1 febbraio

“Più o meno 10 pagine al giorno”

Una terra brulicante di insetti,  vetrini di mare colorati, quarzo rosa, roccia dolomitica e “Il dio delle piccole cose”.

Ventitré anni dopo, Rahel, una donna scura con la maglietta gialla, si gira verso Estha nel buio.

«Estapappychachen Kuttappen Peter Mon», dice. Sussurra.

Muove la bocca.

La bocca della loro bella mamma.

Estha, seduto molto diritto, in attesa di essere arrestato, allunga le dita per toccarla. Per toccare le parole che emette. Per prendere il sussurro. Le sue dita ne seguono il contorno. Il tocco dei denti. La sua mano viene afferrata e baciata. Premuta contro una guancia fredda, bagnata di gocce di pioggia.

Poi lei si alzò a sedere e l’abbracciò. Lo trasse giù vicino a lei.

Stettero lì coricati per molto tempo. Svegli nel buio. Silenzio e Vuoto.

Non vecchi. Non giovani. Ma vitalmente morituri.

Erano estranei che si erano incontrati per caso. Si conoscevano prima che la Vita iniziasse.

Non c’è molto da dire per chiarire quello che accadde poi. Niente che (secondo il codice di Mammachi) riuscisse a separare il sesso dall’amore. O le Necessità dai Sentimenti.

Tranne forse una cosa, e cioè che non c’era nessun osservatore a osservare attraverso gli occhi di Rahel. Non c’era nessuno dalla finestra a guardare l’oceano. O una barca sul fiume. O nella nebbia, un passante con il cappello.

Tranne forse che era un po’ fredda, un po’ bagnata. Ma molto tranquilla. L’ Aria.

Ma cosa c’era da dire?

Solo che ci furono lacrime. Solo che il silenzio e il vuoto si unirono come due cucchiai. Solo che ci fu un annusare nell’incavo alla base di una gola graziosa. Solo che una spalla colore miele scuro portò il segno di un semicerchio di denti. Solo che si abbracciarono stretti per molto tempo, dopo che fu finito. Solo che quello che divisero, quella notte, non era felicità, ma un dolore spaventoso.

Solo che ancora una volta trasgredirono le leggi dell’ Amore. Che stabiliscono chi si deve amare. E come. E quanto.

Sul tetto della fabbrica abbandonata il percussionista solitario batteva i suoi tamburi. Una porta metallica sbatté. Un topo corse sul pavimento della fabbrica. Le ragnatele sigillavano le vecchie tinozze della salamoia. Vuote, tutte tranne una, che conteneva un mucchietto di polvere bianca congelata. Polvere delle ossa di un bar-bagianni. Morto da tanto. Bar-bagianni in salamoia.

Ecco la risposta alla domanda di Sophie Mol: Chacho, dove vanno a morire gli uccelli vecchi? Perché quelli che muoiono non piombano giù dal cielo come pietre?

Domanda fatta la sera del giorno in cui arrivò. Era in piedi sulla riva dello stagno ornamentale di Baby Kochamma e guardava i nibbi girare nel cielo.

Sophie Mol. Cappello e pantaloni a zampa d’elefante. Quella amata Fin dal Primo Istante.

Margaret Kochamma (perché sapeva che quando si viaggia nel Cuore di Tenebra A Chiunque può Succedere Qualsiasi Cosa) la chiamò dentro a prendere le sue pillole. Filaria. Malaria. Dissenteria. Purtroppo, non si era portata nessuna profilassi contro la Morte per Annegamento.

Poi venne ora di pranzo.

«Cena scemo», disse Sophie Mol a Estha, quando lo mandarono a chiamarla. A cena-scemo i bambini sedevano a una tavola separata, più piccola. Sophie Mol, con la schiena rivolta agli adulti, faceva delle facce orribili davanti al cibo. Ogni boccone che mangiava veniva esposto all’ammirazione dei cugini più giovani, mezzo masticato, mucillaginoso, sparso sulla lingua come vomito fresco.

Quando Rahel volle fare lo stesso, Ammu la vide e la portò a letto.

Ammu rimboccò le coperte alla figlia birichina e spense la luce. Il bacio della buonanotte non lasciò tracce di saliva sulla guancia di Rahel, e da questo Rahel capì che non era veramente arrabbiata.

«Non sei arrabbiata, Ammu», disse in un bisbiglio contento. Sua madre le voleva un po’ più bene.

«No», Ammu le diede un altro bacio. «Buonanotte tesoro. Diotibenedica.».

«Buonanotte Ammu, fai venire presto Estha.».

E mentre si allontanava, Ammu sentì Rahel sussurrare: «Ammu!»

«Cosa c’è?»

«Siamo dello stesso sangue, tu e io.»

Ammu si appoggiò contro la porta della camera da letto, al buio, riluttante a tornare a tavola, dove la conversazione girava come una falena attorno alla bambina bianca e a sua madre come se fossero l’unica sorgente di luce. Ammu sentiva che sarebbe morta, appassita e morta se sentiva ancora un’altra parola. Se doveva sopportare un altro minuto il sorriso d’orgoglio di Chacko, un sorriso da vincitore di torneo di tennis.

O la corrente sotterranea di gelosia sessuale che emanava da Mammachi. O la conversazione di Baby Kochamma, concepita un modo da escludere Ammu e i suoi bambini, da informali di quale fosse il loro posto nell’ordine delle cose.

Mentre stava così, al buio, appoggiata alla porta, sentì il suo sogno, il suo incubo pomeridiano muoversi dentro di lei come l’acqua che si alza dall’oceano e si raccoglie in un’ onda. Il sorridente uomo con un braccio solo, con la pelle salata e una spalla che finiva bruscamente come un dirupo, emerse dalle ombre della spiaggia cosparsa di vetri e andò verso di lei.

Chi era?

Chi poteva essere?

Il Dio della Perdita.

Il Dio delle Piccole Cose.

Il Dio della Pelledoca e del Sorriso Subitaneo.

Poteva fare solo una cosa alla volta.

Se la toccava, non poteva parlare, se l’amava non poteva andarsene, se parlava non poteva ascoltare, se lottava non poteva vincere.

Ammu lo desiderava. Lo desiderava da star male, con tutto il corpo.

Tornò a tavola.

Pagg. 344-347

Lascia un commento