28 settembre

“Più o meno 10 pagine al giorno”

“Dove non mi hai portata”, Maria Grazia Calandrone

«Da Palata parte una sola corriera, al mattino presto. Non ci sono autostrade né treni.

Il viaggio fino a Milano è lungo e complesso: in automobile sono sette ore. Altrimenti, bisogna cambiare tre pullman per raggiungere Termoli, e solo da lì si continua su rotaia.

Lucia è al sesto mese di gravidanza, forse prendono il treno di notte.

La piccola cosa composta da cellule differenziate, il primo abbozzo dell’ io che diventerà la persona che sta scrivendo queste parole, sta dentro il corpo di Lucia. Niente è devastante abbastanza per staccarmi da lei. Nessun dolore, nessuna fatica, nessuna incertezza. Per qual tratto di tempo, mangio quello che mangia. Se finalmente mangia.

Adesso che un po’ la conosciamo, possiamo immaginare quell’elegante ventottenne bruna di campagna, seduta nello scompartimento di un treno, incinta di un uomo che ha l’età di suo padre e non è il legittimo marito. Pochi bagagli, lo stretto indispensabile. Ha portato con sé solo cose a cui tiene, l’essenziale. Ha portato il vestito marrone a fiorellini, ha portato i guantini da sposa. La sua vita di prima ridotta all’osso. Si muove all’orlo di un abisso, che può essere tragico o radioso.

Scendiamo insieme a lei in quella città che insieme mette gioia e mette paura».

Lucia e Giuseppe alla stazione centrale di Milano. È un allunaggio dentro una cattedrale, coi tralicci d’acciaio che reggono la volta e calate di gesso, travertino e granito su orizzonti di marmo.

Giuseppe trionfante se la tiene di fianco come un padreamante, scende con lei la grande scala centrale.

Per Lucia tutto è enorme. Tutto è un’altra lingua. La gente parla e lei non li capisce. Il rumore di fondo della città, le luci.

La prima notte. La prima di trecento ultime notti.

Pag.102-105

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