16 novembre

“Più o meno 10 pagine al giorno”

“Romanzo senza umani” di Paolo di Paolo

“Adesso, da qui, vorrei provare a leggerlo come il segmento della vita di un altro ”

“Romanzo senza umani”

“Accade con insolita frequenza di veder gelare l’intera superficie del lago: le memorie si contraddicono di poco.

Alla fine del discorso si conviene che, negli ultimi quindici inverni, incredibile a dirsi, è accaduto una volta ogni cinque.

La statua di san Giovanni che attraversa in processione l’immensa distesa di ghiaccio, da Monaco a Hagnau, è anche il segno di uno sconcerto maggiore, di una incredulità non più solo giocosa: dove le fiere e i falò, le giostre e i balli sui pattini devono arrendersi all’eclissi della speranza.

Benché il solstizio sia alle spalle, la luce diurna non guadagna terreno: resta come imprigionata. La rovina del mondo è imminente, concludono i monaci.

Che ne sarà di noi in questo secolo di gelo? Dobbiamo fidarci della loro voce, seguirli mentre alzano lo sguardo indovinando un sole pallido, quasi spento, dietro il velo compatto delle nuvole.

Mondo gelido, senescente, scarnito, si disperano di fronte a una terra infeconda.

La presenza di selvaggina è dimezzata; i capi di bestiame sfiniti, crollano nei torrenti di acqua gelida – ne vanno recuperate le carcasse che poi, con astuzia, con rabbia, vengono spartite. Perché il vero, grande, invisibile nemico è la fame, e – come si legge sui libri di scuola, mandando a memoria date di battaglie e anni di regno in uno sbadiglio – il prezzo dei cereali,  raddoppia, triplica; il costo del pane cala o aumenta anche solo in base alle piogge. Filippo II viene, per questo, tenuto a minuziosamente informato sulle variazioni metereologiche nei suoi vasti domini.

La notte, che pure è eternamente carica di minacce – spiriti maligni, bestie feroci, uomini che odiano la luce –, diventa insopportabile, è un presagio di apocalisse. Qualche volta, al risveglio, la nebbia conferma la fine dei tempi: è così fitta da lasciar pensare che quello cominciato non sia un giorno nuovo, ma un disgraziato, opalino al di là.

Però, tutto questo è umano: senza la paura, il lago è un lago, una superficie d’acqua che supera di poco cinquecento chilometri quadrati. Una lastra di ghiaccio lo ricopre, al momento, da sponda a sponda.

Dove sono estromessi i sensi, cos’è un tono di luce del primo mattino e il colore verde-blu che si dice sia quello effettivo del ghiaccio, delle sue architetture spericolate ed effimere?

Non c’è nessuno. A quest’ora non può esserci nessuno, eppure non c’è silenzio. Il silenzio non esiste.

Non c’è il chiasso dei giorni di mercato, il grattare dei carretti, e sibilo dei pattini, né  il grido di qualcuno che chiama da lontano.

Tacciono anche gli uccelli: ma non c’è orecchio che colga la sparizione del canto, o che sappia riconoscere, nella quiete acustica, i suoni minimi che la neve prova a seppellire e il ghiaccio invece, qua e là, riverbera.

Un gocciolio, un crepitare, un cricchio rivelano l’immobilità solo apparente di questo manto. Vellutato, dove più insiste la luce, comunque difforme: levigatissimo, farinoso, scosceso se il ghiaccio si accatasta; discontinuo nei colori del bianco e dell’azzurro, dove la neve recente va compattandosi, e dello smeraldo, della fanghiglia. Ma ogni aggettivo aggiunto è un inganno. Questo paesaggio esiste e non chiede vocabolari. Dove la parola non è, non serve. Che sia maestosa o terribile quella che adesso si può chiamare bellezza, la definizione riguarda solo chi la pronuncia”.

Pagg. 42-43

Lascia un commento