26 ottobre

“Più o meno 10 pagine al giorno”

“Chi dice e chi tace” Chiara Valerio

«Mi era capitato spesso che Vittoria, incontrandomi per strada, mi prendesse sotto braccio. Camminavamo sull’Appia fermandoci ogni tanto per guardare le vetrine, o che qualcuno ci salutasse e di scambiare due parole.

Qualche volta avevamo allungato la strada verso casa scendendo sul lungomare per la via che portava alla villa e risalendo per quella che costeggiava la scuola elementare, ci separavamo al semaforo di via Olivella, io entravo e lei tornava indietro, fino a via Romanelli.

Talvolta si fermava a bere un kir al bar Haiti. Certe altre lo bevevamo insieme.

Di che cosa parlavamo?

Le piacevano i fiori, le foglie, le erbe, le conchiglie, le barche. Le barche moltissimo, le navi anche. Le piacevano la Darsena e lo Scoglio, le piacevano le palme e gli oleandri. Le piaceva il pesce arrosto, i vagoni dei treni, specialmente le carrozze ristorante, i ricci di mare, il mare, le passeggiate in città sconosciute, i cani, i gatti, i bambini spiritosi, il sole tra le foglie, i bar, i giochi di carte e anche la Coca-Cola. Le piacevano le cannucce.

Discutevamo spesso di storia, la storia le interessava, e anche a me. Mi chiedevo quante delle cose che Vittoria amava fossero a Scauri, e oltre al mare, al pesce arrosto, alle cannucce colorate e ai ricci quando era stagione, mi dicevo nessuna.

Avevo frequentato l’asilo e la primina dalle suore e imparato, come molte, a camminare sotto braccio. Non so se lo avessi imparato, ma ne avevo l’abitudine. Poi questa abitudine era scomparsa e con nessuna delle mie amiche lo facevo.

Con Vittoria sì, forse una differenza di generazione. Mia madre in effetti mi prendeva sotto braccio. Una volta, avevo incontrato Vittoria davanti a una scuola elementare, stava ferma, il sole le faceva brillare i capelli bianchi che cominciavano a comparirle alla testa, a osservare un gruppo di bambinetti che si preparava a uscire da scuola, forse per una gita.

Vittoria, senza sorridere, ma con quei suoi occhi sabbiosi e mobili, osservava le mani dei bambini aggrappate a un’unica sciarpa. La maestra, probabilmente, aveva detto loro di non allontanarsi e inventato l’espediente della striscia di stoffa.

Così i bambini sembravano i mille piedi di un millepiedi. L’avevo chiamata,  voltandosi mi aveva fatto un cenno con la mano. Sai,  aveva  detto, non vedevo una cosa del genere dalle mie scuole materne. Le suore ci facevano camminare così.

Non aveva aggiunto altro e io non avevo chiesto quali suore, quali scuole, dove accadeva, chi erano le compagne di classe, e non perché non fossi curiosa ma perché subito Vittoria mi aveva anticipato.

Andiamo, aveva detto, ti accompagno in ufficio. Mi chiedeva di Luigi e delle bambine, dei miei genitori, e io parlavo parlavo parlavo talvolta addirittura male  lamentandomi, e le risposte andavano dal sorriso al riso, a qualche esclamazione di divertimento o dispiacere.

Vittoria mi prendeva sottobraccio, mi stringeva il polso, mi passava un braccio intorno alla vita e mi tirava a sé come per scuotermi o cullarmi. Mi toccava, mi sfiorava pur senza parlarmi, le sue mani commentavano. Uno deve pur dire qualcosa durante la vita coniugale, no?

Sì, rispondevo, sì, certo.

Non ho mai saputo niente di lei, ma solo ciò che faceva a Scauri. E, in fondo, non lo sapevo nemmeno da lei.

Capisco adesso che Vittoria era entrata a fare parte della mitologia del paese, e pure che quella mitologia, che pareva spontanea, era forse indotta da Vittoria stessa. Dalla sua sobrietà, dalla sua reticenza a commentare fatti con le parole.

Vittoria parlava poco, la sua timidezza era però entusiasta. E in questo suo parlare era diversa da noi. Veniva da un’altra parte. Ancora di più di Linona, la farmacista. Da case con i libri, da abitudini ai ricevimenti e alle chiacchiere, ai viaggi, da una storia che non ci riguardava, piena di passati remoti di chi la storia la scrive. Adoro i vagoni letto e le carrozze ristorante.

Eravamo povera gente, per usare un’espressione della madre di Luigi, e Vittoria no.

Mi chiedevo cosa pensasse di noi. Forse, visto che Mara era della nostra specie, le piacevamo. Ci aveva scelto. Aveva voluto sedurci tutti. Ma perché?

Chissà se al posto di Vittoria avrei fatto lo stesso e se la sua era stata una scelta. O era capitato. O si doveva nascondere. La morte di Vittoria ci aveva svelato ciò che per Vittoria era chiaro, e cioè che di lei non sapevamo niente».

pgg. 122, 123

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