernini” ai Musei Vaticani
L’estasi, il terrore, l’angoscia, il grido e lo smarrimento di chi è ormai senza speranza. Sono le espressioni dell’Anima Beata e dell’Anima Dannata di Gian Lorenzo Bernini.
L’autoritratto di Bernini
Le due opere provengono dall’Ambasciata di Spagna presso la Santa Sede e questa è solo la terza occasione in cui vengono esposte al pubblico in vista dell’ormai prossimo Giubileo. Straordinarie per il trattamento virtuoso del marmo, le due teste, sono testimonianza degli iniziali rapporti del futuro regista della Roma barocca con la comunità spagnola presente nella Città Eterna: la prima ha il volto idealizzato di una donna con lo sguardo rivolto in alto in contemplazione del paradiso. “Si racconta che lo scultore si ponesse di fronte ad uno specchio lasciandosi bruciare dal fuoco di una candela: l’espressione dell’Anima Dannata è quella sperimentata dallo stesso Bernini”.

Nella sala XI della Pinacoteca sono esposti i modelli preparatori in creta mista a paglia su armatura in ferro e vimini per le sculture bronzee per la Cattedra di San Pietro.

Circondata da una serie di nicchie per l’allestimento di statue colossali. Il pavimento è un assemblaggio settecentesco di mosaici dei primi decenni del III secolo di. C. Al centro della sala c’è una grossa vasca in porfido rosso che con le integrazioni moderne raggiunge i 13 metri di circonferenza. La vasca doveva ornaro lo spazio pubblico della Roma imperiale.







ORECCHIE D’ASINO NEL PANTHEON
Pare che ai Romani non piacquero i due campanili realizzati ai lati del frontone del Pantheon in età barocca, tanto da chiamarli “orecchie d’asino”.
Secondo il loro parere erano in contrasto con l’architettura classica che caratterizzava l’intero edificio.
I campanili furono rimossi con l’Unità d’Italia.







