“Più o meno 10 pagine al giorno”

“Ogni tanto riflettevo sul fatto che mio padre e mia madre mi avevano dato un nome corto perché non volevano venisse abbreviato, come sempre succede dalle nostre parti. Ed era stato inutile.
Avevo conosciuto Alba il primo giorno delle superiori. Probabilmente non saremmo diventate amiche se non ci avessero messe nello stesso banco. In seconda fila, a sinistra della cattedra, sotto la finestra.
Mi distraevo spesso a guardare i treni, il liceo Vitruvio Pollione dà sulla stazione di Formia. Sul frontespizio sta scritto POST FATA RESURGO. La sezione A era quella dei figli di papà, delle famiglie bene di Formia, di quelli che sarebbero diventati professionisti. Ingegneri, avvocati, medici, professori di scuola superiore o università.
Io c’ero finita perché avevo vinto la medaglia d’oro alle medie, studiavo tanto, me ne volevo andare ma senza farlo vedere, speravo fossero le cose a portarmi via. La medaglia d’oro mi aveva condotto al liceo classico sottraendomi all’istituto magistrale. Nemmeno mia madre aveva potuto opporsi. Quindi studiavo e leggevo tanto per aiutare le cose a trascinarmi da un’altra parte. Se non avessi incontrato Luigi, forse sarei arrivata ancora più lontano.
Fatto sta che al ginnasio della famosa scuola formiana ero quella vestita peggio.
Mio padre diceva Poveri sì, sporchi perché? Ero la più povera e la più linda. Credo che all’inizio io e Alba fossimo diventate amiche perché Alba non aveva capito da dove venivo. E non lo aveva capito fino a quando al primo colloquio era arrivata mia madre, molto linda, molto elegante, lo è sempre stata. Un’ eleganza che, a osservarla bene, aveva a che fare sì col gusto naturale che certamente possedeva, ma prima ancora col decoro.
Osservavo le professoresse, i miei compagni di classe e speravo mia madre non si accorgesse dei sorrisetti, del sussiego, della condiscendenza. Non che ci fosse molto da dire, ero la più brava della classe. Che in quel mondo non significa essere un genio, ovviamente non lo ero, ma che la mia bravura era il risultato, la conseguenza della mia classe sociale, delle privazioni e dei limiti. Ci sono cose che le donne possono fare e che quando ero ragazza negli anni Sessanta non potevano fare, ma c’erano cose che i poveri, come ero io, potevano fare e che oggi non possono più fare.
Sì, questo significa, si accorava Luigi quando ne parlavamo. Luigi, quando avevamo avuto le bambine, non poteva concepire le differenze tra maschi e femmine, la prendeva come un’offesa personale.
Quando gli avevo fatto leggere la voce donna e i sinonimi sull’enciclopedia si era messo a piangere e poi era andato nel capannone sistemare l’impianto elettrico e a costruire un mobile. La sera, quando era rientrato per cena, era più calmo e aveva un’unghia viola forse per la martellata, era distratto.
Mi chiedevo dunque se Alba, col suo gatto egizio, percepisse per la prima volta una differenza di classe a suo sfavore davanti alla quale non era mai stata messa, o la stranezza non dipendesse invece dal fatto che noi eravamo cresciute in un tempo dove né cani né gatti si compravano, mentre le nostre figlie cominciavano a camminare in un mondo dove tutto si poteva comprare e vendere. Un posto dove accudimento e cura cominciavano ad avere un prezzo».
pgg.190,191,192

