“Più o meno 10 pagine al giorno”

“Dev’essere stato nel pomeriggio del mio nono, forse decimo compleanno.
Il drappello dei ragazzini invitati affolla il giardino muovendosi saltellante e scomposto intorno al tavolo dei panini e delle pizzette.I genitori chiacchierano indifferenti e sollevati da un paio d’ore di responsabilità condivisa.
Non so che cosa mi prenda all’improvviso, un moto di insofferenza che diventa rabbia:scappo di corsa in camera mia, chiudendomi la porta alle spalle. Il primo che se ne accorge viene a cercarmi, bussa forte, dà la voce agli altri, e nel giro di qualche minuto mi ritrovo all’uscio dieci compagni di classe allarmati e urlanti:“Mauro, Maurooo,esci! Vieni fuori!”.
Qualcuno ritiene di dover chiedere l’intervento dei grandi, come per un pericolo ingestibile: nel tempo che mi separa dall’ arrivo del genitore di turno, mio o altrui, piango con una disperazione esagerata, restando quasi in apnea. È una reazione fuori misura: ma a cosa?
È il giorno della mia festa. Tutti sono lì per me, che cosa non va? Adesso uscire dalla camera in cui mi sono chiuso mi provoca un imbarazzo penoso, mi toccherà sfilare lungo il corridoio come un condannato a morte, incapace di giustificare il proprio comportamento.
Che ti è successo? Ora va meglio?
No, non va meglio. Non va meglio per niente! Piango se ve ne andate. Piango se restate.
Il commercio con gli altri, con le loro attese, i loro desideri, i loro giudizi, benevoli o malevoli che fossero, non ha mai smesso di affaticarmi.
Diagnosi: introverso. Parli poco, te ne stai in disparte, sulle tue.
Ma io guardavo le cose e parlavo direttamente con loro. Loro rispondevano stando zitto come me, era una preghiera da silenzio a silenzio.
Foglia che tremi, mare che ondeggi, lancetta che giri, porta che sbatti.
Mi veniva più facile che parlare con gli umani, con i grandi-mai davvero leali, mai trasparenti: più che le loro parole trovavo sinceri i loro sbadigli, gli starnuti, i rutti, il russare nel sonno, le scorregge, i rumori intestinali.
“Sei rigido, sei freddo”, sentenziava Anna negli stessi giorni in cui mi assicurava di essere innamorata.
Non è strano? Non avrebbe dovuto idealizzarmi e aderire ciecamente alla mia difettosa persona? Al punto da non vederne ombre, mancanze, storture.
Invece avanzava le sue pretese, e io vivevo il duplice sconcerto di chi non si capacita di essere il destinatario di un sentimento così sproporzionato e intanto si domanda: ma se mi giudica così, se pensa che sono rigido e freddo, cos’altro vede in me? cos’altro le piace?
Vivremmo meglio se, venendoci incontro, gli altri sventolassero un cartello, srotolassero uno striscione con su scritto
ORIZZONTE DI ATTESA
e fossero pronti a chiarirlo da subito, mettendoci nelle condizioni di sapere per tempo quanto e cosa si aspettano, e di rispondere che non è il caso e di girare le spalle”.

