7 settembre

“Una voce dal profondo” Paolo Rumiz

Più o meno 10 pagine al giorno è un semplice gioco di lettura condivisa. Riportiamo di seguito una pagina scelta tra quelle lette fino a oggi.

“La mia terra è un sismografo di pietra. Sta in alto a destra della mappa d’Italia, e si chiama Carso.

È un sensibile, cavernoso promontorio affacciato sul mare. Nel suo ventre, una basilica alta come la basilica di San Pietro, misura con un lunghissimo pendolo le maree terrestri, mentre intorno mille strumentazioni registrano ogni tremito del mondo.

Ecco. I campi Flegrei sì sono rimessi a ballare. Sul vulcano più abitato della Terra, la folla dorme per strada o non dorme affatto. Sempre lo stesso film. La parola “paura” riempie la rete e, dopo mille anni di mala edilizia, la politica campa ancora di emergenze e ignora la prevenzione.

Ma il Carso segnala uno spettro di tremori ben più largo e inquietante. Dietro casa, nel bosco, passano i laceri afgani in fuga dalla miseria; sotto il paese sono transitati fino a ieri donne, vecchi e bambini in cerca di una tregua dalla macelleria ucraina.

Qui, al capolinea della rotta balcanica, so che a cinque minuti da casa mia, quei popoli in cammino possono vedere il mare dopo miglia di terraferma e reticolati.

Verso l’Isonzo, a nord-ovest, vigne crescono su pietra bagnata dal sangue della Grande guerra. E su un crinale boscoso a sud, a meno di un chilometro hai ancora le garitte della Cortina di ferro.

Intorno, ricompaiono i reticolati. Il Medio Oriente è di nuovo in fiamme. Guerre dappertutto.

l’Europa tace, scompare, e io sento di vivere questo luogo, e la lingua nuova che vi risuona, come l’ultimo rifugio dall’annichilimento.

Vivo il Carso come una tregua dal mondo avvelenato dal nazionalismo e dal consumo.

La mia terra ha un suono speciale. Non più il La minore della Sicilia e nemmeno il Sol maggiore di Napoli. Va oltre le tammorre e le fisarmoniche d’ Appennino.

È un vibrato già turco, intriso di nostalgia e segnato da fughe verso il klezmer. Un suono che arriva dal Danubio, il Volga, le terre della Bibbia, l’Oriente.

Il mio è un mondo stabilmente sottosopra, dove acque senza regola si inabissano e riemergono a piacer loro nei punti più inaspettati e dove fonti sgorgano in cima a colline alimentare come Aretusa in Sicilia, non si sa da quali acque.

Con le piogge autunnali, le valli diventano luoghi percorribili in canoa e poi ridiventano valli, coperte di menta e fiori selvatici gialli e viola”.

Paolo Rumiz ” Una voce dal profondo”

Narratori – Feltrinelli

Pag. 273/274

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