“Una voce dal profondo” Paolo Rumiz

Più o meno 10 pagine al giorno è un semplice gioco di lettura condivisa. Dopo una settimana riportiamo di seguito una pagina scelta tra quelle lette fino a oggi.
“Era una notte di poca luna accarezzata da un lieve Grecale, saturo di profumi. Essenze di bergamotto, zagara, ginestra e gelsomino scendevano dall’Aspromonte, annunciando un’esperienza sensoriale completa. Quando partimmo fluttuando nel buio come un pesceluna, ci salutò una stella filante verde che parve bucare la vela di randa e poi puntò sulla luce rossa pulsante del faro di Capo Peloro, lontano, l’uscita dal malpasso. Una famiglia di delfini ci superò da sinistra, con le costellazioni riflesse sulla schiena. Poseidone si mise a rimescolare il mare, creando mulinelli in un frastuono simile a quello di un torrente su un letto di ciottoli.
Non era solo l’urto tra Jonio e Tirreno, ma anche il precipitare dei venti di Sicilia e di Calabria ad agitare i pendii popolati di castagni e ulivi, per poi “contendersi il centro del canale” provocando una tempesta con le acque in collisione. Quella Jonica ghiacciata e quella tirrenica, più calda di undici gradi.
Già sapevo che nello Stretto nuotare contromano significa restare fermi rispetto alla spiaggia. Quello che ignoravo era che, nel gioco tra marea montante e scendente, Jonio e Tirreno si danno battaglia mescolando acqua e aria e dando vita a tempeste e cicloni sommersi. Giuseppe mi disse che quel putiferio idrodinamico nascondeva un misterioso punto morto a quota zero, simile all’occhio del ciclone, il cui nome greco carico di energia era “anfidromico”. Mi avvertì che, se poi la corrente e il vento si fossero scontrati, avrei assistito a una favolosa danza idraulica. Lo Stretto era una polveriera. Non solo i mari, ma anche le montagne andavano in collisione in quel punto.
Da perdere la testa.
I suoni erano tali da stordire e ammaliare nello stesso tempo. La pancia dello scafo rimandava, al suo interno, una polifonia di sussurri, muggiti, tuoni lontani. Fuori, la corrente friggeva come una padella d’olio ad alta temperatura. La montante tuonava. Le acque migravano come fiumi, il borbottio dei traghetti nel buio ci tagliava la strada nelle due direzioni.
Oggi, se ripenso a quelle voci nella notte, le leggo come una parte di un’unica sinfonia, una suite forse, che include i soffi sulfurei dell’Etna e il muggito del traghetto per Pantelleria, il grido nella solfara di Trabia, il tuono del grande organo di Ragusa Ibla, ma soprattutto il lamentoso rotolio avvertito nelle viscere di Alicudi, che mi spingeva a riscrivere su un’unica partitura anni di viaggi italiani.”
Paolo Rumiz (Una voce dal profondo)
pag. 74/75
Narratori- Feltrinelli

