Più o meno 10 pagine al giorno è un semplice gioco di lettura condivisa. Riportiamo di seguito una pagina scelta tra quelle lette fino a oggi.

“Oggi sono alla guida della mia Panda. Accanto a me, mia figlia Anna, di tredici anni. Anna ha deciso di starmi vicina e accompagna il nostro viaggio all’origine con una colonna sonora scelta da lei, dolce e allegra. Le sono grata per questo. Ogni tanto cantiamo. Sono disponibile ad assorbire il paesaggio che hanno visto gli occhi di mia madre.
Scrivo solo su quaderni a spirale coi fogli vuoti, senza righe o quadretti. Comincio ad appuntare frasi impressionistiche sui luoghi, che, col passare dei giorni e dei mesi, diventeranno appunti sulla vita di mia madre, interviste, esame di fascicoli d’archivio. Infine, una vera e propria investigazione su Lucia e tutto ciò che la riguarda.
A cominciare dal nome del suo paese, Palata, che scopro provenire da una lingua fluviale: la palata è uno sbarramento di funi e catene che, avvinto da un fascio di pali, impediscono il passaggio dell’acqua. Una dogana.
Se la borsa non basta, il prezzo sia la vita.
Per acqua nel fiume.
Ma Palata può anche significare sostegno, una svelta sequenza di tronchi infissi in verticale nel terreno, legati con traverse e controventi in filo di acciaio, che rinforzano al mezzo ponti e passaggi.
Ostacolo o sostegno. Come tutto.
[…] Quando mamma Amelia frigge la pasta cresciuta col lievito, Lucia ride e corre intorno al tavolo della cucina, battendo le manine.
“Sent chest criatur comm rir”.
Il dialetto si mangia le vocali. Altrimenti, Amelia a mezzogiorno presenta in tavola la solita solfa di pasta con le verdure o coi legumi: sagne con le cicerchie o coi fasciuàl, i borlotti nel coccio.
Tanto Lucia ha sempre fame, si mangia pure lo zuppone di farro coi broccoli, ma preferisce l’asciutto, i cavatelli soprattutto, l’impasto fatto a mano con l’incavo al centro, dove la salsa di pomodoro si raccoglie in concentrati di sapore».
Pag. 12-14

