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Leggere Daniela Grassi

Questa primavera irriverente, antipatica e ombrosa ha un suo piano segreto: far alzare gli occhi al cielo.

E mentre tutto sembra scorrere come al solito, il giorno segue la notte, le porte e le finestre si aprono e chiudono con insistenza, le tende svolazzano sospinte dalle stesse folate di vento, io mi affido alla memoria e al sordo rumore del battipanni.

«Lentamente l’anta di una persiana veniva accostata al muro del palazzo dai muri gialli e poco dopo anche l’altra. Il vetro della finestra con un taglio di luce fischiato dal sole scivolava indietro e una donnina portava in avanti il corpo, sul piccolo balcone della casa dirimpetto.

Io la vedevo sempre, più o meno alla stessa ora mentre andavo a scuola. La cartella di cartone pesante era l’ingombro che mi copriva le spalle ma io non ci pensavo. Camminando agile guardavo il cielo, i tetti e le case.

I balconi, le chiome verde polvere degli alberi di città e poi le ghiande ammucchiate sul marciapiede ritagliato ai piedi dei tronchi.

La donnina aveva braccia svelte. Con lo sguardo immobile, le labbra chiuse di chi compie uno sforzo disponeva sulla ringhiera, uno accanto all’altro, tre tappeti arabescati: uno più grande, gli altri due piccoli, rettangolari e stretti quanto un letto di quelli che servono per dormire; escluso lo spazio che prende il cuscino.

Era un momento magico quello: vedere spuntare dal nulla, in aria, la faccia intrecciata di un battipanni di vimini. Ce n’erano di varie forme: a forma di cuore, di spirale, rotondo e sacro come il rosone fiorato di una cattedrale gotica. Rigorosamente flessibile, flessuoso, danzante, determinato, intransigente.

Lo vedevo salire verso il cielo guidato dal braccio scolpito della donnina e ridiscendere gaudente sul tappeto con un tonfo, due, tre… sempre uguali. Il corpo di lei seguiva il ritmo, la danza, un vortice leggero, la spirale di un movimento aggraziato. E il tappeto scosso, si liberava così di centinaia di micro-particelle di polvere che si tuffavano sbuffanti nell’aria.

Vedevo, sentivo viaggiare e propagarsi onde sonore incapsulate in un’eco.

Un’eco musicale e amica. Il rumore, la musica, cercavano insieme alle mie gambe snelle, il passo uguale tra le geometrie del marciapiede fino al grande portone della scuola.

Il bidello con la pancia grossa e il baffone nero e lucido aspettava noi bambini e bambine, per suonare la prima campanella. Il trillo inconfondibile lasciava che l’eco del battipanni svanisse piano senza scomparire del tutto, ero certa che sarebbe ritornato a trovarmi».

Leggere i racconti di Daniela grassi fa nascere suggestioni che insieme al ricordo tengono viva la memoria del tempo che passa. Di quel rotore che trasforma il movimento in energia dove niente accade per caso. È il disegno della nostra esistenza, delle occasioni vissute e perse.

Un ordito senza il quale la trama non può sperare di diventare un bel tessuto.
(Trame e orditi di Maria Maddalena Terzuolo)

Daniela è una cara amica, una scrittrice che sa intessere parole come si fa con il vimini. Disegna emozioni quando racconta di incontri amorosi, di forti mancanze, di voli, di abbracci, di lentezza e del profumo dei boschi. Di acqua che scende impetuosa, lava, rinfresca, rinnova.

Qualche settimana fa è venuta a trovarci a Matera e abbiamo letto insieme alcuni suoi racconti che ha pubblicato Ellin Selae.

Il posto dell’angelo racchiude in circa duecento pagine fatti, riflessioni, storie reali e immaginifiche capaci di regalare al lettore una dimensione dell’esistenza che, attraverso un percorso di luce, spiritualità, bellezza, arte, poesia e creatività svelano con forza sorprendente il segreto per vivere con una coscienza nuova. Quel filo sottile che si dipana dal racconto per avvicinare le persone, far comprendere le differenze che sono sempre occasione di crescita interiore e fonte di ricchezza. Celebrare l’amore per ogni essere vivente, la natura, gli animali. E di quanto straordinario ed essenziale sia sentirci sempre più parte dell’ambiente naturale in cui viviamo e di cui siamo parte integrante.

Non so dire qual è il mio preferito. Anche se da La foresta degli armadi aperti e altri racconti sono stata rapita da: La donna dell’eco.

«Nella mattina fresca, estiva, mia madre batteva i tappeti sporgendosi dalla finestra e il suono secco balzava, onda su onda, alle pareti delle case e rotolava di qualche cortile, finché non incontrava la finestra diafana della donna dell’eco.

Era una donna ben più sottile di lei e, sebbene mia madre fosse di carnagione bianchissima, ben più pallida.

Per queste ragioni, e poichè la sua essenza era di fantasma o di creatura d’ampolla, anche il rumore che faceva smuovendo, battendo i suoi setosi tappeti carichi di polvere sospirosa e notturna, era flemmatico e prolungato, un rumore di sogno».

Alzare gli occhi al cielo dunque, non esprime soltanto sofferenza, rassegnazione o fastidio. Guardare il cielo è un esercizio fascinoso. Oltre l’azzurro, le nuvole, le costellazioni, le nebulose, i pianeti lucenti all’alba o al crepuscolo. Oltre il vento che scoperchia, minaccia, oltre i temporali, i tuoni e le stagioni dispettose che sembrano ignorare i nostri desideri, c’è un piccolo e inaspettato gesto che ci regala una scintilla di luce per essere felici tutto il giorno. Ed è sempre così, una magia che si ripete anche in questo momento.

Racconti in musica

Pablo e Veronica sono tornati a Matera per qualche giorno. In questi ultimi mesi la città è pervasa da un insolito rumore. Le prime ore del giorno sono forse le migliori. La natura scioglie il buio con il sottile cinguettio degli uccelli che aumenta con il passare dei minuti, insieme alla luce. Riecheggia l’aria che dalla Murgia sorvola il precipizio del torrente Gravina riempiendosi la pancia di essenza di erbe officinali: di timo, rosmarino, salvia, mentuccia selvatica e di altre piante odorose. Allarga le braccia di sposa con lo strascico e sparpaglia pagliuzze felici che danzano e insetti ronzanti e festosi. Garriscono le rondini, incrociano in volo i falchi grillai che attraversano il cielo. E il sole da est illumina l’orizzonte.

Pablo ha una chitarra di legno di cipresso. Il suono è caldo e dalle corde la magia nasce col suo abile pizzico delle dita. Suonare è un’arte, è la storia di un amore infinito. Come quello per la scrittura e per la letteratura: parole scivolano sul pelo dell’acqua e danzano, s’immergono. Narrano i fatti segreti di uomini, donne, scatole, finestre, crepuscoli, profili, desideri che allargano il respiro.

È la musica che riconosci, come un ricordo. Con le parole t’insegue, lo cerchi, riaffiora. Vuoi scappare e poi resti in ascolto. Quasi non sai quando è musica quando è scrittura perché i palpiti sono gli stessi.

Ieri c’era una fitta coltre di nebbia che investiva la città dei Sassi e più tardi una pioggia scrosciante allagava le piazze, le strade, batteva sui tetti delle case appannando i vetri.

Ma Pablo doveva suonare nel Vicolo Cieco e le amiche lettrici leggere sul leggio. E così, raccolti, incerti, vicini, con gli occhi lucidi come stelle ci siamo avvicinati piano. Una dopo l’altra, dalla sedia allo sgabello, dalla poltrona al piccolo divano vintage fino al leggio. Gli occhi bassi. La luce sul foglio. Nelle orecchie la musica di Pablo e un tripudio di emozioni tra gli accordi e il silenzio di un respiro interrotto. E la musica, il suono, la melodia e noi vicini, rapiti da una crescente sintonia, un ricamo prezioso, un merletto, l’odore di limoni e la bellezza che c’è in ognuno di noi.

Grazie, Pablo, per averci regalato una serata musicale e culturale di così alto spessore. Grazie, Veronica, per la tua delicata e intima bellezza, e grazie, Nadia, Tonia, Rita, Lia, Mariella, Lucia, mie amiche lettrici. Grazie alle mie sorelle, a Beniamino, a chi c’era e ha gioito e sognato insieme a noi, a Ellin Selae che è una realtà meravigliosa per merito dei miei amici Franco e Michela.

Leggere in pubblico a voce alta ha un grande valore, anche affettivo. Favorisce la socialità, l’inclusione, è un abbraccio e regala tanto buon umore.

(Matera, 5 maggio 2019, Rosanna Marazia)

Per saperne di più sull’incontro a Matera con Pablo Lentini Riva

Di aria, di luce, di pietra. Accordi e ricordi gioiosi tra le pagine di Ellin Selae

Sono qui adesso per me. In questi giorni ho ripensato spesso all’importanza di restare dentro l’attimo presente.

L’adesso.

Un pensiero che profuma di Palo Santo, Bursera graveolens, l’odore ancora mi solletica il naso. Assorbita dal mio frenetico vorticare quotidiano e, neanche originale, dal momento che siamo tutti oberati dalle fatiche della vita. E mi aggancio ai sorrisi di chi incontro per nutrirmi di quella luce che intravedo sempre, anche nelle persone che coltivano l’insana abitudine di tenere l’anima al buio. Tornando a casa la sera, adesso che è primavera e il crepuscolo si tinge di indaco, cerco tra le case i ritagli di cielo imbellettati di viola-arancio, sfumati. Sembra polvere cangiante che scivola sulle cose e sui tetti, poi ancora giù più in basso si posa tra i capelli dei passanti distratti, sul viso, incipria la pelle delle guance e delle mani.

Provo a distinguere e a riconoscere gli odori che sgattaiolano a coda alta dalle botteghe, dai ristoranti, dai colli e dai polsini delle signore con i tacchi. Ciaccolano i tacchi e si mischiano alle voci intrecciate sul pavimento di pietra umida. Non piove da due ore, l’aria è frizzante e io sono qui che imbambolata osservo e respiro, cammino e ricordo, immagino di camminare scalza.

Sono quasi arrivata a casa, Nunziata raccoglie dal filo corto le sue calze di nylon e intuisco il suo sorriso per me. La luce dei lampioni non basta per distinguere da questa distanza le labbra e il naso che si arricciano per sorridere. A me poi, che segno l’ora di cena di Nunziata e di Maria e forse anche di Luciana quando la sera torno a casa; sempre alla stessa ora allargano la tovaglia sulla tavola di legno. È come vedere che svolazza fiorata e sfiora il lampadario, una palla di luce gialla.

Con un giro di chiave entro dalla porta. Sono contenta di specchiarmi. Un’ ombra prima di toccare l’interruttore.

Ci sono cento, trecento, mille cose belle qui. Sono libera e contenta. Adesso, qui, lascio cadere il peso dalle spalle e raccolgo i pensieri della giornata.

L’altra sera il Palo Santo acceso sprigionava la sua fragranza. È stata la prima volta che ho fatto un piccolo esercizio di meditazione. Eravamo in quattro. Ester ha guidato la meditazione; dopo averci consigliato di indossare abiti comodi, togliere le scarpe, fare uso di una copertina o di un cuscino e sederci sul pavimento, vicini e in cerchio cercando di assumere la posizione del mezzo loto, lei ha acceso il bastoncino di Palo Santo e ha invitato tutti noi a metterci in ascolto del nostro respiro. Venti minuti (per iniziare andavano più che bene) di meditazione in assoluto silenzio.

Per me è stata un’esperienza non facile. Il tempo interminabile. “L’adesso e il qui” non finivano mai e la testa mia si riempiva di pensieri color fumo e parole di vetro.

Il silenzio però mi piaceva, aveva un buon sapore. Profumava di forno a legna e per un attimo ho immaginato una pizza fumante che mi scivolava nel piatto direttamente dalla pala del pizzaiolo.

La posizione invece era scomoda, ho desiderato scappare in un’altra stanza. Però ho resistito. Ho allungato le gambe, ho sospirato, mi sono toccata i capelli e sono rimasta lì insieme agli altri fino alla fine.

Forse un giorno mediterò ancora. O forse no.

Ho bisogno di storie, di storie che mi fanno sognare.

Io conosco pagine che parlano di aria, di luce, di pietre e di accordi e ricordi gioiosi. Ho lo scaffale della libreria che trabocca: sono le riviste Ellin Selae. Preziosi libri di carta frusciante, ruvida, odorosa, scritta, animata. La grafica è bella, ricca di illustrazioni che ricordano vecchi almanacchi e le copertine colorate. Si parla di amore, arte, musica, letteratura, poesia. Leggo storie e percorsi, tratturi e fiumi cristallini d’alta montagna, Storie dell’altro mondo: avventure di uomini che odiano il potere e amano la natura e gli animali. Un mondo sensibile fatto di piccole cose che ruotano intorno alla bellezza che è spiritualità, amore, inclusione, pace, cultura dell’accoglienza più che del sapere scientifico, rispetta le differenze e dà valore ai sentimenti autentici, ai baci, agli abbracci, alla compassione e alla gioia che ne deriva.

Ellin Selae è una rivista magica, invita a riflettere su ciò che è infinitamente bello e essenziale.

Il mio tempo migliore lo trascorro immersa tra le sue pagine e sono momenti per me di speranza. Immagino una vita migliore, sgombra dalle disillusioni, dall’accidia, dalla violenza, dalla paura, dalla prevaricazione, dalle ingiustizie e dalla sofferenza.

Ecco. Vorrei non soffrire mai. Mi sento piccola come una bambina quando dico che vorrei che la sofferenza non esistesse. Invece esiste e ci corteggia malefica.

L’altra sera prima di meditare qualcuno ha detto che si nasce con un “inspiro” e si muore con un “espiro”..

Adesso che ci penso. Il vento spira, soffia dolcemente. Esalare l’ultimo respiro. La nostra vita, abbiamo osservato insieme durante la meditazione, è racchiusa in un soffio, in un respiro.

Conviene stare fermi “adesso” e riconoscere quanta poesia e bellezza ci scivola dal cielo quando scende la sera.

(Rosanna Marazia)

Una storia appassionante nelle sue mille pieghe

Giovedì 21 marzo ’19, al Burbaca a Matera

Presentare Guido Catalano e il suo libro di ultima pubblicazione, Tu che non sei romantica è stata per me un’esperienza importante, ma non quanto leggere il suo romanzo. Una storia appassionante nelle sue mille pieghe. E non è un caso se ho scelto l’organetto di Gianfranco Rongo per allietare la serata. Più volte ho ripensato alla magia di un mantice che soffia, come nell’organetto osserviamo il dilatarsi delle pieghe strette, uguali, che danno vita alla musica: grazia, carezza, bellezza senza tempo. Sulla quarta di copertina di Tu che non sei romantica leggo “Chi salverà il mondo se non ci amiamo?”

Il cuore delle che storie s’intrecciano come ciocche di capelli ad altre storie diverse ma uguali nel bisogno non celato di amore. Un amore che si esplicita in un forte desiderio universale: essere accolti e accettati per come si è.

Qui la fragilità e l’errore sono sensibile poesia, come nel caso dell’Uomo Torcia che sosta sui cartoni davanti alla libreria. Oppure nella salvifica necessità per Giacomo Canicossa, di vedere e condividere la sua casa con un bambino immaginario che rende viva e piena di senso la sua esistenza e sofferenza. Giacomo è stato lasciato da Anna, o forse si sono lasciati. È stato lasciato da Agata, o forse lei è volata lontano.

Le donne che ruotano intorno alla storia di Giacomo hanno una personalità ben definita. Sanno ciò che vogliono. Sanno fare da sole. E non è difficile riconoscere nella realtà di tutti i giorni le stesse donne che proseguono dopo dossi, curve a gomito, interruzioni e ostacoli, la loro strada da sole. Lasciandosi alle spalle gli amori finiti, le illusioni e le disillusioni. Sono pronte a ricominciare. Guardano lontano, neanche il deserto di sale le impressiona. Sono romantiche e misteriose, sensuali e divertenti. Hanno i capelli mai stanchi nella forma e nel colore. A differenza di Giacomo che, con la chierica, immaturo per scelta e vocazione, lascia intravedere insieme al palese bisogno di cercare una donna e un grande amore senza fine, la vacua ambizione di condurre un giorno il festival di Sanremo. Contraddizioni a confronto: profilo del più creativo tra gli uomini. Il poeta Giacomo scrive storie romantiche e aborre ogni forma di violenza, discriminazione, sopraffazione che possa limitare la libertà di un essere umano. A parte i gatti, le fate turchine e la passione per la frutta, la birra, le belle e misteriose ascoltatrici, l’impepata di cozze e le avvincenti serie televisive, Giacomo Canicossa, alter ego di Guido Catalano, è sicuramente un poeta. Uno scrittore dunque che non ha ancora imparato a dipingere sul deserto di sabbia. Presto imparerà.

Consiglio la lettura di Tu che non sei romantica a tutti, specialmente a chi è convinto di non essere romantico/a.

Diverte, fa pensare e baciare e, mentre stai pensando e baciando seriamente, ti viene da ridere.

Ringrazio di cuore Guido Catalano per avermi offerto un sorso di Negroni prima di incominciare. Ringrazio Claudia e Antonio della libreria Mondadori perché senza il loro invito non avrei potuto raccontare questa storia. Ringrazio anche i miei amici lettori matti di Leggère Controvento, e Gianfranco con il suo romantico organetto. E per ultimo, ma senz’altro primo, ringrazio il “piccolo chimico” che sogna di fare il… (eh, no! non ve lo posso dire).

(Rosanna Marazia)

Librarsi in volo

“Il faut être léger comme l’oiseau et non comme la plume”

Paul Valéry

Quanti poeti e scrittori hanno provato a parlare e a scrivere di leggerezza. La prima fonte di ispirazione la troviamo nel mondo animale. La natura e il filo d’erba sollevato dal vento, oppure l’incedere lento delle nuvole nel cielo. Lo sguardo pieno di incanto di un bambino è leggerezza o la musica. Il tintinnio di metalli sottili, vuoti, o quello di una sfoglia di cristallo quando i calici tremolano in vetrina per una scossa imprevista.

Ma il più intrigante resta il volo degli uccelli. Un linguaggio semplice e misterioso che da sempre gli uomini inseguono alzando gli occhi al cielo.

È voglia di leggerezza o desiderio di controllo sulle cose, sulle emozioni, sui percorsi invisibili che puntano l’orizzonte lontano?

Forse nella risposta è racchiusa l’essenza che caratterizza un essere umano da un altro. Nelle relazioni, nei rapporti d’amore o di amicizia non di rado capita di riconoscere nella persona che fintamente si dimostra amica o innamorata una tendenza a sorvolare, volare sopra gli altri corpi, le cose, le case, il mondo sottostante per fare ombra nel cielo.

Così facendo si viene privati del piacere intimo di librarsi nel cielo proprio come fanno gli uccelli quando dondolano sul filo delle correnti d’aria. Si perde la grande e preziosa occasione di vivere e respirare la leggerezza coltivando rapporti autentici che si nutrono di libertà, di condivisione amorevole, fiducia e bellezza.

Chi prova a volare per occupare il cielo è un pollo starnazzante. Non farà come gli uccelli, sarà una piuma con il trucco rifatto che dopo una sciocca simulazione di volo si scioglierà disfatta sulla prima pianta di spine.

La geografia del racconto… Ben Okri e il realismo magico

Domenica 3 febbraio 2019 ho aspettato emozionata le 18:30. 

La geografia del racconto di “Leggere Controvento” è uno spazio dai contorni morbidi, è il profilo di una corolla libero dalla complessità della tridimensionalità. È più semplicemente un viaggio nel racconto in equilibrio sul filo del mondo e della geografia. 

Ben Okri è nato a Minna nel 1955. Considerato uno dei maggiori scrittori e poeti nigeriani di lingua inglese, ha vinto nel 1991 con La via della fame (The famished road) il Booker Prize per la narrativa fantastica. 

Il realismo magico nella letteratura africana designa nel racconto e attraverso il mito la realtà magica di un’esperienza quasi paranormale. I personaggi protagonisti della storia spesso non hanno un nome ma carattere di forte evocazione onirica che scivola tra l’immaginazione e il sogno.

La natura, la foresta, la terra, lacqua, sono un inesauribile richiamo a spiriti e ombre. E tessono un filo invisibile annodato ai fatti, alle sciagure, ai festeggiamenti o alla morte. 

Tribù, comunità e villaggi o uomini soli ondeggiano rapiti dalla musica delle percussioni. Fruscii, ronzii, profumo di fiori, riti magie e rituali. Trame interrotte di un tessuto fatto di aria, luce, energia e presagio.

È il mondo degli invisibili: è la forma moderna e antica della negritudine vissuta in opposizione alla civiltà bianca capitalista. Un urlo contro il colonialismo, la sopraffazione, il materialismo.

La geografia del racconto: la letteratura africana di Ben Okri

Leggere Ben Okri è come percorrere un sentiero a piedi scalzi. È ritrovarsi davanti a un ponte da attraversare e aver paura di precipitare nel vuoto. È incontrare delicate creature alate che insegnano l’arte e il valore  della trascendenza e dell’amore universale. È perdersi nella foresta buia dove l’anima ferocemente offesa si trasforma in maligno e terrificante mostro, una voragine scura divoratrice che annienta. È il dolce e l’amaro, il veleno e l’antidoto. È il desiderio di rinascere alla vita liberi dalle catene che la cultura colonialista ha stretto ai polsi e al cuore di chi paziente ancora oggi sogna di sorseggiare la pace e il tempo infinito di un rosso tramonto africano.  

La geografia (dal latino geographia, a sua volta dal greco antico: γῆ, «terra» e γραφία, «descrizione, scrittura») è la scienza che ha per oggetto lo studio, la descrizione e la rappresentazione della Terra nella configurazione della sua superficie e nella estensione e distribuzione dei fenomeni fisici, biologici, umaniche la interessano e che, interagendo tra loro, ne modificano continuamente l’aspetto. Una definizione decisamente “prolissa”, diceva acclamante con un simpatico intercalare ripetuto e ossessivo l’insegnante di italiano di scuola media di mio figlio Victor 
La geografia del racconto è interessante perché la terra, dal greco antico γῆ, gira. E se gira noi dondoliamo e se dondoliamo vuol dire che qualcuno ci culla e se qualcuno ci fa dondolare perché ci sta cullando siamo molto amati e fortunati su questa terra. 
La γραφία, cioè scrittura, descrizione, è il nostro vivere, il respiro. Siamo la descrizione vivente del pianeta terra.

A parte gli scherzi. 
Il mio è un gioco per non studiare mai soli; piuttosto nasce per amare la conoscenza in compagnia. 
Così, con la nostra amica Mariella, insegnante di lingue e grande appassionata di letteratura africana e di realismo magico è nata l’idea di pensare e dare vita a una serata informale su Ben Okri e sul realismo magico.

Mariella Niglio oltre che insegnante, pensate è relatrice in corsi di aggiornamento per docenti operanti nelle scuole.
Però…
Le sue molteplici passioni la vedono  gaiamente impegnata come attrice passionale e rosseggiante.
Rosseggiante come un tramonto africano.
Le vengono riconosciuti meriti e talento e ce ne siamo accorti.
Domenica insieme siamo stati bene. Lei non ha mangiato né bevuto. Noi sì. 
È stata una serata interessante, gioiosa e ricca di emozioni. 

Mimmo Cardinale della birreria Malto e Luppolo che ci ha accolto e ospitato, ha dato il via alla serata accompagnandoci in un’altalena olfattiva e  con una degustazione stuzzicante. L’atmosfera già amichevole e piena di sorrisi si è sciolta subito.

Poi Mariella Niglio ha letto in inglese e tradotto in italiano il più famoso dei romanzi di Ben Okri: The famished road.  Abbiamo parlato dell’invisibilità. Pratica non prevista nel paese dei visibili di Io sono invisibile altro romanzo di Ben  Okri e del mondo magico della letteratura africana. 

Letture, giochi, sguardi, colla, pennelli e folletti che incollano al contrario… finisce sempre che non si vuole finire.
Perché

“L’unità di tutte le scienze è trovata nella geografia. Il significato della geografia è che essa presenta la terra come la sede duratura delle occupazioni dell’uomo”.

Come dice John Dewey

“Mentre tra prosa e poesia non c’è una differenza esattamente definibile, tra prosaico e poetico c’è un abisso in quanto termini estremi limitativi di tendenze dell’esperienza. Uno di essi realizza il potere delle parole di esprimere ciò che esiste in cielo, in terra e sotto i mari per mezzo dell’estensione; l’altro per mezzo dell’intensità”.

È sempre John Dewey

Mi piace tanto questo Dewey:

“Le classificazioni rigide sono inette (se sono prese sul serio) perché distraggono l’attenzione da quello che è esteticamente fondamentale: il carattere, qualitativamente unico e integrale, dell’esperienza di un prodotto artistico”.

Anche questo è John Dewey

Al prossimo appuntamento della Geografia del racconto.
Rosanna Marazia

Un leggio. Come un sorriso, quando lo stai cercando

Il leggio in ceramica realizzato da Maddalena Pupino

Di Rosanna Marazia
Matera, 25 gennaio ’19
Le belle emozioni restano vive nel ricordo. Il tempo passa inesorabilmente e mai senza lasciare traccia. La sera del 19 dicembre 2018, (si potrebbe anche dire l’anno scorso, ma in realtà è solo qualche settimana fa) abbiamo letto a cena all’Osteria san Francesco di Matera e mi tornano in mente con piacere i rocamboleschi accordi per le prove di lettura in compagnia di meravigliosi amici, il tutto in mezzo a caschi asciugacapelli, specchi, lavaggi da parrucchiere reclinabili e leggii impettiti. E noi lì con le facce a volte stanche ma sempre emozionate e intenzionate a vivere un serio divertimento.
Questa è la magia di leggere a voce alta, insieme. 
Leggere guardandosi negli occhi e ridere e commuoversi. La musica è stata la nostra colonna sonora insieme a un vinello da stappare sempre pronto e qualche golosità. Niente di speciale. Ma l’affetto quello sì è per noi essenziale, come la bagna per il savoiardo, come la glassa di zucchero per il sospiro, come un sorriso quando lo stai cercando.
E ieri Valeria dell’Osteria San Francesco mi è venuta incontro con il sorriso che stavo cercando. Con il sorriso e un sacchetto di carta con i manici e un disegnino. Volevo far durare quel momento che per me ha avuto un valore importante, una dichiarazione di affetto preziosa. E c’era tutto in quel suo sorriso e nel sacchetto.
Volete sapere cosa c’era nel sacchetto?
C’era un leggio di ceramica smaltata. Un leggio bellissimo realizzato e dipinto interamente a mano da Maddalena Pupino, un’artigiana e sensibile artista amica di Valeria.
Lo vedete in fotografia com’è bello? Con il nostro logo: un albero che si sfoglia e con le radici piantate in un libro. Racchiude un messaggio carico di leggerezza, arte, creatività, storie, racconti,  ascolto.
Ringrazio ancora Nicola, lo chef strepitoso dell’Osteria san Francesco e Valeria per l’accoglienza gioiosa che si rinnova  ogni volta che ci vediamo, e adesso con questo dono così bello e importante. Grazie anche a Maddalena per aver realizzato un’opera bellissima pensando a noi.

Siamo tanto contenti che il leggio ti sia piaciuto. Con questo piccolo pensiero volevamo contribuire a sostenere le iniziative di Leggère Controvento, associazione che stimiamo molto in quanto diffonde benessere, piacere, armonia e cultura creando quei momenti in cui le emozioni si respirano nell’aria. Un caro abbraccio
V. N. 

Questo è il biglietto che mi ha scritto Valeria.
Maddalena Pupino

Leggere i classici

Dicono che in questo periodo di crisi del libro vendono bene i classici. E non solo quelli a mille lire, ma anche quelli in cofanetto. E non solo quelli del girone A come Platone, ma anche quelli del girone B come Cicerone; e siccome vengono letti materialisti come Epicuro e panteisti come Plotino, qui non c’entra né la rinascita delle destre né l’avanzata delle sinistre. Diciamo che gli editori, annusando gli umori del pubblico, si sono resi conto che in un momento di crollo e ristrutturazione di tutti i valori, i lettori cercano qualche cosa di sicuro. Perché i classici danno sicurezza? Perché un classico è un autore che, specie in periodi in cui si copiava a mano, ha indotto molti a ricopiarlo, e lungo i secoli ha sconfitto l’inerzia del tempo e le sirene dell’oblio. Si sono anche salvati autori che non valevano il costo della pergamena, mentre altri, forse grandissimi, sono stati condannati alla dimenticanza perpetua; ma statisticamente la comunità degli uomini ha reagito sulle basi di un sano buon senso, e ci sono forti probabilità che un autore diventato classico abbia ancora qualcosa di buono da dirci.

Una seconda ragione è che in un periodo di crisi si rischia di non sapere più chi siamo. Ora un classico non solo ci dice come si pensava in un tempo lontano, ma ci fa scoprire che e perché oggi pensiamo ancora in quel modo. Leggere un classico è come psicanalizzare la nostra cultura attuale, si ritrovano tracce, ricordi, schemi, scene primarie… Ecco, si esclama, io ora capisco perché sono cosí – o perché qualcuno si sforza di volermi cosí: la faccenda è cominciata da questa pagina che ora sto leggendo. E ci si ritrova ancora a essere aristotelici, o platonici, o agostiniani, nel modo in cui organizziamo la nostra esperienza – e persino nel modo in cui sbagliamo a farlo.

La lettura dei classici è un viaggio alle radici. Spesso non si cercano le radici per nostalgia di qualcosa che si è conosciuto, ma per il vago sentimento di essere cresciuti da un ceppo ignoto. L’americano di nascita, che improvvisamente avverte il bisogno di tornare (andandoci per la prima volta) al paese in cui sono nati i suoi nonni, sta facendo un viaggio motivato da una nostalgia virtuale. Ogni lettore che scopre i classici è un americano, naturalizzato da infinite generazioni, che avverte il bisogno di sapere qualcosa sui propri antenati, per ritrovarne la presenza nei propri pensieri, gesti, tratti del volto.

L’altra bella sorpresa che spesso i classici ci riservano è di accorgerci che erano più moderni di noi. Rimango sempre esterrefatto di fronte a certi pensatori d’oltre oceano, culturalmente sradicati, dalle bibliografie che non riportano se non libri pubblicati nell’ultimo decennio, che elaborato una certa idea, e spesso la sviluppano male, senza sapere che una idea analoga era stata sviluppata meglio mille anni fa (o che già mille anni fa si era dimostrata sterile).

Ho tra le mani in questi giorni Il maestro e la parola di sant’Agostino (Agostino per gli intimi), pubblicato da Rusconi, testo a fronte, a cura di Maria Bettetini. Contiene quattro trattatelli di cui consiglierei di leggere il De magistro. Si potrebbe dire che ricorda il miglior Wittgenstein, se Wittgenstein non ricordasse il miglior Agostino. Si veda come, da una semplice passeggiata con Adeodato, il proprio figlio naturale (eh si, prima di diventar santo il mascalzoncello ne aveva combinata qualcuna), il padre-maestro sappia trarre una serie di folgorazioni su cosa voglia dire parlare. Dico “da una passeggiata”, non semplicemente “nel corso di una passeggiata”, perché è la stessa esperienza corporale del camminare che talora suggerisce ad Agostino di spiegar meglio l’uso che facciamo delle parole, attraverso gesti, movimenti, arresti e accelerazioni del passo… Quando un classico è così vicino a noi, ci si rammarica di non averlo letto prima.

L’altro giorno è venuto da me uno studente di filosofia, che mi ha chiesto che cosa deve leggere per imparare a ragionar bene. Gli ho suggerito il Saggio sull’intelletto umano di Locke. Mi ha chiesto perché proprio quel libro, e gli ho risposto che se quel giorno fossi stato di umore diverso avrei potuto benissimo suggerirgli in cambio un dialogo di Platone, o il Discorso del metodo. Ma siccome bisogna pur cominciare da qualche parte, con Locke avrebbe avuto l’esempio di un signore che ragionava bene, chiacchierando amabilmente con gli amici, e senza bisogno di usare parole difficili. Mi ha chiesto se quella lettura gli sarebbe servita per una certa ricerca che stava facendo. Gli ho detto che gli sareebbe servita anche se poi avesse fatto il venditore di macchine usate. Avrebbe semplicemente conosciuto un uomo che valeva la pena di conoscere. A questo serve la lettura dei classici.

Umberto Eco, La bustina di Minerva, Milano, Bompiani 2000.

Il Natale

Dipinto con carillon di Fabrizio Fabbri (collez. privata, Matera)

Di Erri De Luca

Nello scasso profondo dei nuclei familiari Natale arriva come un faro sui cocci e fa brillare i frantumi. Si aggiungono intorno alla tavola apparecchiata sedie vuote da tempo. Per una volta all’anno, come per i defunti, si va in visita al cerchio spezzato.

Natale è l’ultima festa che costringe ai conti. Non quelli degli acquisti a strascico, fino a espiare la tredicesima, fino a indebitarsi. Altri conti e con deficit maggiori si presentano puntuali e insolvibili.

I solitari scontano l’esclusione dalle tavole e si danno alla fuga di un viaggio se possono permetterselo, o si danno al più rischioso orgoglio d’infischiarsene. Ma la celebrazione non dà tregua: vetrine, addobbi, la persecuzione della pubblicità da novembre a febbraio preme a gomitate nelle costole degli sparpagliati.

Natale è atto di accusa. Perfino Capodanno è meno perentorio, con la sua liturgia di accatastati intorno a un orologio con il bicchiere in mano. Natale incalza a fondo i disertori.

Ma è giorno di nascita di chi? Del suo contrario, spedito a dire e a lasciare detto, a chi per ascoltarlo si azzittiva. Dovrebbe essere festa del silenzio, di chi tende l’orecchio e scruta con speranza dentro il buio.

Converge non sopra i palazzi e i centri commerciali, ma sopra una baracca, la cometa. Porta la buona notizia che rallegra i modesti e angoscia i re.

La notizia si è fatta largo dentro il corpo di una ragazza di Israele, incinta fuorilegge, partoriente dove non c’è tetto, salvata dal mistero di amore del marito che l’ha difesa, gravida non di lui.

Niente di questa festa deve lusingare i benpensanti. Meglio dimenticare le circostanze e tenersi l’occasione commerciale.

Non è di buon esempio la sacra famiglia: scandalo il figlio della vergine, presto saranno in fuga, latitanti per le forze dell’ordine di allora.

Lì, dentro la baracca, che oggi sgombererebbero le ruspe, lontano dalla casa e dai parenti a Nazareth, si annuncia festa per chi non ha un uovo da sbattere in due. Per chi è finito solo, per il viandante, per la svestita sul viale d’inverno, per chi è stato messo alla porta e licenziato, per chi non ha di che pagarsi il tetto, per i malcapitati è proclamata festa. Natale con i tuoi: buon per te se ne hai. Ma non è vero che si celebra l’agio familiare. Natale è lo sbaraglio di un cucciolo di redentore privo pure di una coperta.

Chi è in affanno, steso in una corsia, dietro un filo spinato, chi è sparigliato, sia stanotte lieto. È di lui, del suo ingombro che si celebra l’avvento.

È contro di lui che si alza il ponte levatoio del castello famiglia, che, crollato all’interno, mostra ancora da fuori le fortificazioni di Natale.

“Amami!” “Sogna!” “Leggi!”

Il verbo leggere non sopporta l’imperativo, avversione che condivide con alcuni altri verbi: il verbo “amare”, il verbo “sognare”. Naturalmente si può sempre provare. Dai, forza: “Amami!” “Sogna!” “Leggi!” “Leggi! Ma insomma, leggi, diamine, ti ordino di leggere!” “Sali in camera tua e leggi!” Risultato? Niente. Si è addormentato sul libro.


Daniel Pennac,  Come un romanzo, Milano, Feltrinelli, 1993.