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«Era davvero una barca. Un sottile vallom di legno. La barca su cui Estha era seduto e che Rahel aveva scoperto. La barca che Ammu avrebbe usato per attraversare il fiume. Per amare di notte l’uomo che i suoi bambini amavano di giorno.
Una barca così vecchia che aveva messo le radici. Quasi. Un vecchio, grigio barcalbero con barcafiori e barcafrutti. E, sotto, una chiazza d’erba scolorita a forma di barca. Un barcamondo sfuggente e zampettante. Buio, asciutto e fresco. Senza tetto, adesso. E accecato.
Termiti bianche che andavano al lavoro. Coccinelle bianche che tornavano a casa. Scarafaggi bianchi che scavavano per sfuggire alla luce. Cavallette bianche con bianchi violini di legno. Triste musica bianca. Morta.
Una pelle di serpente bianco friabile, conservatasi nell’ oscurità, si sbriciolò sotto il sole.
Ma sarebbe stato a galla, quel piccolo vallom? Non era forse troppo vecchio? Troppo morto? Magari Akkara era troppo lontano per lui.
Due gemelli dizigoti guardarono il loro fiume. Il Minachal.
Un fiume grigioverde. Con i pesci dentro. Con dentro il cielo e gli alberi. E, di notte, la luna gialla a pezzetti.
Quando Pappachi era bambino, un vecchio tamarindo si era abbattuto nel fiume durante una tempesta. Era ancora là. Un albero liscio senza corteccia, annerito da un’ indigestione di acqua verde. Innavigabile legno da navigazione. Il primo terzo del fiume era loro amico. Prima che iniziasse il tratto Davvero Profondo. Conoscevano tutti i (tredici) scivolosi gradini di pietra prima che cominciasse il fango limaccioso. Conoscevano le alghe che rifluivano al pomeriggio dalle lagune di Komarakom. Conoscevano i pesci più piccoli. Il piatto, sciocco pallathi, l’argenteo paral, l’astuto e baffuto Juri, quelli che certi chiamano Karimin.
Qui Chacko aveva insegnato a loro a nuotare (sguazzando senza sostegno attorno all’ampio ventre dello zio). Qui avevano scoperto per conto loro la delizia incoerente di scoreggiare sott’acqua.
Qui avevano imparato a pescare. A infilare i rossi vermi attorcigliati sugli ami delle canne da pesca che Velutha ricavava dai culmi sottili del bambù giallo.
Qui studiavano il Silenzio (come i bambini del Popolo dei Pescatori), e imparavano la lingua brillante delle libellule. Qui imparavano ad Aspettare. A Osservare. A formulare pensieri senza dar loro voce. A scattare come fulmini quando il bambù giallo si incurvava.
Quindi, questo primo terzo di fiume lo conoscevano bene. I due terzi successivi un po’ meno. Il secondo terzo era quello dove cominciava il tratto Davvero Profondo. Dove la corrente era rapida e forte ( verso valle con la bassa marea, verso la sorgente, risalendo dalle lagune, con l’alta marea).
L’ultimo terzo era di nuovo poco profondo, con l’acqua scura e brunastra. Pieno di alghe e anguille guizzanti e di fango pigro che filtrava tra le dita dei piedi come dentifricio.
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