30 novembre

“Più o meno 10 pagine al giorno”

“La fine del viaggio, dunque. L’ultima tappa. E ora?

Uno sguardo sul mondo

Al momento di ordinare un intruglio di verdure e carni spadellate, lampeggia sullo schermo del telefono un numero sconosciuto.

“Mi perdoni se la chiamo all’ultimo momento.”

Riconosco la voce del redattore del programma televisivo.

“Mi fa piacere risentirla,” rispondo. E per questa volta è vero.

“Lei avrebbe modo di collegarsi stasera?”

“Con Skype?”

“Sì, va bene con Skype.”

“Può essere utile che io abbia uno scorcio di lago_”

“No,” mi interrompe. “Serve che lei stia in una stanza silenziosa e bene illuminata ”.

“Parleremo quindi di _”

“Parleremo del clima che cambia,” mi interrompe di nuovo. “Delle ragioni per cui è cambiato il tempo. Delle ragioni per cui sta cambiando.”

“I miei studi sulla Piccola era glaciale…”

“Ecco, sì. Volevo parlare di questo. In redazione c’è chi ci ha fatto notare che potrebbe essere fuorviante”.

“Che cosa?”

“Parlare di glaciazioni mentre oggi è il grande caldo che  spaventa.”

“Non mi sento di accogliere l’obiezione.”

“Ne tenga conto.”

“In che modo?”

“In modo da evitare che il suo intervento possa essere giudicato sottilmente negazionista.”

“Ma che sta dicendo?”

“Non volevo offenderla, ma ecco, vede, una giovane redattrice si è posta il problema. Bisogna sempre ragionare mettendosi nei panni dello spettatore a casa.”

“E quali sono i panni dello spettatore a casa?”

“Quelli di chi, mentre aspetta di buttare la pasta, sente con la coda dell’orecchio uno che ragiona di laghi ghiacciati e di inverni siberiani…”

“E?”

“E pensa che quel rischio è remoto. Che semmai sta pensando di installare il condizionatore anche in soggiorno.”

“Capisco.”

“Voglio dire: lei parla del freddo, va bene, però parliamo soprattutto del caldo.”

“Le vorrei ricordare che le oscillazioni climatiche anche brusche sono in ogni caso da ricondurre a variabili dell’era interglaciale in cui io, lei e lo spettatore a casa stiamo vivendo.”

“Che intende dire?”

“Quello che ho detto. Certe forme di vita, diciamo pure le più visibili _ sono possibili tra una glaciazione e l’altra.”

“Mi sta dicendo che dobbiamo aspettarci un’altra glaciazione?”

“ Potrebbe raggiungere il suo picco fra circa fra circa ottantamila anni.”

“Non la vedremo.”

“La nostra specie potrebbe essersi estinta molto prima.”

“C’entra il cambiamento climatico?”

“C’entra. A quel punto i condizionatori in soggiorno avranno poco effetto.”

“Vede che torniamo al caldo?”

“Torniamo al discorso sull’invivibile. A condizioni estreme e inadatte alla vita umana_determinate, in questo caso, dalle nostre azioni.”

“Un bel rebus.”

“Un dato di fatto. ”

“Provi a essere il più chiaro possibile.”

“Dipenderà dalle domande. Posso suggerirne una?”

“Dica.”

“Professore Barbi, quattro secoli e mezzo fa gli esseri umani come leggevano i fenomeni atmosferici?”

“Come li leggevano?”

“In modo del tutto irrazionale.”

“E oggi?”

“Allo stesso modo. Del tutto irrazionale.”

“È un problema?”

“Enorme.”

“Si può fare qualcosa?”

“Studiare, capire. I nostri avi passavano il tempo a dialogare con Dio. Supponevano che la sua furia fosse determinata dai loro peccati. Sbagliavano. Ma oggi c’è qualcuno che si sente in colpa?”

“Non la seguo.”

“Qualcuno che sia disposto a riconoscere i peccati umani nello squilibrio del mondo.”

“Mi faccia un esempio concreto.”

“Può bastare l’immagine di una rete fognaria cittadina che, durante una tempesta di portata storica, fa risalire le acque di scolo dai gabinetti e dai lavandini delle case?”

“È una metafora?”

“No. Uragano Ida, New York, un paio di anni fa. Quanto alle acque di scolo, per essere chiaro, significa…”

“Merda.”

“ Merda, sì. Alcune compagnie di assicurazione a cui si sono rivolti i cittadini newyorkesi per i danni agli immobili, sa come hanno risposto? Che per gli atti di Dio non è prevista copertura.”

“Capisco.”

“Gli Atti di Dio.

“Un po’ anacronistico, in effetti”

“La domanda è se vogliamo rassegnarci senza muovere un dito e accettare più volte all’anno questa realtà di merda all’interno delle nostre case.”

“Pensa di dirlo in questi termini, stasera?”

“Dovrei.”

“La chiamiamo poco prima della diretta per fare una prova di collegamento. Si assicuri che la connessione sia stabile.”

“Stabile…”

“Sì perché?”

“Ecco l’aggettivo da cui dovremmo partire. Stabile! Per quanto vogliamo illuderci, niente lo è. Tutto è così spaventosamente incerto…”

Mi pianta lì come si pianta un logorroico o uno spostato”.

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